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Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


lunedì 11 febbraio 2013


Domenica 17 febbraio 2013 – I Domenica di Quaresima
Lc 4,1-13
Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, dì a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l'uomo».
Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». Gesù gli rispose: «Sta scritto: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto».
Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti:
Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo
affinché essi ti custodiscano
;

e anche:
Essi ti porteranno sulle loro mani
perché il tuo piede non inciampi in una pietra
».

Gesù gli rispose: «È stato detto: Non metterai alla prova il Signore Dio tuo».
Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.

Il brano in esame è preceduto dall'episodio del battesimo di Gesù e dalla descrizione della sua genealogia.
"Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo."
Dal battesimo partiamo per cercare di comprendere questo episodio che ha un grande valore umano e teologico, ma non storico cioè non è mai accaduto, almeno nei termini con cui è riportato da Luca. In questo episodio vi sono tre elementi che occorre analizzare: lo Spirito, il deserto e il diavolo.
Lo Spirito: Gesù, immergendosi nell'acqua del Giordano viene riconosciuto dal Padre come "Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento " (Lc 3,22)1, cioè colui che eredita tutto. Quindi in Gesù, dopo il battesimo, c'è tutta la pienezza di Dio e il Padre gli effonde lo Spirito, cioè la sua capacità d'amore. E' proprio questa capacità di amare che lo metterà in tale contrasto con il mondo che lo circonda da fargli desiderare di non possederla e di pensare solo a se stesso.
Il deserto: nella parola deserto rivive tutta la storia del popolo di Israele, che una volta liberato dall'Egitto, secondo quanto riportato nel libro dell'Esodo, viene messo alla prova da Dio nel deserto per vederne la capacità. Non solo, per gli ebrei la parola deserto rievocava un luogo senza persone, disabitato, in contrasto con la nostra simbologia dove deserto è un luogo senza acqua. L'ingresso di Gesù nel deserto da la possibilità a Luca di far comprendere come Gesù nella sua predicazione, nonostante fosse circondato da numerosi disepoli, si sentisse solo perché, sostanzialmente, era incompreso.
Il diavolo: Luca, come Matteo, vuole innanzitutto sottolineare che le prove della vita non vengono da Dio(2), e, per farlo, utilizza la presenza di questo personaggio.
Anzitutto, bisogna dire che questo episodio, e qui va compresa la tecnica letteraria degli evangelisti, non indica un determinato e ben circoscritto periodo della vita di Gesù, nel quale egli ha vissuto questa lotta, e una volta uscito vincitore ha proseguito nella sua attività. L'evangelista, mettendo questo episodio all'inizio dell'attività di Gesù, vuol dire che tutta la sua vita sarà all'insegna della tentazione. Non quindi un episodio di quaranta giorni nella vita di Gesù, ma un avvertimento dell'evangelista: attento lettore, perché in tutta la sua esistenza Gesù verrà sottoposto a queste terribili tentazioni che non sono facili da superare. La chiave di comprensione risiede in quel numero quaranta che, nella numerologia ebraica, unito alla parola giorni, equivale a "tutta la vita".
Per la prima e ultima volta, occorre sottolinearlo, nel vangelo appare questo personaggio; nei vangeli il diavolo ha un ruolo estremamente marginale.
Normalmente noi confondiamo tra di loro le figure del satana, dei demòni e del diavolo. Vediamo se, in breve, riesco a spiegare chi sono e perché sono state introdotte nel cristianesimo.
Il satana: gli ebrei pensavano che Dio inviasse il satana per esaminare il comportamento di ciascuno (cfr Gb 1,6-17) e quindi punirli dei loro peccati(3). Satana, in ebraico, non è un nome proprio di persona, ma un nome comune che indica una attività, quella del pubblico ministero, dell'avversario in un processo. Il pubblico ministero ha il compito di far risaltare le accuse, la gravità del comportamento: questa è l'azione del satana nell'AT, mutuata dall'organizzazione dell'impero persiano (Israele è stato per alcuni secoli sotto il dominio persiano); infatti il satana era un funzionario della corte persiana. Questo funzionario girava per le regioni e guardava il comportamento dei governatori: se uno si comportava bene lo segnalava al re per farlo promuovere, per premiarlo; se uno si comportava male lo segnalava al re per castigarlo, eventualmente anche con la morte. Sempre secondo il pensiero ebraico, per punire gli uomini Dio inviava loro le malattie la cui gravità era proporzionata ai peccati commessi(4); la malattia era inviata tramite il satana che, a sua volta, demandava l'applicazione della pena ad alcuni dei minori fenici che, in lingua greca, venivano chiamati daimonios(5) come Beelzebùl (Baal Zebub, il dio delle mosche), citato da Luca (Lc 11,14-23).
Nel NT, "il satana" perde il suo ruolo di accusatore, tipico dell'AT. Nel vangelo di Luca, Gesù ne sancisce la fine: (Lc 10,17-18) "I settantadue tornarono pieni di gioia dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome(6)». Egli disse: «Io vedevo il satana cadere dal cielo come la folgore." La caduta dal cielo (cioè da una posizione di importanza) del satana è una conseguenza diretta della presa di coscienza da parte dell'uomo della propria capacità di costruire il regno di Dio.
I demòni(7): oltre ad essere identificati negli dei fenici portatori di malattie, i demòni entrano nella Bibbia con la traduzione dall'ebraico in greco fatta in Alessandria d'Egitto nel II secolo a.C. da parte dei cosidetti "Settanta". Non si tratta di una semplice traduzione, ma anche di un arricchimento con glosse esplicative o modifiche talora di considerevole importanza, la cui eco si sente anche nei Vangeli. Scompaiono infatti tutti gli elementi mitologici tipici delle tradizioni più antiche come i satiri, le sirene, i centauri, i fauni, le streghe; i traduttori, che vivevano in una società greca cioè in una società intellettuale, evoluta anche a livello teologico e spirituale e quindi lontana dalle forme della mitologia antica, tutte le volte che hanno trovato queste espressioni (se ne conoscono 19 casi), le hanno tradotte sistematicamente con il termine "demòne" che in greco significa essere appartenente agli dei, sia buono che malvagio, ma anche malattia, ossessione, superstizione.
Una reminiscenza di questo significato l'abbiamo anche in italiano quando diciamo che un tizio ha il "demone del gioco", ha l'ossessione del gioco, è quindi malato. La traduzione dei Settanta è stata il testo di riferimento degli evangelisti che, non essendo più conoscitori della lingua ebraica antica, hanno dovuto riferirsi alla traduzione in greco; un esempio chiaro di questa influenza si ha nella traduzione di Isaia 7,14: "Ecco, la giovane ("almah" in ebraico) concepirà e partorirà un figlio che chiamerà Emmanuele (Dio con noi)". Isaia si riferisce alla giovane moglie di Achaz, re di Giuda; i Settanta tradurranno almah con vergine, consentendo la lettura del versetto come profezia messianica.
Il diavolo: il termine, dal punto di vista etimologico(8), ha lo stesso significato di "il satana", anche se in senso dispregiativo, ma ha assunto tradizionalmente il significato di "tentatore" e tale è la sua funzione nel vangelo di Luca. La figura del diavolo è, insieme a quella dello "spirito impuro" del vangelo di Marco, una trasformazione antropologica(9) dei sentimenti umani. Luca, come Matteo, sintetizza in questa figura il sentimento dell'egoismo esattamente come Marco sintetizza negli spiriti impuri i sentimenti di rabbia e rivolta violenta nei confronti delle parole di Gesù (Mc 1,21-28).
Nella Bibbia è assente la leggenda di Lucifero(10), il bellissimo angelo caduto a causa del suo orgoglio e della sua superbia, e degradato per sempre ad orrendo diavolo. L'immagine tradizionale del diavolo (corna, zoccoli e coda) ha origine dalla rappresentazione mitologica del dio greco Pan fatta propria dall'immaginazione medioevale.
Una prima idea del peccato d'orgoglio di un arcangelo, affiora in testi apocrifi dei primi secoli del cristianesimo. La leggenda di Lucifero nasce dalla fusione di due brani dell'AT: la satira contro Nabucodonosor re di Babilonia del profeta Isaia(11), e quella contro Et-Baal re di Tiro del profeta Ezechiele(12).
Il primo autore cristiano che identificò il diavolo con Lucifero, è Origéne nel II sec. d.C. Dei due re delle satire di Isaia ed Ezechiele, fece un solo personaggio: l'angelo decaduto. Questo divenne, in modo incomprensibile, l'indiscussa tradizione nella Chiesa.
Nel IV sec. Girolamo si adoprò per confutare quanto affermato da Origéne, ma a causa di un suo errore di traduzione (Girolamo ha fatto molti errori che hanno pesato molto sulle decisioni dottrinali), Lucifero divenne comunque l'angelo decaduto che urla la sua disperazione.
Nel VI sec. Gregorio Magno (lo stesso che, a torto, definì prostituta Maria Maddalena) legittimò definitivamente la convinzione che il diavolo fosse un angelo decaduto; Gregorio fu un papa grande, anche negli errori.
Il successo della leggenda dell'angelo caduto, ebbe come conseguenza la fine della chiara distinzione presente nella Bibbia tra il satana, il diavolo e i demoni; i tre termini furono uniti in uno solo, Lucifero, il demonio che diventa il satana, il diavolo per eccellenza, perdendo così il significato reale dei termini e la loro importanza teologica.
"Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame.". Il digiuno di Gesù non è un digiuno religioso. Luca trae questa indicazione da Matteo che mette in parallelo Gesù con Mosè, che prima di ricevere da Dio la Legge sul Sinai digiunò quaranta giorni e quaranta notti (Es. 34,28; Dt. 9,9-11).
Il "digiunare" di Luca, così come in Matteo, indica una esperienza di pienezza di Dio da parte di Gesù il cui "nutrimento" è nella sua Parola che riempie la vita. Allo stesso modo, la "fame" di Gesù non va intesa in senso fisico, ma come desiderio di Gesù di cibarsi di quanto proviene da Dio e di poterlo comunicare agli altri.
" Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, dì a questa pietra che diventi pane»."
Il tentatore si avvicina a Gesù e gli dice: "Se sei Figlio di Dio...". Cioè, trai dei vantaggi da questa tua condizione(13); se c'è Dio che ti protegge, giacché sei il Figlio e quindi hai assicurata la sua protezione, usa le tue capacità a tuo vantaggio, dì che queste pietre diventino pani. Per il tentatore il pane serve per salvare se stesso, salvare la propria vita, mentre Gesù stesso si farà pane per salvare la vita degli altri, donando la propria vita. Sarebbe qui interessante mettere in paragone l'insegnamento dato da Gesù con la moltiplicazione dei pani: per Gesù l'abbondanza dei pani non verrà per un intervento prodigioso da parte di Dio, non c'è più bisogno di moltiplicare i pani, basta condividere generosamente quelli che ci sono, e si crea l'abbondanza e si sfama tutta l'umanità. L'interpretazione dell'episodio della moltiplicazione dei pani, considerato da molti il manifesto politico di Gesù, come invito ed esempio alla condivisione per conseguire il benessere del popolo, è facilmente realizzabile alla luce delle beatitudini e se si mette un momento in ombra la componente miracolistica della esegesi tradizionale.
"Gesù gli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l'uomo».
Questa risposta di Gesù è presa da un testo del libro del Deuteronomio, che riguarda le prove del popolo nel deserto, dove l'autore scrive che Dio ha sottoposto alle prove il suo popolo per quarant'anni (Dt 8,1-6). Ecco il paragone tra i quarant'anni nel deserto e i quaranta giorni di Gesù. La tentazione di Gesù è la stessa che ha vissuto il popolo di Israele. Nel libro del Deuteronomio si legge che Dio donò al popolo la manna, la manna scesa dal cielo, come segno di garanzia della fedeltà di Dio al suo popolo, ma il popolo non credette e ne fu deluso.
Gesù si affida alla parola che esce dalla bocca di Dio, parola con la quale il Signore manifesta la sua volontà, che è la garanzia della protezione divina. Quindi non usare a proprio vantaggio i benefici, ma usare tutte le proprie capacità a vantaggio degli altri. Questa tentazione si ripeterà abbondantemente lungo tutta la vita di Gesù.
"Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo»."
Nella cultura di quell'epoca, ogni persona che deteneva una qualunque forma di potere aveva la condizione divina. L'imperatore infatti veniva considerato un dio, un figlio di dio, e così il re, il faraone. Tutti coloro che detenevano il potere erano considerati di natura divina, ma per Gesù la sua natura divina, la sua figliolanza con Dio non si manifesterà nel potere, nel dominio, ma nell'amore e nel servizio.
Il tentatore mostra a Gesù tutti i regni, allo stesso modo in cui Dio mostra a Mosè, salito sul monte Nebo, tutto il paese (Dt 34,1-4). Nel rispondere, Gesù demolisce, in un sol colpo, tutta la tradizione religiosa ebraica di Israele come popolo eletto, chiamato a dominare tutti gli altri popoli. C'è un salmo in cui Dio dice al suo Messia: "Ti darò in possesso le genti e in dominio i confini della terra. Le spezzerai con scettro di ferro, come vasi di argilla le frantumerai" (Sal 2,8-9). Il Messia della tradizione è un Messia che impone l'ordinamento di Dio attraverso la violenza. Di conseguenza, le tentazioni non sono qualcosa di cattivo che è facile per Gesù evitare, ma viene a lui proposta la tradizione religiosa di Israele, quella radicata nel popolo. Guarda che è il salmo, la stessa parola di Dio che dice questo! Sei il Messia? Devi dominare le nazioni e, addirittura, le dovrai spezzare con scettro di ferro e frantumarle come vasi di argilla. In molte immagini dell'antichità è tipico vedere il faraone o il re con in mano lo scettro, con il quale spacca la testa del popolo che ha conquistato. Perciò il tentatore non è il diavolo della nostra tradizione che si presenta in maniera orribile - ed è perciò facile dire "Vade retro Satana" -, ma i tentatori sono i farisei, la parte più spirituale del popolo, sono gli scribi, questi teologi che parlano con autorità e con mandato divino. Essi dicono: "Sei il Messia, sei il figlio di Dio? Guarda che il Salmo 2, la parola di Dio, dice che il Messia dovrà dominare e schiacciare gli altri popoli". Ecco la tentazione proposta a Gesù: quella di conformarsi ad una tradizione religiosa, umana e spirituale.
Gesù, invece, si sbarazza di questa logica; le sue ultime parole, quando inviterà i suoi discepoli ad andare in tutto il mondo, non saranno di dominio, ma di mettersi al servizio. Gesù dirà: "Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nell'amore del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo" (Mt 28,19). Quindi, c'è sì da andare verso altri popoli pagani, ma non con un atteggiamento di dominio, ma di servizio. Gesù non accetta l'arroganza di una tradizione religiosa che presumeva il popolo di Israele come preferito da Dio, a dispetto di altri popoli, come un popolo chiamato a dominare.
"Gesù gli rispose: «Sta scritto: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto».
Gesù scaccia il diavolo con le parole del "Padre nostro" di Israele, lo "Shemà Israél", ed è la professione di fede nella quale si afferma l'unicità di Dio (Dt 6,13). Gesù si rifiuta di adorare il potere e si rimette al Dio che lui ha conosciuto, al Padre che lo ha investito con il Suo Spirito nel battesimo.
"Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano; e anche: essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra»".
Gesù aveva risposto alla prima tentazione ponendo una fiducia totale nel Padre. Gesù sa che non c'è da affannarsi, lo dirà lui stesso, su cosa mangeremo, perché il Padre tutte queste cose le dà in abbondanza (Mt 6,25-34). Perciò il tentatore, preso atto di questa fiducia, la spinge agli estremi, lo conduce sul pinnacolo del tempio e lo invita a buttarsi di sotto, citando un salmo (Sal 91,11-12). Questo diavolo si dimostra un esperto conoscitore della Bibbia, un teologo competente, esattamente come lo erano i farisei e gli scribi avversari di Gesù. È una tecnica che l'evangelista usa per dire che a questo diavolo che capisce tanto la Bibbia, che sa ribattere prontamente a Gesù, Gesù sì rivolge con la parola di Dio e il diavolo, prontamente, ribatte con un altro passo; cosa tipica delle dispute tra i rabbini.
Quindi, il diavolo lo porta sul pinnacolo del tempio, cioè il punto più alto del tempio e gli dice di buttarsi giù; perché? Queste non sono tentazioni grossolane, ma molto fini realizzate per far vibrare le corde profonde dei credenti ebrei, perché la tradizione religiosa diceva: quando il Messia apparirà, apparirà improvvisamente sul pinnacolo del tempio, cioè ci sarà un intervento prodigioso, straordinario da parte di Dio. Il tentatore non fa altro che dire a Gesù: "Fai quello che la gente si aspetta da te: vuoi essere riconosciuto come il Messia? Guarda che il Messia, te lo dico io, arriverà mostrandosi sul pinnacolo del tempio. Allora va' sul pinnacolo del tempio e, già che ci sei, metti un pizzico di prodigio in più e scendi volando sulle ali degli angeli".
Ebbene, Gesù rifiuta di fare quello che la gente si attende e rifiuta, soprattutto, un Dio che si manifesta attraverso segni di potere.
Questo è importante anche per noi oggi. Chi pensa a un Dio di potere, chi attende di vedere i suoi segni come segni prodigiosi di potere, non li vedrà mai, perché Dio è un Dio di amore e i suoi segni sono quelli dell'amore. Chi si aspetta di vedere l'intervento di Dio nella propria esistenza, attraverso dei prodigi, miracoli straordinari o cose che destino sensazione, non vedrà mai Dio, perché Dio non è il potere, non si può manifestare nel potere, ma Dio è amore e si manifesta unicamente nell'amore e l'amore, normalmente, non fa chiasso e non sbraita.
Questa tentazione che ora il diavolo fa a Gesù, gli sarà poi rivolta sulla croce dai sommi sacerdoti, dagli scribi, dagli anziani e da tutto il popolo: "Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!" (Mt 27,40). Questo è il dio del potere; del resto chi di noi, almeno quando eravamo piccoli, non ha desiderato che Gesù, una volta crocifisso, avesse fulminato tutti i suoi avversari, o fosse sceso giù dalla croce per fare una strage di coloro che lo avevano inchiodato? Questo è il dio del potere, quello che la gente vuole, un dio che manifesta la sua divinità attraverso un potere eclatante.
Gesù, invece, esala il suo ultimo respiro e muore come un maledetto da parte di Dio.
"Gesù gli rispose: «È stato detto: Non metterai alla prova il Signore Dio tuo»".
Nelle tentazioni si rivivono gli episodi del popolo ebraico nel deserto: ad un certo punto il popolo si trova in una località, chiamata Massa, dove non c'era acqua ed allora si ribella contro Mosè e contro Dio: ci hai portati in questo deserto a morire di sete, era meglio rimanere in Egitto, almeno là mangiavamo e bevevamo. Il popolo si chiese inoltre: ma questo Dio è in mezzo a noi o no? (Es 17,1-7). Nel libro del Deuteronomio si trova l'espressione: "Non tenterete il Signore vostro Dio come lo tentaste a Massa" (Dt 6,16). Gesù non ha bisogno di chiedersi se Dio è con lui oppure no. In questo brano l'evangelista anticipa il momento di Gesù sulla croce, dove egli non ha il dubbio se Dio è con lui, oppure se lo ha abbandonato e non ha bisogno di chiedere interventi straordinari che confermino la Sua presenza. Gesù ha la certezza che Dio è sempre dalla sua parte.
"Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato."
Sottolineo quello che ho detto all'inizio: il diavolo nei vangeli ha uno spazio relativamente marginale. La sua azione, però, sarà sempre presente lungo tutta l'esistenza di Gesù. Essa verrà incarnata, all'esterno, dai farisei e dagli scribi, i tentatori; quante volte nel vangelo troviamo l'espressione "si avvicinarono a Gesù per tentarlo". Ma quello che è più grave è che la tentazione verrà manifestata anche all'interno del gruppo di Gesù dagli stessi discepoli, in particolare da Simone Pietro, l'unico verso il quale Gesù dirigerà le stesse parole usate per il diavolo. Gesù a Pietro dirà la stessa espressione "Vattene satana!", ma con un'apertura: "torna a metterti dietro di me" (Mt 16,23).
Secondo Luca, il tentatore ritornerà al momento fissato. Luca fa riferimento alla Passione, quando i sommi sacerdoti, gli scribi, gli anziani e tutto il popolo gli dirà: "Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!" (Lc 23,35-38).

Note: 1. Esistono forti probabilità che queste parole siano state sostituite dal Magistero della Chiesa all'incirca nel V o VI secolo. Il testo originale sembra essere stato «Tu sei mio Figlio, l'amato, oggi ti ho generato», come riporta la Bibbia di Gerusalemme nelle traduzioni non italiane. Tale testo è stato poi modificato rendendolo conforme agli altri vangeli. Questa modifica è dimostrata da diversi documenti: in un manoscritto greco (Codex Bezae Cantabrigensis) e in alcuni manoscritti latini, le parole della voce celeste sono «Tu sei mio Figlio, oggi ti ho generato». Il testo in questa forma era inoltre molto diffuso presso i Padri della Chiesa tra il II e il III secolo, cosa che costituisce una testimonianza importante in quanto la maggior parte dei manoscritti del Nuovo Testamento che sono giunti fino a noi è posteriore a queste testimonianze; ebbene, in quasi tutti i casi, in testimonianze che vengono dalla Spagna alla Palestina e dalla Gallia al Nordafrica, è la forma «Oggi ti ho generato» ad essere attestata. La ragione della modifica del testo sarebbe da ricondurre a un tentativo di rimuovere ogni possibile appiglio agli Adozionisti, una corrente delle origini del cristianesimo per la quale Gesù non era nato Figlio del Padre ma era stato da lui adottato all'atto del battesimo nel Giordano; rimuovendo il riferimento alla «generazione» dal vangelo secondo Luca, si toglieva forza alla posizione degli Adozionisti. – 2. Gc 1,13-14: " Nessuno, quando è tentato, dica: «Sono tentato da Dio»; perché Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male. Ciascuno piuttosto è tentato dalle proprie passioni che lo attraggono e lo seducono". – 3. Secondo la concezione ebraica, il premio o la punizione delle azioni di un uomo venivano date da Dio durante la vita; il premio consisteva in una vita serena (molti figli, il granaio e gli otri pieni ed una morte quando era "sazio di anni"). La punizione erano le malattie. Gli ebrei non pensavano esistesse una vita dipo la morte. Solo dopo la metà del II sec. a.C. si inizia a diffondere in Israele l'idea di una possibile resurrezione dei giusti, ovvero la prosecuzione della vita nel "seno di Abramo" dopo la morte fisica. – 4. E' opportuno sottolineare che il concetto di peccato nell'ebraismo è totalmente diverso dal concetto di peccato nel cristianesimo: il peccato ebraico consisteva nel contravvenire la legge di Dio e quindi il peccato era contro Dio. Nel pensiero di Cristo il peccato consiste nel rifiuto di amare gli altri e quindi si pecca contro gli uomini. Nel cattolicesimo il concetto di peccato si posiziona a metà strada tra il pensiero ebraico e quello di Cristo. – 5. La frase "scacciare di demoni" significa, nella mentalità ebraica, "guarire le malattie". Scacciare i demoni, quindi, nei vangeli, è sinonimo di "guarire le malattie" e, quindi, anche di "perdonare i peccati" che erano stati la causa delle malattie. – 6. Ovvero, "…nel tuo nome guariamo le malattie". – 7. Il termine "demònio" deriva dal latino tardo daemonium traduzione del greco daimónion ("appartenente agli dèi") e quindi collegato a dáimōn il cui significato originario in lingua greca è quello di demone. Nella Bibbia dei LXX tale termine traduceva l'ebraico schedim (idoli vendicativi) e seîrim (satiri). – 8. Il termine "diavolo" deriva dal latino tardo diabŏlus, traduzione fin dalla prima versione della Vulgata (V secolo d.C.) del termine greco diábolos, ("calunniatore", "accusatore"; derivato dal greco diaballein anche qui nell'accezione di "calunniare", "diffamare", "indurre verso una opinione contrapposta"), a sua volta traduzione nella Bibbia dei LXX (III secolo a.C.) del termine ebraico saṭan (avversario in un processo, nemico). – 9. Con questa espressione si intende che gli evangelisti, ed in particolare Marco e Matteo, danno forma di uomo ai sentimenti umani per rendere chiaro il pensiero di Cristo. Si ricorda che questa operazione era in allora normale anche nella lingua parlata e lo è tutt'ora nel Medio Oriente a causa della difficoltà che ha la mente orientale a pensare tramite concetti astratti. – 10. "Lucifero" con il suo significato di "portatore di luce" fu nei primi secoli cristiani un titolo di Gesù, e nel NT "stella del mattino" è una delle immagini del Signore (2Pt 1,19) che, nell'Apocalisse, Gesù applica a se stesso (Ap 22,16). Anche nel canto dell'Exultet si celebra Cristo come "Lucifer matutinus" e nelle litania lauretane "stella del mattino" è applicata alla Madonna. – 11. Is 12,13-14: "Come mai sei caduto dal cielo, Lucifero, figlio dell'aurora? Come mai sei stato steso a terra, signore di popoli? Eppure tu pensavi: Salirò in cielo, sulle stelle di Dio innalzerò il trono, dimorerò sul monte dell'assemblea, nelle parti più remote del settentrione". – 12. Ez 26,18: "Ora le isole tremano, nel giorno della tua caduta, le isole del mare sono spaventate della tua fine". – 13. Attenzione, nella cultura ebraica a cui Luca fa riferimento, è bene ricordare che "Figlio di Dio" in questo passo non indica la natura divina di Gesù, ma indica la protezione che Dio accorda ai suoi figli. La differenza è fondamentale e per comprenderla è opportuno rifarsi alla tradizione regale riportata nei due libri di Samuele; altrimenti non si comprenderebbe neppure il senso di tentare Dio che è "santo" per eccellenza, cioè separato dal male.
 

lunedì 4 febbraio 2013


Domenica 10 febbraio 2013 – V Domenica del Tempo Ordinario
Lc 5,1-11
Mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca.
Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell'altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare. Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d'ora in poi sarai pescatore di uomini». E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.

Nel brano che stiamo esaminando è contenuta(1) la versione lucana della chiamata dei primi discepoli. Questo racconto, che Marco (Mc 1,16-20) riporta in forma più breve all'inizio del ministero di Gesù, è situato da Luca più avanti, all'interno della sezione in cui racconta, riprendendolo da Marco, il ministero di Gesù in Galilea (Mc 1,16-3,19 à Lc 4,31-6,19).
Ponendo l'episodio dopo il discorso inaugurale di Gesù e alcuni miracoli, l'evangelista rende più plausibile la pronta adesione a lui da parte dei primi chiamati. Inoltre arricchisce l'episodio con il racconto della pesca miracolosa, attinto da un'altra fonte, che presenta notevoli affinità con l'apparizione del Risorto narrata in Gv 21,1-14.
Il brano segue la struttura biblica dei racconti delle manifestazioni o vocazioni divine: apparizione, stupore e invito a non temere, segno, messaggio.
"Mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti."
Gesù si trova in piedi, presso il lago di Genezaret: mentre Marco parla del «mare di Galilea»(2), Luca lo denomina con più precisione lago di Genezaret o di Galilea. Luca nota che la folla si trova intorno a Gesù per ascoltare da lui la parola di Dio: questo accenno pone la pesca miracolosa e la chiamata dei discepoli nel contesto della comunicazione di un messaggio la cui divulgazione sarà affidata ai prescelti.
La ressa che si era fatta intorno a lui(3) giustifica la richiesta di una barca su cui sedersi un po' discosto dalla riva. Secondo Marco Gesù vede Simone e Andrea che «gettavano» le reti e successivamente Giacomo e Giovanni che le «rassettavano»; secondo Luca invece i pescatori, scesi dalla barca dopo una pesca infruttuosa, lavavano le reti, per poi riporle sino alla prossima uscita.
"Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca."
Gesù sceglie di proposito la barca di Simone: questi, secondo Luca, non era sconosciuto a Gesù, il quale era già stato a casa sua e aveva guarito sua suocera (cfr. Lc 4,38-39). Salendo sulla barca Gesù può sedersi, assumendo così la posizione tipica del maestro (cfr Mc 4,1).
"Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca»."
Qui inizia una parte del racconto che si allontana dalla storia e si avvicina ad una descrizione teologica situata in un tempo postpasquale, come se ad agire fosse il Risorto.
Gesù si rivolge direttamente a Simone. Andrea, suo fratello, che secondo Marco era anche lui presente, non è nominato, anche se in seguito l'uso del plurale (gettate le reti...non abbiamo preso nulla...catturarono... fecero cenno...) lascia supporre che ci fossero anche altri sulla barca.
"Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano."
Simone si rivolge a Gesù con il titolo prestigioso di maestro (in greco epistatês) e gli fa notare che non può aspettarsi qualche risultato, dopo che nella notte, tempo più propizio per la pesca, non aveva preso nulla; tuttavia si dice disposto a obbedire. Ma sottolinea che lo fa solo perché gli è stato detto da lui: è chiaro che egli si fida di un uomo che è un vero maestro perché insegna cose che lo toccano nel profondo dell'animo, del quale per di più aveva già sperimentato il potere taumaturgico nella guarigione di sua suocera.
Il risultato è superiore a ogni previsione: i pesci sono talmente tanti che le reti rischiano di squarciarsi.
"Allora fecero cenno ai compagni dell'altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare."
A questo punto sono coinvolti anche altri pescatori: tale abbondanza, attuata in forza della parola di Gesù, prefigura simbolicamente la fecondità della sua predicazione e di quella dei discepoli che sta per chiamare.
"Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che erano soci di Simone."
La reazione di Simone è quella tipica della creatura di fronte alla manifestazione divina. Per la prima volta Simone viene qui denominato Pietro, ma nulla è detto circa l'origine di questo secondo nome(4). Egli si rivolge a Gesù con l'appellativo di Signore (in greco kyrios): esso rivela la mano dell'evangelista, in quanto è inusuale nella tradizione sinottica più antica (Marco), mentre è attribuito normalmente a Gesù negli scritti posteriori, quelli apostolici. Siccome Gesù si trovava sulla barca e non poteva scostarsi, l'espressione allontanati da me risulta chiaramente simbolica. Il riconoscimento d'essere un uomo peccatore(5) allude da una parte alla vocazione di Isaia (Is 6,5) e dall'altra alla profezia del rinnegamento, fatta da Gesù nel cenacolo (cfr. Lc 22,31-34). Il comportamento di Pietro e le sue parole presuppongono una manifestazione divina e, come si è accennato prima, sono più adatte a un contesto postpasquale, qual è quello presupposto da Giovanni nel riportare un episodio similare (Gv 21,1-13).
Lo stupore che aveva preso lui e tutti quelli che erano con lui a motivo della pesca miracolosa è anch'esso la reazione umana di fronte alla manifestazione divina (cfr. Lc 4,36). Luca non precisa chi si trovava con lui, ma aggiunge che la stessa esperienza è stata fatta da Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, i quali erano colleghi di Simone: si può quindi pensare, dal momento che Marco parla di due coppie di fratelli che lavoravano in due diverse barche, che fossero loro i pescatori dell'altra barca venuti in aiuto di Simone, ma Luca non lo dice espressamente.
L'omissione di Andrea significa che a Luca interessa mettere in luce come i primi discepoli di Gesù siano appunto i tre che saranno vicini a lui nei momenti più salienti del suo ministero. Lo stupore che pervade Simone e i compagni conferma il carattere soprannaturale della loro esperienza.
"Gesù disse a Simone: «Non temere; d'ora in poi sarai pescatore di uomini»."
L'esortazione "Non temere!" è anch'essa un elemento caratteristico delle manifestazioni divine (cfr. Lc 1,13.30), come pure il conferimento di un incarico.
L'espressione "pescatore di uomini", che è la traduzione esatta di quella usata da Marco (halieis anthrôpôn), non corrisponde esattamene a quella riportata da Luca, che letteralmente suona: "Sarai uno che prende vivi (zôgrôn, da zôn = vivo e agreô = prendere, catturare) gli uomini". Questa formula è più consona all'uso figurato, in quanto coloro che sono catturati non sono destinati a morire come i pesci, ma a vivere. Sullo sfondo di questa immagine c'è forse, in modo analogo ma più vago di quanto si percepisce in Marco, il testo di Ger 16,16(6): in esso però si tratta non di salvezza ma di condanna, in quanto il popolo è «pescato», catturato, per essere trascinato in esilio. Diversamente da Marco il compito di pescare uomini viene affidato direttamente solo a Simone.
"E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono."
A questo punto non si parla più di Simone, ma di tutti coloro che erano coinvolti nella pesca: essi, lasciando ogni cosa, seguono Gesù. È significativo che non sia Gesù a rivolgere loro, come in Marco, l'invito a seguirlo. Sono loro che, come un giorno Isaia  di fronte alla manifestazione del divino (cfr. Is 6,8), si sentono spinti a lasciare tutto per mettersi al suo seguito. Più che una scena di chiamata il racconto è diventato, sotto la penna di Luca, una manifestazione di Gesù come Messia («cristofania») che provoca la sequela da parte di coloro che ne hanno fatto l'esperienza.

Note: 1. L'esegesi che segue è liberamente tratta da un alticolo di Padre Alessandro Sacchi pubblicata in Nicodemo.net. – 2. La parola "mare" in Marco non è un'imprecisione geografica, ma un forte accenno teologico al fatto che la vera libertà non si può trovare in Israele, ma solo andando verso i pagani, i gentili. Il mare, infatti, nella cultura ebraica è luogo di divisione tra Israele e i gentili. – 3. Può sembrare strano, ma i lettori del 2000 difficilmente si rendono conto che Gesù parlava all'aperto e, ovviamente, senza alcun impianto di amplificazione per cui la gente si accalcava intorno cercando di ridurre il più possibile la distanza per poter ascoltare meglio. – 4. Il soprannome Pietro, sia in ebraico che in aramaico ha il significato di testardo, zuccone. Dato che in Matteo e Marco l'apostolo è chiamato Simone quando le sue azioni sono giuste, cioè concordano con Gesù; è chiamato con il doppio nome Simon Pietro quando le sue azioni sono neutre e Pietro quando sbaglia decisamente, lo scrivente ritiene opportuno seguire la stessa logica con Luca. – 5. E' opportuno comprendere che la considerazione "uomo peccatore" nel contesto giudaico ha un significato totalmente diverso da quello che assumerebbe nel contesto cristiano. Infatti nella cultura giudaica il peccato si configura come un'azione fatta in contrasto con la Torah e quindi prevalentemente di tipo rituale nei confronti di Dio. Nel pensiero di Gesù è invece un atto fatto a danno di un'altra persona indipendentemente da qualsiasi legge. Nel pensiero cattolico il peccato si pone in modo intermedio tra la concezione ebraica e quella cristiana, con una certa prevalenza della prima. – 6. Ger 16,16: "Ecco, io invierò numerosi pescatori a pescarli - oracolo del Signore -, quindi invierò numerosi cacciatori a catturarli, su ogni monte, su ogni colle e nelle fessure delle rocce".

lunedì 28 gennaio 2013

Domenica 3 febbraio 2013 – IV Domenica del Tempo Ordinario

Lc 4,21-30

Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: «Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!»». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c'erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova a Sarepta di Sidone. C'erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro».

All'udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

 

Il brano di questa domenica è la continuazione di quello di domenica scorsa. Per comprenderlo è indispensabile leggere tutta l'esegesi scritta per la terza domenica del tempo ordinario.

Quindi, continuando: Gesù arrotola il libro; lo consegna all'inserviente e si mette seduto. Ha finito la lettura e incomincia la predica. Tutti gli occhi sono puntati su di lui: oltre aver letto un brano che non doveva leggere, non previsto, lo ha pure censurato.

Gesù sicuramente aveva tutte le virtù al massimo grado, ma la diplomazia proprio non l'aveva. La gente è tesa, basterebbe tranquillizzarla con una parolina che piace. Invece mette il dito nella piaga e va a tirare fuori due episodi che gli ebrei preferivano dimenticare, ignorare. Due episodi della Bibbia per loro inaccettabili.

"Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato»". Questa e le traduzioni che seguono(1) non sono le migliori in senso assoluto: una maggiore attenzione al significato delle parole sarebbe stata auspicabile. Personalmente preferisco la traduzione che segue in quanto rispetta di più il testo greco: "Allora cominciò a dire: oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi".

Gesù, infatti, sottolinea il particolare degli orecchi per ricordare il profeta Ezechiele: Figlio dell'uomo, tu abiti in mezzo ad una genia di ribelli che hanno occhi per vedere, ma non vedono; hanno orecchi ma non odono perché sono una genia di ribelli (Ez 12,2). Ecco cosa intenderà Gesù ridando la vista ai ciechi. Sono particolari che con l'altra traduzione si perdono e con essi si perde il significato della parola di Gesù.

Gesù sottolinea che oggi si è adempiuta questa scrittura: l'invio del Messia come portatore della Buona Notizia per i poveri, colui che avrebbe aperto gli occhi ai ciechi e inaugurato l'anno accetto al Signore. Qual è la reazione degli ascoltatori?

"Tutti gli davano testimonianza…" No, qui non ci siamo, questa traduzione travisa il senso della frase; il verbo greco è martirèo da cui deriva la parola martire cioè testimone. Ma la testimonianza in questo contesto è contro, lo si vede per come è costruita la frase; tant'è vero che cercheranno di fargli la pelle(2).

"…ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca". Gesù, seduto, continua, dopo la lettura, il suo messaggio di liberazione, in cui tutti ricevono parole di grazia, ma tutti quanti sono scandalizzati(3) da queste parole: non le accettano.

"…e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?»". Il malcontento esplode in denigrazione: chi si crede di essere? È un poveraccio come noi, conosciamo ben suo padre!

Non mettono in dubbio la paternità di Giuseppe(4). In quella cultura figlio non è soltanto colui che è nato dal padre, ma colui che gli assomiglia nel comportamento. La gente della Sinagoga di Nazaret che l'ha visto crescere, dicendo: …ma non è il figlio di Giuseppe?... notano che Gesù non si comporta come il padre. Questa è una caratteristica che l'evangelista ha anticipato nell'episodio dello smarrimento di Gesù al tempio: Gesù non segue i padri, ma il Padre.

E' un episodio strano che si trova all'inizio del vangelo di Luca quando Maria e Giuseppe smarriscono Gesù al tempio (Lc 2,41-52). Un episodio che se preso come una cronaca, fa acqua da tutte le parti; l'episodio ha senso se ne cogliamo il significato recondito: Maria e Giuseppe sono convinti che Gesù debba seguire loro, cioè la tradizione dei padri. Gesù si rifiuta. Gesù non è venuto per seguire i padri ma il Padre. Per questo quando la madre lo ritrova nel tempio gli dice: figlio, perché ci hai fatto questo? Tuo padre (e si riferisce a Giuseppe) ed io, angosciati ti cercavamo.

Gesù dice no: io devo stare nelle cose del Padre mio non nelle cose di padre Giuseppe. Quindi Gesù non segue la linea di Giuseppe.

Per cercare di comprendere la reazione degli abitanti di Nazaret che si domandano: non è egli il figlio di Giuseppe?... ci dobbiamo rifare a quei pochi e scarsi documenti che sono confluiti nel Talmud (il libro sacro degli ebrei5) in cui si trovano tracce di un certo Josef ben Pantera (Giuseppe, figlio di Pantera). Il soprannome di Giuseppe a Nazareth era Giuseppe la Pantera, perché il padre di Giuseppe aveva, come soprannome, Pantera.

Pantera non è il soprannome di una persona tranquilla e pacifica, ma aggressiva. Ed essendo Nazareth il covo dei rivoluzionari, gli Zeloti, che attraverso la lotta armata si volevano liberare dalla dominazione romana, è probabile che anche Giuseppe abbia avuto questa ideologia rivoluzionaria.

Tutti gli si rivoltano contro scandalizzati, e Gesù, anziché cercare di calmarli: "Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: «Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!»»".

Come a dire: non pensare alla cura per i pagani, pensa a curare il tuo popolo. E' la stessa denuncia che gli faranno poi sbeffeggiandolo quando Gesù è sulla croce: ha salvato gli altri, salvi se stesso se è il Cristo di Dio, il suo eletto (Lc 23,35).

Ecco il frutto velenoso del nazionalismo esaltato dalla religione: il sentirsi un popolo eletto e prescelto. Nella storia dell'umanità non c'è mai stata catastrofe più grande come quella compiuta da popoli che si sono sentiti eletti da Dio. Quando un popolo si sente di essere eletto da Dio, sente di avere una missione verso gli altri popoli, magari esportare la democrazia; è sempre fonte di tragedie, è sempre fonte di morte.

"Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria…"

Gesù per annunciare il messaggio di Dio va incontro al rifiuto della patria sua. Questo del "profeta non accetto" è il filo conduttore di tutti i vangeli. Ma come mai un popolo che aspetta il Messia, che crede in Dio, quando Dio si manifesta non lo riconosce? Giovanni nel suo vangelo dirà: "neppure i fratelli credevano in lui" (Gv 7,5). Nel prologo dirà: "… venne tra i suoi ma i suoi non l'hanno accolto" (Gv 1,11).

Perché quando il Signore si manifesta attraverso i profeti e gli inviati di Dio, questi non vengono mai riconosciuti? Quando un Dio in carne ed ossa si manifesta, non ripetendo le cose immutabili del passato, ma annunziando le novità, la religione non lo riconosce. Quando il Concilio Vaticano II ha rivoluzionato la liturgia, quanti di noi hanno detto: "… perché cambiare, si è fatto sempre così…"

Il dio dei riti e delle litugie è il dio che non cambia mai niente. Quello che voleva dire l'ha detto e la sua volontà è immutabile nei secoli. Ogni novità viene sempre vista con sospetto e causa di pericolo(6). Ecco allora l'affondo di Gesù con il quale inoltra un criterio importantissimo che poi Luca farà suo negli Atti degli Apostoli, un criterio che deve guidare la condotta del cristiano: i cristiani vengono riconosciuti perché non pensano ai propri bisogni ma a quelli degli altri.

"Anzi, in verità io vi dico: c'erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova a Sarepta di Sidone."

Per spiegare questa frase al meglio, apriamo una parentesi. Pietro fa un'esperienza sconvolgente in casa di un ufficiale pagano. Vedendo che lo Spirito di Dio scende sull'ufficiale pagano così come era sceso su di lui, annunzia ciò che dovrebbe essere presente nella vita del credente e in ogni catechismo e in ogni teologia: "Voi sapete che non è lecito per un Giudeo unirsi o incontrarsi con persone di altra razza; ma Dio mi ha mostrato che non si deve dire profano o immondo nessun uomo (At 10,28).

E' l'inizio della lungamente attesa conversione di Pietro. Dio ha mostrato che non c'è nessuna persona al mondo, qualunque sia la sua condotta, il suo comportamento, morale, religioso, sessuale, politico… non c'è una persona che possa essere considerata impura, che non possa avere relazione con Dio. Nessuno è escluso dall'amore di Dio; chi esclude gli altri dall'amore di Dio, esclude se stesso. Perché Dio non tollera che vengano discriminate le persone in nome suo. Pietro ha fatto questa esperienza drammatica e lo ha confessato.

Questo è ciò che Gesù dice citando due episodi sui quali si preferiva sorvolare. Una carestia devastante: per 3 anni e 6 mesi non è mai piovuto. Era già un paese arido e con tutta quella siccità la gente moriva come le mosche. Ma Dio inviò Elia altrove, in Libano. E questo gli ebrei non lo mandavano giù (1Re 17,8-16).

Ricordiamo che la vedova è il personaggio più derelitto. Significa una che non ha un uomo che provveda a lei, quindi una persona bisognosa. Ebbene, con tanti bisognosi che c'erano in Israele al tempo della carestia, quando Dio ha mandato Elia per saziare qualcuno, non ha guardato le vedove di Israele, ma è andato dal nemico storico di Israele, il Libano, da una vedova. Non esiste un popolo eletto: l'amore di Dio è per tutta l'umanità. Là dove c'è il bisogno, lì Dio è presente.

"C'erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro»". Con tanti lebbrosi che c'erano in Israele, l'unico che è stato purificato era un nemico di Israele: un siriano (2Re 5,1-27). Libanesi e Siriani, nemici storici di Israele sono stati beneficiati dall'azione del Signore. Ma quest'ultima citazione che Gesù fa di Eliseo, ha uno strascico: da Eliseo si presenta Naaman il Siro per chiedere di essere purificato dalla lebbra. Eliseo lo manda a tuffarsi sette volte nel Giordano per essere purificato. Quando fu purificato, il Siriano va da Eliseo e non sa come ricompensarlo. Eliseo non vuole assolutamente niente, perché l'azione di Dio è sempre gratuita. Quando l'azione di Dio viene comprata, si prostituisce il volto di Dio(7). Ma Eliseo aveva un servo che si chiamava Ghecazi al quale non è andata bene la generosità del padrone; ha rincorso l'ufficiale per chiedergli una ricompensa. L'ufficiale siriano allora lo riempie di beni, ma appena il servo, pieno di beni, torna da Eliseo, si trova ad essere lebbroso, lui un figlio di Israele. La lebbra scomparsa dal pagano si è attaccata a lui, rendendolo impuro per sempre.

Per Gesù quello che sta succedendo a Nazareth non è diverso da ciò che succede sempre ad un inviato di Dio, perché la caratteristica dell'inviato è l'universalità dell'amore. "All'udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù."

Siamo in Sinagoga, per cui si presume che sia frequentata da gente che andava a pregare, a ringraziare il Signore, ad ascoltare la sua parola, la Sacra Scrittura, la predica…

La prima volta che Gesù entra nella Sinagoga, tentano di fargli la pelle, cercano di ammazzarlo. Naturalmente non sono descrizioni di episodi giornalistici, è teologia.

Qui l'evangelista non fa altro che anticipare quello che accadrà a Gerusalemme, la città posta sul monte; ed è a Gerusalemme che Gesù verrà assassinato, ma fuori dalla città. Quindi l'evangelista fa vedere, già all'inizio, tutto il rifiuto che Israele farà al suo Messia, al suo Cristo.

"Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino".

Se noi prendiamo l'episodio come descrizione storica è incongruente: Nazareth contava sì e no 120 abitanti ma sarebbe bastato che la metà fossero presenti per riuscire a gettarlo giù. Ma lui, senza correre, va via. Questa narrazione è all'insegna della passione di Gesù e l'evangelista anticipa qui la risurrezione di Gesù che sfuggirà alla morte.

Gesù verrà sempre rifiutato quando si presenterà come il Messia al suo popolo, mentre verrà accolto in terra di Samaria, secondo Govanni: lì riconosceranno che Gesù è il Messia e il Salvatore del mondo, non il salvatore di Israele, ma il salvatore del mondo.

Più sarà tra gente normale, magari grandi peccatori, più verrà riconosciuto e accolto.

 

Note: 1. Sono traduzioni tratte dall'edizione CEI 2008 della Bibbia. – 2. Questo dimostra come la traduzione CEI 2008 cerca di dare un senso positivo alla reazione dei nazareni, per poi trovarsi in contrasto con il testo che segue. Se la reazione fosse positiva Gesù non avrebbe ricordato i due episodi della Bibbia che mettono in cattiva luce gli ebrei. – 3. Scandalizzati sembra una traduzione migliore di meravigliati. – 4. In questo vangelo Luca è molto chiaro: "…ed era figlio, come si credeva, di Giuseppe…"(Lc 3,23). – 5. La tradizione rabbinica riteneva che Mosè sul Sinai avesse ricevuto, oltre alle tavole della Torah e ai precetti descritti nel Deuteronomio, anche leggi trasmesse solo verbalmente e trascritte più tardi nel Talmud. – 6. La concezione di un Dio immobile sempre uguale a se stesso non appartiene nemmeno alla Bibbia. Quando Mosè, avvicinandosi al roseto ardente (Es 3,14.6,3), chiede il nome di Dio, si sente rispondere: "il mio nome è Io sarò (Jhwh, Jawé)" che ben descrive il divenire continuo di Dio. – 7. Teniamolo ben presente quando offriamo qualcosa a Dio per ottenere un aiuto. Se poi ci priviamo di qualcosa per offrirgliela (i famosi "fioretti") ricordiamoci che in questo caso noi supponiamo che Dio gioisca delle nostre sofferenze! Se non è bestemmia questa….