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Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


lunedì 18 febbraio 2013


Domenica 24 febbraio 2013 – II Domenica di Quaresima
Lc 9,28b-36
[Circa otto giorni dopo questi discorsi,]1 Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d'aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli non sapeva quello che diceva. Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All'entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l'eletto; ascoltatelo!». Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

Il brano si apre con una indicazione di tempo e di luogo(2): "Circa otto giorni dopo questi discorsi, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare." L'episodio della trasfigurazione viene collegato temporalmente all'ultimo fatto narrato, cioè la professione di fede di Pietro e il primo annunzio della sua imminente morte e risurrezione fatto da Gesù non a Cesarea di Filippo (come in Marco e Matteo), ma in un luogo appartato, presumibilmente in Galilea (Lc 9,18-22). Ma mentre Marco accenna a un lasso di tempo di "sei giorni"(3), Luca parla di circa otto giorni, dimostrando così di pensare alla risurrezione, avvenuta appunto l'ottavo giorno, con la quale la trasfigurazione è strettamente collegata.
"…Pietro, Giovanni e Giacomo…". Sono i discepoli che, dominati dalla tradizione, avranno le maggiori difficoltà a seguire Gesù. Pietro è stato chiamato satana. Giacomo e Giovanni, soprannominati "figli del tuono", quando chiederanno i posti d'onore nel suo regno, si sentiranno rispondere da Gesù che l'unico posto d'onore è quello accanto alla croce e scompariranno dal vangelo di Marco. Sono anche i tre che Gesù prenderà con se nel momento drammatico che precede il suo arresto nel Getsemani. Possiamo dire che l'episodio della trasfigurazione si è verificato proprio a beneficio di questi tre discepoli "discoli" che non accettano le parole di Gesù.
Luca non parla di un "alto monte" come fa Marco, ma dice semplicemente che Gesù "salì sul monte a pregare". L'accento quindi non è posto sul monte, ma sulla preghiera, che secondo Luca fa da sfondo a tutti gli episodi più importanti della vita di Gesù. Il monte(4) è ritenuto un luogo adatto alla preghiera, sia per la solitudine che vi regna, sia perché simbolicamente più vicino al Dio che metaforicamente abita nei cieli.
"Mentre pregava, il suo volto cambiò d'aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante". Luca sottolinea che l'evento straordinario ha avuto luogo proprio mentre Gesù pregava, presentandolo così come una risposta di Dio a colui che si rivolgeva a lui con fiducia. Diversamente da Marco, che usa il verbo meta-morpheô, "cambiare forma" e si limita poi a descrivere il candore delle vesti, Luca dice che è anzitutto il volto di Gesù che cambia aspetto; solo dopo anche lui riprende il dettaglio dell'abito, osservando che diventa non solo bianco, ma anche sfolgorante.
In questo episodio, l'evangelista anticipa gli effetti della morte in Gesù: la morte non ha distrutto Gesù, ma gli ha consentito di manifestare quello splendore che durante l'esistenza non gli era stato possibile manifestare. La morte, secondo i vangeli, non distrugge l'individuo, ma gli consente di liberare tutte le energie, tutte le sue potenze vitali e di realizzarsi in una maniera completamente nuova.
Scrive Paolo, nella seconda lettera ai Corinzi, che questa trasformazione, questa metamorfosi, non inizia con la morte, ma inizia già durante la vita: "E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l'azione dello Spirito del Signore" (2Cor 3,18). I primi cristiani non credevano che sarebbero resuscitati dopo la morte, ma credevano di essere già resuscitati e dicevano "se non si risuscita finché si è vivi, quando si è morti non si resuscita più". I primi cristiani credevano di avere una vita di una qualità tale che, attraverso un processo di trasformazione che si operava già in questa esistenza(5), la persona raggiungeva quella che è la soglia definitiva.
"Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme."
Improvvisamente Gesù non è più solo: come in Marco, Mosè ed Elia appaiono accanto a Gesù in atto di conversare con lui; questi due personaggi vengono proprio per aiutare i tre discepoli indecisi. Gli ebrei chiamano "la Legge e i Profeti", quello che noi chiamiamo A.T.(6); la Legge era stata data a Mosè e i Profeti erano rappresentati da quello che era considerato il massimo profeta, Elia. Qui appare, detto con il nostro linguaggio, tutto l'Antico Testamento (Mosè ed Elia) che conversano - non con Pietro, non con Giacomo, non con Giovanni - ma soltanto con Gesù. Mosè ed Elia non hanno più nulla da dire alla comunità cristiana, ma possono soltanto dialogare con Gesù.
Questa definizione che dà l'evangelista è importante perché tutti gli atteggiamenti negativi di Pietro, di Giacomo e di Giovanni vengono dall'attaccamento alle tradizioni religiose che si erano consolidate nell'A.T.(7), dalla concezione che il regno d'Israele dovesse diventare dominatore di tutti gli altri popoli pagani, al Messia che doveva manifestarsi attraverso il potere. Tutto questo è finito. Né Mosè, né Elia, quindi né la Legge, né i Profeti, hanno più nulla da dire alla comunità cristiana se non in quelle parti (sono poche, ma ci sono) che sono conciliabili con l'insegnamento e l'attività di Gesù.
Diversamente da Marco, Luca segnala anche il tema della conversazione: essi parlavano con Gesù degli eventi che avrebbero avuto luogo a Gerusalemme. la città santa, verso la quale Gesù fra poco si dirigerà (cfr. Lc 9,51). L'allusione è chiaramente alla morte e alla risurrezione di Gesù, che vengono sintetizzate con il termine exodos, esodo, che richiama la parola "elevazione" usata in Lc 9,51. È chiaro anche il riferimento all'esodo degli israeliti dall'Egitto, che troverà nella morte e risurrezione di Gesù il suo compimento. Non stupisce il fatto che siano Mosè ed Elia a parlare con Gesù di questo argomento, in quanto per Luca Mosè e i profeti avevano predetto la sofferenza di Gesù (cfr. Lc 24,25-27.44-46). L'accenno a Gerusalemme, come luogo in cui gli eventi finali della vita di Gesù dovevano compiersi, rappresenta un tema specifico della teologia di Luca.
"Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui." Il sonno che coglie i discepoli (menzionato solo da Luca) non è un fenomeno fisiologico, ma l'espressione della fragilità e deficienza dell'uomo di fronte alla manifestazione divina. È la stessa reazione di Abramo (Gen 15,12) e quella che coglierà i discepoli nell'orto degli Ulivi (cfr. Lc 22,45). Pur utilizzando l'immagine del sonno, Luca non vuole che sia diminuita l'attendibilità della loro esperienza, perciò sottolinea che hanno fatto la loro esperienza quando si sono svegliati(8). E' così fuori dubbio che essi hanno visto non solo i due uomini che stavano con Gesù, ma anche la "sua" gloria: in questo momento Gesù si trova già, come Mosè ed Elia, nella gloria di Dio.
"Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli non sapeva quello che diceva."
Povero Pietro! Ancora una volta tocca a lui fare una brutta figura; qui Simone (notate come Luca lo chiama con il soprannome Pietro, segno di un plateale errore che Simone sta commettendo) svolge il suo ruolo di tentatore di Gesù, e seguita a essere non la pietra da costruzione(9), ma la pietra di inciampo.
Per comprendere la tentazione che Pietro fa a Gesù (o la seduzione, se preferite) bisogna rifarsi alla mentalità dell'epoca. Tra le feste che c'erano in Israele, ce ne era una talmente importante, la più conosciuta, la più popolare al punto che non veniva neanche nominata, veniva semplicemente detta "la festa": era la festa delle capanne. Era una festa di origine agricola: in autunno, una volta terminata la vendemmia, si celebrava il raccolto dimorando per sette giorni sotto delle frasche; nel corso dei secoli questa festa agricola venne trasformata in festa religiosa in ricordo della liberazione dalla schiavitù egiziana. Come il popolo aveva vissuto nomade nel deserto, così la comunità israelita, per una settimana, riviveva questa festa della liberazione vivendo sotto delle capanne fatte di frasche. È una festa ancora attuale in Israele.
Essendo la festa della liberazione dalla schiavitù, c'era tutta una tradizione ebraica che diceva: il Messia, nessuno sa né da dove viene, nè quando verrà; si sa soltanto che apparirà improvvisamente durante la festa delle capanne. Ecco cosa vuole Pietro.
Pietro, che vede Gesù con Mosè, cioè la Legge, e con Elia, cioè i Profeti, dice: facciamo tre capanne, cioè manifestati come Messia, come liberatore di Israele. Notate l'ordine: quando ci sono tre personaggi, il più importante, nella mentalità ebraica, sta sempre al centro(10). Per Pietro, non è importante Gesù, per Pietro è importante Mosè: "facciamo tre capanne: una per te, una per Mosè" - al centro – "e una per Elia". Pietro è ancora condizionato da questa mentalità della Legge di Mosè, e pensa che il Messia sia colui che deve far osservare la Legge.
La novità portata da Gesù è stata definita "vino nuovo" ed è incompatibile con le vecchie strutture religiose, con gli "otri vecchi" (Mt 9,16-17). La relazione che Gesù è venuto a portare tra gli uomini e Dio, non è possibile farla inserire nelle strutture religiose determinate dalla Legge. Sia Mosè che Elia venivano definiti servi del Signore, e Mosè aveva stabilito un patto, un'alleanza, un rapporto tra gli uomini e Dio come quella di un servo nei confronti di un Signore basata sull'obbedienza e sull'offerta.
Con Gesù tutto questo è terminato. Gesù viene ad inaugurare una nuova alleanza che non sarà basata sull'obbedienza come quella di un servo, ma su un processo di assomiglianza; non più sull'offerta di doni a Dio, ma presenterà un Dio che si offre agli uomini.
Sono due vie completamente differenti. Pietro, però, vuol mettere la novità portata da Gesù dentro gli "otri vecchi" della religione e della Legge. Ma Legge e insegnamento di Gesù sono assolutamente incompatibili: il processo di Gesù è di liberare le persone dalla Legge(11), dalla religione, per trasportarle nell'ambito della fede. Non più ciò che l'uomo deve fare nei confronti di Dio, ma ciò che Dio fa nei confronti dell'uomo.
"Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All'entrare nella nube, ebbero paura." La nube "li coprì con la sua ombra" (epeskiazen autous): l'uso dell'imperfetto indica che si tratta di un fenomeno prolungato, che verosimilmente coinvolge tutti i presenti, cioè Gesù e i discepoli, ma non Mosè ed Elia che si sono già allontanati. A questo punto Luca riprende il tema del timore che coglie i discepoli, non più, come in Marco, alla visione di Gesù trasfigurato con Mosè ed Elia, ma all'entrare nella nube. Il fenomeno della nube è un simbolo della presenza attiva di Dio in mezzo al suo popolo: gli ebrei dell'esodo erano guidati dalla nube (Es 13,21), la gloria di Dio copre il santuario con la sua ombra (Es 40,34-35), la nube riempie il tempio edificato da Salomone (1Re 8,10); infine il Figlio dell'uomo viene con le nubi del cielo (cfr. Dn 7,13). Paolo riassume queste esperienze in un modo che si avvicina molto a quello di Luca: "I nostri padri furono tutti sotto la nuvola, tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati in rapporto a Mosè nella nuvola e nel mare" (1Cor 10,1-2).
"E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l'eletto(12); ascoltatelo!»."
Pietro sta ancora parlando e viene interrotto; questo, da ora in poi, sarà il comportamento di Dio e dello Spirito Santo con Pietro.
Gesù è stato paziente con Pietro, lo Spirito Santo e il Padreterno un po' meno. Ogni volta che Pietro parla, arriva lo Spirito Santo che lo interrompe perchè non è d'accordo con quello che sta dicendo Pietro(13). In questo caso, è Dio stesso che non è d'accordo sulla tentazione o sulla seduzione proposta da Pietro. Il rapporto con Dio non è più quello dei servi nei confronti del loro Signore basato sull'obbedienza, ma quello dei figli con il loro padre, basato sull'amore. È una relazione completamente differente. La voce di Dio dice: "questi è il figlio mio", cioè quello che mi assomiglia, vedendo lui capite chi sono io. Potremmo tradurre anche "questi è il mio unico erede" perché questo era allora il significato della frase; unico erede significa colui che ha tutto ciò che ha il Padre. Questo è avvenuto nel momento del battesimo, quando Dio gli ha riversato sopra tutta la sua capacità d'amare, tutto il suo essere amore, cioè lo Spirito Santo: ecco l'eredità di Gesù.
Il Padre non si è compiaciuto in Mosè, non si è compiaciuto in Elia, che sono espressioni parziali della religione e la religione non riuscirà mai a dare l'idea di chi è Dio perchè Dio è al di fuori della religione.
Se Gesù è stato ammazzato è perché lui non è un riformatore religioso, Gesù non è un profeta che è venuto a portar avanti il cammino degli uomini, sempre nell'ambito della religione. Gesù è al di fuori della religione, ha estratto le radici marce della religione e ha dimostrato che quello che gli uomini credevano favorisse la comunione con Dio, era ciò che la impediva. Per questo tutta la società si è rivoltata contro Gesù: la società religiosa, la società civile e la sua stessa famiglia (cfr Mc 3,20–21.31-35), perché ha distrutto le basi del potere.
Poi l'ordine, con il verbo espresso al tempo imperativo: "Ascoltatelo". Sarebbe molto più corretto seguire la costruzione greca "Lui ascoltate" perché rende meglio il senso voluto da Luca: non ascoltate né Mosè, né Elia, quindi né la Legge né i Profeti, "Lui ascoltate". Quindi è un invito alla comunità cristiana a fissare l'attenzione su Gesù, sul suo insegnamento e sulle sue opere.
"Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto."
Modificando l'annotazione di Marco, secondo il quale i discepoli, dopo aver ascoltato la voce, "non videro più nessuno ma Gesù solo con loro" (Mc 9,8), Luca lascia intendere che mentre si faceva sentire la voce non c'era nessuno con Gesù: Mosè ed Elia infatti si erano allontanati già prima, quando Pietro aveva esternato il suo desiderio di fare tre tende. Diversamente da Marco, Luca non dice che Gesù abbia proibito ai tre discepoli di raccontare, prima della sua risurrezione, quello che avevano visto, ma osserva che essi stessi (di loro spontanea iniziativa?) non hanno riferito a nessuno quello che avevano visto.
La domanda che ci poniamo è: perché? Si può provare a rispondere: perché si sono sentiti sconfitti, sconfessati nelle loro credenze e da Dio in persona. Pensavano di seguire un Messia riformatore della legge di Mosè, un Messia violento sulla scia di Elia che si vantava di aver scannato, da solo, centinaia di sacerdoti pagani! (Cfr 1Re 18,38-40).
Vedono che Dio non è d'accordo, non hanno capito Gesù, lo hanno contraddetto, lo hanno tentato e adesso si attendono una punizione da parte di Dio.
Nonostante tutto lo sforzo di Gesù di trasportarli dalla religione alla fede, da un rapporto con Dio basato sull'obbedienza e sul timore dei suoi castighi, ad un rapporto con il Padre basato su un amore misericordioso e compassionevole, nonostante che seguono Gesù, rimangono ancora vittime dell'idea religiosa.
Questo fa capire quanto è difficile sradicare dalla nostra vita quelle idee perverse, che la religione ci ha messo, del castigo di Dio, della condanna di Dio, di un Dio scontento, di un Dio offeso.
Solo quando Gesù sarà già resuscitato, tutto sarà chiaro e parleranno di quanto hanno sperimentato. Questo sarà un processo lungo, quasi interminabile. Ci vorrà di nuovo l'intervento di Dio perché questo processo di maturazione avvenga.
La lettura degli Atti degli Apostoli dimostra come Gesù non ha abbandonato Pietro, ma lo ha seguito passo passo nel percorso difficile, accidentato della sua conversione. Pietro sarà l'ultimo degli apostoli a convertirsi.

Note: 1. La frase tra parentesi quadre non è riportata dal liturgista nel brano di questa domenica. Ritengo opportuno riportarla in quanto dimostra come Luca leghi la trasfigurazione alla risurrezione. – 2. L'esegesi di questo brano è stata liberamente tratta da un articolo di P. Alessandro Sacchi pubblicato su Nicodemo.net. – 3. Il numero sei, il sesto giorno, è il giorno della creazione dell'uomo; non solo, è il giorno in cui Dio si è manifestato nel Sinai: in Es 24,16 si legge "la gloria di Jahve venne a dimorare sul monte Sinai e la nube lo ricoprì per sei giorni". Mettendo questa indicazione "sei giorni" Marco unisce e richiama questi due momenti: il giorno della creazione dell'uomo e il giorno della manifestazione della gloria di Jahve sul monte Sinai. – 4. La tradizione lo identifica con il Tabor, situato nei pressi di Nazareth, o con l'Hermon, nel Libano meridionale; in senso simbolico indica però il luogo in cui Dio si rivela al suo popolo. – 5. Per questo Paolo dice "di gloria in gloria", ed è la manifestazione visibile dell'amore per gli altri. – 6. Con tale dicitura gli ebrei intendono l'alleanza con Dio e l'insieme delle promesse collegate con l'alleanza e manifestate dai Profeti. L'alleanza è la premessa della Legge, ma non è la Legge. – 7. Questa situazione si ripete oggi nella Chiesa Cattolica che, non riuscendo a staccarsi dalle sue tradizioni, si trova ad essere così distante dalla vita odierna degli uomini da essere da loro rifiutata (Vedi Gaudium e Spes n. 19). Se la Chiesa Cattolica recuperasse la parola di Cristo e la mettesse in pratica, riacquisterebbe il suo posto nella mente di ogni uomo, perché tradizione e parola di Cristo sono spesso in contrasto tra di loro. – 8. La frase nel testo greco può essere tradotta in due modi: uno è quello riportato, l'altro è "…tuttavia restarono svegli…". Entrambe le traduzioni non modificano il senso del brano. – 9. Cfr Mt 16,18: "…Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa…" in realtà nel testo greco la prima "pietra" (Pietro) non può essere tradotta in questo modo, ma significa mattone da costruzione (Matteo riprende questa frase da Paolo). La seconda in greco significa "roccia" che è il simbolo di Dio nell'AT. La traduzione "…Pietro…pietra…" fu inserita nel IV-V secolo per giustificare il primato del vescovo di Roma sugli altri vescovi. – 10. Vedere, a questo proposito, la disposizione delle croci sul Golgota: Gesù è crocifisso al centro. Questo non vuol dire che lo sia stato realmente, solo che non poteva essere rappresentato in altro modo. – 11. Paolo dirà: "Cristo ci ha liberati dalla maledizione della Legge…" (Gal 3,10). – 12. Luca usa l'appellativo di «eletto» (eklelegmenos, al presente); questo termine allude espressamente ai carmi del Servo, dove questi è chiamato eklektos (cfr. Is 42,2): usando il presente, Luca vuole forse sottolineare che in Gesù l'elezione è un evento che si sta verificando proprio qui e ora in modo durevole. – 13. Questo atteggiamento di Dio nei confronti di Pietro sarà evidente negli Atti degli Apostoli e terminerà con la sua conversione (At 10,9-16).

lunedì 11 febbraio 2013


Domenica 17 febbraio 2013 – I Domenica di Quaresima
Lc 4,1-13
Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, dì a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l'uomo».
Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». Gesù gli rispose: «Sta scritto: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto».
Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti:
Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo
affinché essi ti custodiscano
;

e anche:
Essi ti porteranno sulle loro mani
perché il tuo piede non inciampi in una pietra
».

Gesù gli rispose: «È stato detto: Non metterai alla prova il Signore Dio tuo».
Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.

Il brano in esame è preceduto dall'episodio del battesimo di Gesù e dalla descrizione della sua genealogia.
"Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo."
Dal battesimo partiamo per cercare di comprendere questo episodio che ha un grande valore umano e teologico, ma non storico cioè non è mai accaduto, almeno nei termini con cui è riportato da Luca. In questo episodio vi sono tre elementi che occorre analizzare: lo Spirito, il deserto e il diavolo.
Lo Spirito: Gesù, immergendosi nell'acqua del Giordano viene riconosciuto dal Padre come "Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento " (Lc 3,22)1, cioè colui che eredita tutto. Quindi in Gesù, dopo il battesimo, c'è tutta la pienezza di Dio e il Padre gli effonde lo Spirito, cioè la sua capacità d'amore. E' proprio questa capacità di amare che lo metterà in tale contrasto con il mondo che lo circonda da fargli desiderare di non possederla e di pensare solo a se stesso.
Il deserto: nella parola deserto rivive tutta la storia del popolo di Israele, che una volta liberato dall'Egitto, secondo quanto riportato nel libro dell'Esodo, viene messo alla prova da Dio nel deserto per vederne la capacità. Non solo, per gli ebrei la parola deserto rievocava un luogo senza persone, disabitato, in contrasto con la nostra simbologia dove deserto è un luogo senza acqua. L'ingresso di Gesù nel deserto da la possibilità a Luca di far comprendere come Gesù nella sua predicazione, nonostante fosse circondato da numerosi disepoli, si sentisse solo perché, sostanzialmente, era incompreso.
Il diavolo: Luca, come Matteo, vuole innanzitutto sottolineare che le prove della vita non vengono da Dio(2), e, per farlo, utilizza la presenza di questo personaggio.
Anzitutto, bisogna dire che questo episodio, e qui va compresa la tecnica letteraria degli evangelisti, non indica un determinato e ben circoscritto periodo della vita di Gesù, nel quale egli ha vissuto questa lotta, e una volta uscito vincitore ha proseguito nella sua attività. L'evangelista, mettendo questo episodio all'inizio dell'attività di Gesù, vuol dire che tutta la sua vita sarà all'insegna della tentazione. Non quindi un episodio di quaranta giorni nella vita di Gesù, ma un avvertimento dell'evangelista: attento lettore, perché in tutta la sua esistenza Gesù verrà sottoposto a queste terribili tentazioni che non sono facili da superare. La chiave di comprensione risiede in quel numero quaranta che, nella numerologia ebraica, unito alla parola giorni, equivale a "tutta la vita".
Per la prima e ultima volta, occorre sottolinearlo, nel vangelo appare questo personaggio; nei vangeli il diavolo ha un ruolo estremamente marginale.
Normalmente noi confondiamo tra di loro le figure del satana, dei demòni e del diavolo. Vediamo se, in breve, riesco a spiegare chi sono e perché sono state introdotte nel cristianesimo.
Il satana: gli ebrei pensavano che Dio inviasse il satana per esaminare il comportamento di ciascuno (cfr Gb 1,6-17) e quindi punirli dei loro peccati(3). Satana, in ebraico, non è un nome proprio di persona, ma un nome comune che indica una attività, quella del pubblico ministero, dell'avversario in un processo. Il pubblico ministero ha il compito di far risaltare le accuse, la gravità del comportamento: questa è l'azione del satana nell'AT, mutuata dall'organizzazione dell'impero persiano (Israele è stato per alcuni secoli sotto il dominio persiano); infatti il satana era un funzionario della corte persiana. Questo funzionario girava per le regioni e guardava il comportamento dei governatori: se uno si comportava bene lo segnalava al re per farlo promuovere, per premiarlo; se uno si comportava male lo segnalava al re per castigarlo, eventualmente anche con la morte. Sempre secondo il pensiero ebraico, per punire gli uomini Dio inviava loro le malattie la cui gravità era proporzionata ai peccati commessi(4); la malattia era inviata tramite il satana che, a sua volta, demandava l'applicazione della pena ad alcuni dei minori fenici che, in lingua greca, venivano chiamati daimonios(5) come Beelzebùl (Baal Zebub, il dio delle mosche), citato da Luca (Lc 11,14-23).
Nel NT, "il satana" perde il suo ruolo di accusatore, tipico dell'AT. Nel vangelo di Luca, Gesù ne sancisce la fine: (Lc 10,17-18) "I settantadue tornarono pieni di gioia dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome(6)». Egli disse: «Io vedevo il satana cadere dal cielo come la folgore." La caduta dal cielo (cioè da una posizione di importanza) del satana è una conseguenza diretta della presa di coscienza da parte dell'uomo della propria capacità di costruire il regno di Dio.
I demòni(7): oltre ad essere identificati negli dei fenici portatori di malattie, i demòni entrano nella Bibbia con la traduzione dall'ebraico in greco fatta in Alessandria d'Egitto nel II secolo a.C. da parte dei cosidetti "Settanta". Non si tratta di una semplice traduzione, ma anche di un arricchimento con glosse esplicative o modifiche talora di considerevole importanza, la cui eco si sente anche nei Vangeli. Scompaiono infatti tutti gli elementi mitologici tipici delle tradizioni più antiche come i satiri, le sirene, i centauri, i fauni, le streghe; i traduttori, che vivevano in una società greca cioè in una società intellettuale, evoluta anche a livello teologico e spirituale e quindi lontana dalle forme della mitologia antica, tutte le volte che hanno trovato queste espressioni (se ne conoscono 19 casi), le hanno tradotte sistematicamente con il termine "demòne" che in greco significa essere appartenente agli dei, sia buono che malvagio, ma anche malattia, ossessione, superstizione.
Una reminiscenza di questo significato l'abbiamo anche in italiano quando diciamo che un tizio ha il "demone del gioco", ha l'ossessione del gioco, è quindi malato. La traduzione dei Settanta è stata il testo di riferimento degli evangelisti che, non essendo più conoscitori della lingua ebraica antica, hanno dovuto riferirsi alla traduzione in greco; un esempio chiaro di questa influenza si ha nella traduzione di Isaia 7,14: "Ecco, la giovane ("almah" in ebraico) concepirà e partorirà un figlio che chiamerà Emmanuele (Dio con noi)". Isaia si riferisce alla giovane moglie di Achaz, re di Giuda; i Settanta tradurranno almah con vergine, consentendo la lettura del versetto come profezia messianica.
Il diavolo: il termine, dal punto di vista etimologico(8), ha lo stesso significato di "il satana", anche se in senso dispregiativo, ma ha assunto tradizionalmente il significato di "tentatore" e tale è la sua funzione nel vangelo di Luca. La figura del diavolo è, insieme a quella dello "spirito impuro" del vangelo di Marco, una trasformazione antropologica(9) dei sentimenti umani. Luca, come Matteo, sintetizza in questa figura il sentimento dell'egoismo esattamente come Marco sintetizza negli spiriti impuri i sentimenti di rabbia e rivolta violenta nei confronti delle parole di Gesù (Mc 1,21-28).
Nella Bibbia è assente la leggenda di Lucifero(10), il bellissimo angelo caduto a causa del suo orgoglio e della sua superbia, e degradato per sempre ad orrendo diavolo. L'immagine tradizionale del diavolo (corna, zoccoli e coda) ha origine dalla rappresentazione mitologica del dio greco Pan fatta propria dall'immaginazione medioevale.
Una prima idea del peccato d'orgoglio di un arcangelo, affiora in testi apocrifi dei primi secoli del cristianesimo. La leggenda di Lucifero nasce dalla fusione di due brani dell'AT: la satira contro Nabucodonosor re di Babilonia del profeta Isaia(11), e quella contro Et-Baal re di Tiro del profeta Ezechiele(12).
Il primo autore cristiano che identificò il diavolo con Lucifero, è Origéne nel II sec. d.C. Dei due re delle satire di Isaia ed Ezechiele, fece un solo personaggio: l'angelo decaduto. Questo divenne, in modo incomprensibile, l'indiscussa tradizione nella Chiesa.
Nel IV sec. Girolamo si adoprò per confutare quanto affermato da Origéne, ma a causa di un suo errore di traduzione (Girolamo ha fatto molti errori che hanno pesato molto sulle decisioni dottrinali), Lucifero divenne comunque l'angelo decaduto che urla la sua disperazione.
Nel VI sec. Gregorio Magno (lo stesso che, a torto, definì prostituta Maria Maddalena) legittimò definitivamente la convinzione che il diavolo fosse un angelo decaduto; Gregorio fu un papa grande, anche negli errori.
Il successo della leggenda dell'angelo caduto, ebbe come conseguenza la fine della chiara distinzione presente nella Bibbia tra il satana, il diavolo e i demoni; i tre termini furono uniti in uno solo, Lucifero, il demonio che diventa il satana, il diavolo per eccellenza, perdendo così il significato reale dei termini e la loro importanza teologica.
"Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame.". Il digiuno di Gesù non è un digiuno religioso. Luca trae questa indicazione da Matteo che mette in parallelo Gesù con Mosè, che prima di ricevere da Dio la Legge sul Sinai digiunò quaranta giorni e quaranta notti (Es. 34,28; Dt. 9,9-11).
Il "digiunare" di Luca, così come in Matteo, indica una esperienza di pienezza di Dio da parte di Gesù il cui "nutrimento" è nella sua Parola che riempie la vita. Allo stesso modo, la "fame" di Gesù non va intesa in senso fisico, ma come desiderio di Gesù di cibarsi di quanto proviene da Dio e di poterlo comunicare agli altri.
" Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, dì a questa pietra che diventi pane»."
Il tentatore si avvicina a Gesù e gli dice: "Se sei Figlio di Dio...". Cioè, trai dei vantaggi da questa tua condizione(13); se c'è Dio che ti protegge, giacché sei il Figlio e quindi hai assicurata la sua protezione, usa le tue capacità a tuo vantaggio, dì che queste pietre diventino pani. Per il tentatore il pane serve per salvare se stesso, salvare la propria vita, mentre Gesù stesso si farà pane per salvare la vita degli altri, donando la propria vita. Sarebbe qui interessante mettere in paragone l'insegnamento dato da Gesù con la moltiplicazione dei pani: per Gesù l'abbondanza dei pani non verrà per un intervento prodigioso da parte di Dio, non c'è più bisogno di moltiplicare i pani, basta condividere generosamente quelli che ci sono, e si crea l'abbondanza e si sfama tutta l'umanità. L'interpretazione dell'episodio della moltiplicazione dei pani, considerato da molti il manifesto politico di Gesù, come invito ed esempio alla condivisione per conseguire il benessere del popolo, è facilmente realizzabile alla luce delle beatitudini e se si mette un momento in ombra la componente miracolistica della esegesi tradizionale.
"Gesù gli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l'uomo».
Questa risposta di Gesù è presa da un testo del libro del Deuteronomio, che riguarda le prove del popolo nel deserto, dove l'autore scrive che Dio ha sottoposto alle prove il suo popolo per quarant'anni (Dt 8,1-6). Ecco il paragone tra i quarant'anni nel deserto e i quaranta giorni di Gesù. La tentazione di Gesù è la stessa che ha vissuto il popolo di Israele. Nel libro del Deuteronomio si legge che Dio donò al popolo la manna, la manna scesa dal cielo, come segno di garanzia della fedeltà di Dio al suo popolo, ma il popolo non credette e ne fu deluso.
Gesù si affida alla parola che esce dalla bocca di Dio, parola con la quale il Signore manifesta la sua volontà, che è la garanzia della protezione divina. Quindi non usare a proprio vantaggio i benefici, ma usare tutte le proprie capacità a vantaggio degli altri. Questa tentazione si ripeterà abbondantemente lungo tutta la vita di Gesù.
"Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo»."
Nella cultura di quell'epoca, ogni persona che deteneva una qualunque forma di potere aveva la condizione divina. L'imperatore infatti veniva considerato un dio, un figlio di dio, e così il re, il faraone. Tutti coloro che detenevano il potere erano considerati di natura divina, ma per Gesù la sua natura divina, la sua figliolanza con Dio non si manifesterà nel potere, nel dominio, ma nell'amore e nel servizio.
Il tentatore mostra a Gesù tutti i regni, allo stesso modo in cui Dio mostra a Mosè, salito sul monte Nebo, tutto il paese (Dt 34,1-4). Nel rispondere, Gesù demolisce, in un sol colpo, tutta la tradizione religiosa ebraica di Israele come popolo eletto, chiamato a dominare tutti gli altri popoli. C'è un salmo in cui Dio dice al suo Messia: "Ti darò in possesso le genti e in dominio i confini della terra. Le spezzerai con scettro di ferro, come vasi di argilla le frantumerai" (Sal 2,8-9). Il Messia della tradizione è un Messia che impone l'ordinamento di Dio attraverso la violenza. Di conseguenza, le tentazioni non sono qualcosa di cattivo che è facile per Gesù evitare, ma viene a lui proposta la tradizione religiosa di Israele, quella radicata nel popolo. Guarda che è il salmo, la stessa parola di Dio che dice questo! Sei il Messia? Devi dominare le nazioni e, addirittura, le dovrai spezzare con scettro di ferro e frantumarle come vasi di argilla. In molte immagini dell'antichità è tipico vedere il faraone o il re con in mano lo scettro, con il quale spacca la testa del popolo che ha conquistato. Perciò il tentatore non è il diavolo della nostra tradizione che si presenta in maniera orribile - ed è perciò facile dire "Vade retro Satana" -, ma i tentatori sono i farisei, la parte più spirituale del popolo, sono gli scribi, questi teologi che parlano con autorità e con mandato divino. Essi dicono: "Sei il Messia, sei il figlio di Dio? Guarda che il Salmo 2, la parola di Dio, dice che il Messia dovrà dominare e schiacciare gli altri popoli". Ecco la tentazione proposta a Gesù: quella di conformarsi ad una tradizione religiosa, umana e spirituale.
Gesù, invece, si sbarazza di questa logica; le sue ultime parole, quando inviterà i suoi discepoli ad andare in tutto il mondo, non saranno di dominio, ma di mettersi al servizio. Gesù dirà: "Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nell'amore del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo" (Mt 28,19). Quindi, c'è sì da andare verso altri popoli pagani, ma non con un atteggiamento di dominio, ma di servizio. Gesù non accetta l'arroganza di una tradizione religiosa che presumeva il popolo di Israele come preferito da Dio, a dispetto di altri popoli, come un popolo chiamato a dominare.
"Gesù gli rispose: «Sta scritto: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto».
Gesù scaccia il diavolo con le parole del "Padre nostro" di Israele, lo "Shemà Israél", ed è la professione di fede nella quale si afferma l'unicità di Dio (Dt 6,13). Gesù si rifiuta di adorare il potere e si rimette al Dio che lui ha conosciuto, al Padre che lo ha investito con il Suo Spirito nel battesimo.
"Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano; e anche: essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra»".
Gesù aveva risposto alla prima tentazione ponendo una fiducia totale nel Padre. Gesù sa che non c'è da affannarsi, lo dirà lui stesso, su cosa mangeremo, perché il Padre tutte queste cose le dà in abbondanza (Mt 6,25-34). Perciò il tentatore, preso atto di questa fiducia, la spinge agli estremi, lo conduce sul pinnacolo del tempio e lo invita a buttarsi di sotto, citando un salmo (Sal 91,11-12). Questo diavolo si dimostra un esperto conoscitore della Bibbia, un teologo competente, esattamente come lo erano i farisei e gli scribi avversari di Gesù. È una tecnica che l'evangelista usa per dire che a questo diavolo che capisce tanto la Bibbia, che sa ribattere prontamente a Gesù, Gesù sì rivolge con la parola di Dio e il diavolo, prontamente, ribatte con un altro passo; cosa tipica delle dispute tra i rabbini.
Quindi, il diavolo lo porta sul pinnacolo del tempio, cioè il punto più alto del tempio e gli dice di buttarsi giù; perché? Queste non sono tentazioni grossolane, ma molto fini realizzate per far vibrare le corde profonde dei credenti ebrei, perché la tradizione religiosa diceva: quando il Messia apparirà, apparirà improvvisamente sul pinnacolo del tempio, cioè ci sarà un intervento prodigioso, straordinario da parte di Dio. Il tentatore non fa altro che dire a Gesù: "Fai quello che la gente si aspetta da te: vuoi essere riconosciuto come il Messia? Guarda che il Messia, te lo dico io, arriverà mostrandosi sul pinnacolo del tempio. Allora va' sul pinnacolo del tempio e, già che ci sei, metti un pizzico di prodigio in più e scendi volando sulle ali degli angeli".
Ebbene, Gesù rifiuta di fare quello che la gente si attende e rifiuta, soprattutto, un Dio che si manifesta attraverso segni di potere.
Questo è importante anche per noi oggi. Chi pensa a un Dio di potere, chi attende di vedere i suoi segni come segni prodigiosi di potere, non li vedrà mai, perché Dio è un Dio di amore e i suoi segni sono quelli dell'amore. Chi si aspetta di vedere l'intervento di Dio nella propria esistenza, attraverso dei prodigi, miracoli straordinari o cose che destino sensazione, non vedrà mai Dio, perché Dio non è il potere, non si può manifestare nel potere, ma Dio è amore e si manifesta unicamente nell'amore e l'amore, normalmente, non fa chiasso e non sbraita.
Questa tentazione che ora il diavolo fa a Gesù, gli sarà poi rivolta sulla croce dai sommi sacerdoti, dagli scribi, dagli anziani e da tutto il popolo: "Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!" (Mt 27,40). Questo è il dio del potere; del resto chi di noi, almeno quando eravamo piccoli, non ha desiderato che Gesù, una volta crocifisso, avesse fulminato tutti i suoi avversari, o fosse sceso giù dalla croce per fare una strage di coloro che lo avevano inchiodato? Questo è il dio del potere, quello che la gente vuole, un dio che manifesta la sua divinità attraverso un potere eclatante.
Gesù, invece, esala il suo ultimo respiro e muore come un maledetto da parte di Dio.
"Gesù gli rispose: «È stato detto: Non metterai alla prova il Signore Dio tuo»".
Nelle tentazioni si rivivono gli episodi del popolo ebraico nel deserto: ad un certo punto il popolo si trova in una località, chiamata Massa, dove non c'era acqua ed allora si ribella contro Mosè e contro Dio: ci hai portati in questo deserto a morire di sete, era meglio rimanere in Egitto, almeno là mangiavamo e bevevamo. Il popolo si chiese inoltre: ma questo Dio è in mezzo a noi o no? (Es 17,1-7). Nel libro del Deuteronomio si trova l'espressione: "Non tenterete il Signore vostro Dio come lo tentaste a Massa" (Dt 6,16). Gesù non ha bisogno di chiedersi se Dio è con lui oppure no. In questo brano l'evangelista anticipa il momento di Gesù sulla croce, dove egli non ha il dubbio se Dio è con lui, oppure se lo ha abbandonato e non ha bisogno di chiedere interventi straordinari che confermino la Sua presenza. Gesù ha la certezza che Dio è sempre dalla sua parte.
"Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato."
Sottolineo quello che ho detto all'inizio: il diavolo nei vangeli ha uno spazio relativamente marginale. La sua azione, però, sarà sempre presente lungo tutta l'esistenza di Gesù. Essa verrà incarnata, all'esterno, dai farisei e dagli scribi, i tentatori; quante volte nel vangelo troviamo l'espressione "si avvicinarono a Gesù per tentarlo". Ma quello che è più grave è che la tentazione verrà manifestata anche all'interno del gruppo di Gesù dagli stessi discepoli, in particolare da Simone Pietro, l'unico verso il quale Gesù dirigerà le stesse parole usate per il diavolo. Gesù a Pietro dirà la stessa espressione "Vattene satana!", ma con un'apertura: "torna a metterti dietro di me" (Mt 16,23).
Secondo Luca, il tentatore ritornerà al momento fissato. Luca fa riferimento alla Passione, quando i sommi sacerdoti, gli scribi, gli anziani e tutto il popolo gli dirà: "Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!" (Lc 23,35-38).

Note: 1. Esistono forti probabilità che queste parole siano state sostituite dal Magistero della Chiesa all'incirca nel V o VI secolo. Il testo originale sembra essere stato «Tu sei mio Figlio, l'amato, oggi ti ho generato», come riporta la Bibbia di Gerusalemme nelle traduzioni non italiane. Tale testo è stato poi modificato rendendolo conforme agli altri vangeli. Questa modifica è dimostrata da diversi documenti: in un manoscritto greco (Codex Bezae Cantabrigensis) e in alcuni manoscritti latini, le parole della voce celeste sono «Tu sei mio Figlio, oggi ti ho generato». Il testo in questa forma era inoltre molto diffuso presso i Padri della Chiesa tra il II e il III secolo, cosa che costituisce una testimonianza importante in quanto la maggior parte dei manoscritti del Nuovo Testamento che sono giunti fino a noi è posteriore a queste testimonianze; ebbene, in quasi tutti i casi, in testimonianze che vengono dalla Spagna alla Palestina e dalla Gallia al Nordafrica, è la forma «Oggi ti ho generato» ad essere attestata. La ragione della modifica del testo sarebbe da ricondurre a un tentativo di rimuovere ogni possibile appiglio agli Adozionisti, una corrente delle origini del cristianesimo per la quale Gesù non era nato Figlio del Padre ma era stato da lui adottato all'atto del battesimo nel Giordano; rimuovendo il riferimento alla «generazione» dal vangelo secondo Luca, si toglieva forza alla posizione degli Adozionisti. – 2. Gc 1,13-14: " Nessuno, quando è tentato, dica: «Sono tentato da Dio»; perché Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male. Ciascuno piuttosto è tentato dalle proprie passioni che lo attraggono e lo seducono". – 3. Secondo la concezione ebraica, il premio o la punizione delle azioni di un uomo venivano date da Dio durante la vita; il premio consisteva in una vita serena (molti figli, il granaio e gli otri pieni ed una morte quando era "sazio di anni"). La punizione erano le malattie. Gli ebrei non pensavano esistesse una vita dipo la morte. Solo dopo la metà del II sec. a.C. si inizia a diffondere in Israele l'idea di una possibile resurrezione dei giusti, ovvero la prosecuzione della vita nel "seno di Abramo" dopo la morte fisica. – 4. E' opportuno sottolineare che il concetto di peccato nell'ebraismo è totalmente diverso dal concetto di peccato nel cristianesimo: il peccato ebraico consisteva nel contravvenire la legge di Dio e quindi il peccato era contro Dio. Nel pensiero di Cristo il peccato consiste nel rifiuto di amare gli altri e quindi si pecca contro gli uomini. Nel cattolicesimo il concetto di peccato si posiziona a metà strada tra il pensiero ebraico e quello di Cristo. – 5. La frase "scacciare di demoni" significa, nella mentalità ebraica, "guarire le malattie". Scacciare i demoni, quindi, nei vangeli, è sinonimo di "guarire le malattie" e, quindi, anche di "perdonare i peccati" che erano stati la causa delle malattie. – 6. Ovvero, "…nel tuo nome guariamo le malattie". – 7. Il termine "demònio" deriva dal latino tardo daemonium traduzione del greco daimónion ("appartenente agli dèi") e quindi collegato a dáimōn il cui significato originario in lingua greca è quello di demone. Nella Bibbia dei LXX tale termine traduceva l'ebraico schedim (idoli vendicativi) e seîrim (satiri). – 8. Il termine "diavolo" deriva dal latino tardo diabŏlus, traduzione fin dalla prima versione della Vulgata (V secolo d.C.) del termine greco diábolos, ("calunniatore", "accusatore"; derivato dal greco diaballein anche qui nell'accezione di "calunniare", "diffamare", "indurre verso una opinione contrapposta"), a sua volta traduzione nella Bibbia dei LXX (III secolo a.C.) del termine ebraico saṭan (avversario in un processo, nemico). – 9. Con questa espressione si intende che gli evangelisti, ed in particolare Marco e Matteo, danno forma di uomo ai sentimenti umani per rendere chiaro il pensiero di Cristo. Si ricorda che questa operazione era in allora normale anche nella lingua parlata e lo è tutt'ora nel Medio Oriente a causa della difficoltà che ha la mente orientale a pensare tramite concetti astratti. – 10. "Lucifero" con il suo significato di "portatore di luce" fu nei primi secoli cristiani un titolo di Gesù, e nel NT "stella del mattino" è una delle immagini del Signore (2Pt 1,19) che, nell'Apocalisse, Gesù applica a se stesso (Ap 22,16). Anche nel canto dell'Exultet si celebra Cristo come "Lucifer matutinus" e nelle litania lauretane "stella del mattino" è applicata alla Madonna. – 11. Is 12,13-14: "Come mai sei caduto dal cielo, Lucifero, figlio dell'aurora? Come mai sei stato steso a terra, signore di popoli? Eppure tu pensavi: Salirò in cielo, sulle stelle di Dio innalzerò il trono, dimorerò sul monte dell'assemblea, nelle parti più remote del settentrione". – 12. Ez 26,18: "Ora le isole tremano, nel giorno della tua caduta, le isole del mare sono spaventate della tua fine". – 13. Attenzione, nella cultura ebraica a cui Luca fa riferimento, è bene ricordare che "Figlio di Dio" in questo passo non indica la natura divina di Gesù, ma indica la protezione che Dio accorda ai suoi figli. La differenza è fondamentale e per comprenderla è opportuno rifarsi alla tradizione regale riportata nei due libri di Samuele; altrimenti non si comprenderebbe neppure il senso di tentare Dio che è "santo" per eccellenza, cioè separato dal male.
 

lunedì 4 febbraio 2013


Domenica 10 febbraio 2013 – V Domenica del Tempo Ordinario
Lc 5,1-11
Mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca.
Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell'altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare. Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d'ora in poi sarai pescatore di uomini». E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.

Nel brano che stiamo esaminando è contenuta(1) la versione lucana della chiamata dei primi discepoli. Questo racconto, che Marco (Mc 1,16-20) riporta in forma più breve all'inizio del ministero di Gesù, è situato da Luca più avanti, all'interno della sezione in cui racconta, riprendendolo da Marco, il ministero di Gesù in Galilea (Mc 1,16-3,19 à Lc 4,31-6,19).
Ponendo l'episodio dopo il discorso inaugurale di Gesù e alcuni miracoli, l'evangelista rende più plausibile la pronta adesione a lui da parte dei primi chiamati. Inoltre arricchisce l'episodio con il racconto della pesca miracolosa, attinto da un'altra fonte, che presenta notevoli affinità con l'apparizione del Risorto narrata in Gv 21,1-14.
Il brano segue la struttura biblica dei racconti delle manifestazioni o vocazioni divine: apparizione, stupore e invito a non temere, segno, messaggio.
"Mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti."
Gesù si trova in piedi, presso il lago di Genezaret: mentre Marco parla del «mare di Galilea»(2), Luca lo denomina con più precisione lago di Genezaret o di Galilea. Luca nota che la folla si trova intorno a Gesù per ascoltare da lui la parola di Dio: questo accenno pone la pesca miracolosa e la chiamata dei discepoli nel contesto della comunicazione di un messaggio la cui divulgazione sarà affidata ai prescelti.
La ressa che si era fatta intorno a lui(3) giustifica la richiesta di una barca su cui sedersi un po' discosto dalla riva. Secondo Marco Gesù vede Simone e Andrea che «gettavano» le reti e successivamente Giacomo e Giovanni che le «rassettavano»; secondo Luca invece i pescatori, scesi dalla barca dopo una pesca infruttuosa, lavavano le reti, per poi riporle sino alla prossima uscita.
"Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca."
Gesù sceglie di proposito la barca di Simone: questi, secondo Luca, non era sconosciuto a Gesù, il quale era già stato a casa sua e aveva guarito sua suocera (cfr. Lc 4,38-39). Salendo sulla barca Gesù può sedersi, assumendo così la posizione tipica del maestro (cfr Mc 4,1).
"Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca»."
Qui inizia una parte del racconto che si allontana dalla storia e si avvicina ad una descrizione teologica situata in un tempo postpasquale, come se ad agire fosse il Risorto.
Gesù si rivolge direttamente a Simone. Andrea, suo fratello, che secondo Marco era anche lui presente, non è nominato, anche se in seguito l'uso del plurale (gettate le reti...non abbiamo preso nulla...catturarono... fecero cenno...) lascia supporre che ci fossero anche altri sulla barca.
"Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano."
Simone si rivolge a Gesù con il titolo prestigioso di maestro (in greco epistatês) e gli fa notare che non può aspettarsi qualche risultato, dopo che nella notte, tempo più propizio per la pesca, non aveva preso nulla; tuttavia si dice disposto a obbedire. Ma sottolinea che lo fa solo perché gli è stato detto da lui: è chiaro che egli si fida di un uomo che è un vero maestro perché insegna cose che lo toccano nel profondo dell'animo, del quale per di più aveva già sperimentato il potere taumaturgico nella guarigione di sua suocera.
Il risultato è superiore a ogni previsione: i pesci sono talmente tanti che le reti rischiano di squarciarsi.
"Allora fecero cenno ai compagni dell'altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare."
A questo punto sono coinvolti anche altri pescatori: tale abbondanza, attuata in forza della parola di Gesù, prefigura simbolicamente la fecondità della sua predicazione e di quella dei discepoli che sta per chiamare.
"Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che erano soci di Simone."
La reazione di Simone è quella tipica della creatura di fronte alla manifestazione divina. Per la prima volta Simone viene qui denominato Pietro, ma nulla è detto circa l'origine di questo secondo nome(4). Egli si rivolge a Gesù con l'appellativo di Signore (in greco kyrios): esso rivela la mano dell'evangelista, in quanto è inusuale nella tradizione sinottica più antica (Marco), mentre è attribuito normalmente a Gesù negli scritti posteriori, quelli apostolici. Siccome Gesù si trovava sulla barca e non poteva scostarsi, l'espressione allontanati da me risulta chiaramente simbolica. Il riconoscimento d'essere un uomo peccatore(5) allude da una parte alla vocazione di Isaia (Is 6,5) e dall'altra alla profezia del rinnegamento, fatta da Gesù nel cenacolo (cfr. Lc 22,31-34). Il comportamento di Pietro e le sue parole presuppongono una manifestazione divina e, come si è accennato prima, sono più adatte a un contesto postpasquale, qual è quello presupposto da Giovanni nel riportare un episodio similare (Gv 21,1-13).
Lo stupore che aveva preso lui e tutti quelli che erano con lui a motivo della pesca miracolosa è anch'esso la reazione umana di fronte alla manifestazione divina (cfr. Lc 4,36). Luca non precisa chi si trovava con lui, ma aggiunge che la stessa esperienza è stata fatta da Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, i quali erano colleghi di Simone: si può quindi pensare, dal momento che Marco parla di due coppie di fratelli che lavoravano in due diverse barche, che fossero loro i pescatori dell'altra barca venuti in aiuto di Simone, ma Luca non lo dice espressamente.
L'omissione di Andrea significa che a Luca interessa mettere in luce come i primi discepoli di Gesù siano appunto i tre che saranno vicini a lui nei momenti più salienti del suo ministero. Lo stupore che pervade Simone e i compagni conferma il carattere soprannaturale della loro esperienza.
"Gesù disse a Simone: «Non temere; d'ora in poi sarai pescatore di uomini»."
L'esortazione "Non temere!" è anch'essa un elemento caratteristico delle manifestazioni divine (cfr. Lc 1,13.30), come pure il conferimento di un incarico.
L'espressione "pescatore di uomini", che è la traduzione esatta di quella usata da Marco (halieis anthrôpôn), non corrisponde esattamene a quella riportata da Luca, che letteralmente suona: "Sarai uno che prende vivi (zôgrôn, da zôn = vivo e agreô = prendere, catturare) gli uomini". Questa formula è più consona all'uso figurato, in quanto coloro che sono catturati non sono destinati a morire come i pesci, ma a vivere. Sullo sfondo di questa immagine c'è forse, in modo analogo ma più vago di quanto si percepisce in Marco, il testo di Ger 16,16(6): in esso però si tratta non di salvezza ma di condanna, in quanto il popolo è «pescato», catturato, per essere trascinato in esilio. Diversamente da Marco il compito di pescare uomini viene affidato direttamente solo a Simone.
"E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono."
A questo punto non si parla più di Simone, ma di tutti coloro che erano coinvolti nella pesca: essi, lasciando ogni cosa, seguono Gesù. È significativo che non sia Gesù a rivolgere loro, come in Marco, l'invito a seguirlo. Sono loro che, come un giorno Isaia  di fronte alla manifestazione del divino (cfr. Is 6,8), si sentono spinti a lasciare tutto per mettersi al suo seguito. Più che una scena di chiamata il racconto è diventato, sotto la penna di Luca, una manifestazione di Gesù come Messia («cristofania») che provoca la sequela da parte di coloro che ne hanno fatto l'esperienza.

Note: 1. L'esegesi che segue è liberamente tratta da un alticolo di Padre Alessandro Sacchi pubblicata in Nicodemo.net. – 2. La parola "mare" in Marco non è un'imprecisione geografica, ma un forte accenno teologico al fatto che la vera libertà non si può trovare in Israele, ma solo andando verso i pagani, i gentili. Il mare, infatti, nella cultura ebraica è luogo di divisione tra Israele e i gentili. – 3. Può sembrare strano, ma i lettori del 2000 difficilmente si rendono conto che Gesù parlava all'aperto e, ovviamente, senza alcun impianto di amplificazione per cui la gente si accalcava intorno cercando di ridurre il più possibile la distanza per poter ascoltare meglio. – 4. Il soprannome Pietro, sia in ebraico che in aramaico ha il significato di testardo, zuccone. Dato che in Matteo e Marco l'apostolo è chiamato Simone quando le sue azioni sono giuste, cioè concordano con Gesù; è chiamato con il doppio nome Simon Pietro quando le sue azioni sono neutre e Pietro quando sbaglia decisamente, lo scrivente ritiene opportuno seguire la stessa logica con Luca. – 5. E' opportuno comprendere che la considerazione "uomo peccatore" nel contesto giudaico ha un significato totalmente diverso da quello che assumerebbe nel contesto cristiano. Infatti nella cultura giudaica il peccato si configura come un'azione fatta in contrasto con la Torah e quindi prevalentemente di tipo rituale nei confronti di Dio. Nel pensiero di Gesù è invece un atto fatto a danno di un'altra persona indipendentemente da qualsiasi legge. Nel pensiero cattolico il peccato si pone in modo intermedio tra la concezione ebraica e quella cristiana, con una certa prevalenza della prima. – 6. Ger 16,16: "Ecco, io invierò numerosi pescatori a pescarli - oracolo del Signore -, quindi invierò numerosi cacciatori a catturarli, su ogni monte, su ogni colle e nelle fessure delle rocce".