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Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


lunedì 6 ottobre 2014

XXVIII Domenica del T.O.



XXVIII Domenica Tempo Ordinario - Mt 22,1-14
Gesù riprese a parlare loro con parabole e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo altri servi con quest'ordine: «Dite agli invitati: Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!». Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: «La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze». Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l'abito nuziale. Gli disse: «Amico, come mai sei entrato qui senza l'abito nuziale?». Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: «Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti». Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

Continua l’aspra polemica fra Gesù e i massimi responsabili ufficiali della religione ebraica; il confronto serrato è fra la realtà che loro garantiscono e la nuova umanità che Gesù è venuto ad annunciare e inaugurare nelle sue parole e nei suoi gesti.
In queste ultime settimane abbiamo visto in sequenza la parabola dei due fratelli, quindi quella dei vignaiuoli omicidi; la parabola che ora analizziamo è inserita subito dopo: l’insieme delle tre parabole forma una trilogia, costruita come una composizione sinfonica dalla quale emerge in crescendo il verdetto di condanna nei confronti dei capi del popolo, dei sacerdoti e degli scribi, che hanno rifiutato il messaggio proclamato da Gesù.
La parabola è riportata anche da Luca che la colloca in un altro contesto, quello del viaggio di Gesù verso Gerusalemme (cfr. Lc 14,15-22). Le differenze tra le due versioni della parabola sono notevoli: sembra che Luca abbia conservato la forma più arcaica del racconto, mentre Matteo ha aggiunto diversi dettagli per lo più allegorici.
La parabola riprende una delle esperienze fondamentali della nostra vita e della cultura ebraica: quella del cibo, o meglio della convivialità, nelle sue diverse modalità e nei suoi plurimi significati.
Il cibo riassume in modo pregnante le diverse questioni della vita, della produzione, del consumo, del rapporto delle persone con le cose. Può essere considerato solo come oggetto prodotto, come merce da veicolare e da acquistare, da mangiare come nutrimento, ma anche come elemento di relazione, strumento di cura, generatore di cultura, di armonia con la natura e con le altre forme di vita. Nella nostra società attuale il cibo esprime l’accaparramento, il consumismo, in una parola il capitalismo relativamente a una piccola parte dell’umanità; di conseguenza la gran parte soffre e muore per mancanza di cibo e di acqua.
Sono tutte elaborazioni che possono essere inspirate dalla parabola, ma il pensiero di Gesù espresso in essa deve essere inteso come esplicitazione dell’invito che Dio ha rivolto al suo popolo eletto tramite il figlio.
A differenza di Luca che parla di un semplice banchetto, fatto da un uomo qualsiasi, Matteo trasforma la scena in un banchetto nuziale fatto da un re per il proprio figlio: rieccheggia in Matteo la cultura ebraica del tema sponsale dell’alleanza, in cui lo sposo non è più Dio stesso come nell’AT, ma suo figlio, l’erede, mediante il quale si attua il regno (cfr. Mc 2,19 e seg.).
Terminati i preparativi, il re “…mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire”. Il verbo chiamare (in greco kalein), costituisce la parola chiave che dà l’impronta alla parabola. Si suppone che gli invitati fossero persone ben determinate, che erano state avvertite per tempo e avevano accettato l’invito, ma all’ultimo momento si tirano indietro. Il motivo del rifiuto in Matteo non è specificato, mentre Luca riferisce che uno degli invitati aveva comprato un campo e doveva andare a vederlo, un altro aveva comprato dei buoi e ugualmente doveva andare a vederli, un altro ancora aveva preso moglie e quindi era occupato nei festeggiamenti (Lc 14,18-20).
Questo grande banchetto nel linguaggio figurato della parabola rappresenta la nuova umanità che Dio vuole, le nuove relazioni con il superamento di pregiudizi, emarginazioni, discriminazioni, razzismi, oppressioni, violenze, morte. Coloro che portano l’invito sono gli annunciatari, i profeti, i testimoni che si sono trovati di fronte gente indifferente, supponente, violenta, preoccupata di sé e dei propri affari. E’ la raffigurazione sommaria, ma efficace, della classe dirigente ebraica del tempo a cui non interessa, in sostanza, modificare il proprio pensiero ed allargare il benessere a tutto il popolo di Israele.
Mentre secondo Luca l’uomo che aveva organizzato il banchetto rivolge subito l’invito ad altri, il re della parabola di Matteo non si dà per vinto e manda agli stessi invitati altri servi con questo messaggio: “…Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”
Anche questa volta “…quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero…”
La ripetizione dell’invito rivela da una parte la sollecitudine del re per gli invitati, cioè la volontà di Dio di coinvolgere il popolo ebraico nella costruzione del regno, e dall’altra la determinatezza del loro rifiuto. Questa volta al rifiuto si unisce l’insulto e l’uccisione degli inviati: rieccheggiano qui le persecuzioni dei profeti nell’AT, poi del Messia e quindi dei cristiani da parte del popolo giudaico (cfr. Mt 5,11; 21,35-39).
Il seguito della parabola deve tenere conto della mentalità dell’epoca, feroce e vendicativa che rende ancor più stridente il contrasto con la predicazione di Gesù (“…amate i vostri nemici…”): il re “…si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città…”.
Questa notizia, assente in Luca, spezza lo sviluppo del racconto; d’altra parte essa è piuttosto inverosimile in quanto lascia intendere che, mentre il banchetto è pronto, il re fa una guerra, necessariamente lunga, per punire quelli che avevano rifiutato, e poi va in cerca di altri invitati. Si tratta dunque chiaramente di un dettaglio allegorico, aggiunto da Matteo, che si riferisce alla guerra giudaica e alla distruzione di Gerusalemme da parte dei romani nel 70 d.C., considerata allora come il castigo inflitto da Dio al suo popolo per aver rifiutato il dono della predicazione di Gesù.
Poi disse ai suoi servi: «La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze».” 
Dopo l’invito alla classe dirigente di Israele, l’invito viene esteso a tutti senza distinzione: in Luca i secondi invitati sono “poveri e storpi e ciechi e zoppi” (Lc 14,21), simbologia che include tutta quella parte del popolo che non ha alcun potere e che vive miseramente. In Matteo essi diventano “cattivi e buoni”; si passa così da una valutazione di carattere sociale a una qualificazione di carattere etico, in relazione alla sensibilità dei due evangelisti.
Il termine greco tradotto con “crocicchi”, vuole definire, con ogni probabilità, le strade in uscita dalle porte della città che conducono verso le campagne: una allusione simbolica ai popoli circostanti chiamati anch’essi ad entrare nel regno anche se non appartenenti ad Israele.
Ora Matteo dà la sua zampata finale: “Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l'abito nuziale. Gli disse: «Amico, come mai sei entrato qui senza l'abito nuziale?»”. E’ un’aggiunta propria di Matteo, anzi più che un’aggiunta, è quasi un’altra parabola, che mal si collega con la precedente: come pensare infatti che abbiano l’abito nuziale persone raccolte all’ultimo momento in giro per la città?
Per comprenderlo dobbiamo ancora una volta ricordare che Matteo è un ebreo che scrive per gli ebrei convertiti che costituiscono la sua comunità e che sono insofferenti verso una bontà divina indifferenziata: Matteo infatti vuole evitare l’equivoco, che potrebbe sorgere dal fatto che sia cattivi che buoni entrano nella sala nuziale, che simboleggia il regno. Egli intende sottolineare che non basta l’appartenenza ad una comunità cristiana per appartenere al regno; è necessaria la veste nuziale, che rappresenta i “frutti buoni” (Mt 7,24; 21,43) che Dio si aspetta dai suoi.
“Allora il re ordinò ai servi: «Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti». Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti.”
Come in altre occasioni, anche qui Matteo conclude la parabola con una frase di sapore apocalittico citando la Gheenna, paragonando quindi coloro che non accettano di amare gli altri anche a proprio discapito, ai padri snaturati che bruciavano vivi i primogeniti pur di avere la protezione del dio Molock. L’avere legate le mani e i piedi simboleggia la vita legata alla tradizione che non consente loro di accettare la parola di Gesù (Gv 11,44). 
Il banchetto è per tutti, ma a ciascuno è richiesta la disponibilità a condividere non solo il cibo, ma quello che la mensa rappresenta: un’umanità giusta, riconciliata, in pace, nella quale nessuno sia escluso.

lunedì 29 settembre 2014

XXVII Domenica del Tempo Ordinario



XXVII Domenica Tempo Ordinario - Mt 21,33-43
Ascoltate un'altra parabola: c'era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: «Avranno rispetto per mio figlio!». Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: «Costui è l'erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!». Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».
E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:
La pietra che i costruttori hanno scartato
è diventata la pietra d'angolo;
questo è stato fatto dal Signore
ed è una meraviglia ai nostri occhi?
Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».

Gesù, con la parabola riportata nel testo in esame, continua la sua polemica con i farisei e i capi del popolo, già iniziata con la parabola dei due figli; ora però il confronto è ancora più aspro e la metafora più trasparente, tanto che i suoi ascoltatori, sentitisi screditati o, meglio, smascherati, insidieranno alla sua vita tentando un gesto di violenza.
Questa parabola, comune anche agli altri sinottici (Mc 12,1-12 e Lc 20,9-19), in Matteo è riportata in modo del tutto personale: parla di un’«altra» parabola in quanto l’ha fatta precedere dalla parabola dei due figli.
Il tema della vigna si collega a quello di Israele in quanto popolo eletto (cfr. Is 27,2-5). In modo particolare si fa riferimento a Is 5 dove l’allegoria della vigna inizia proprio con queste parole: «Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle. Egli l'aveva vangata e sgombrata dai sassi e vi aveva piantato scelte viti; vi aveva costruito in mezzo una torre e scavato anche un tino» (Is 5,1-2).
Mentre Isaia mette in campo direttamente Dio, secondo Matteo Gesù indica come protagonista un «padrone», mentre Marco e Luca parlano semplicemente di un uomo. Il fatto riportato nella parabola non è inverosimile nella situazione della Palestina all'epoca di Gesù: allora era facile infatti che ricchi proprietari terrieri affittassero i loro poderi ad agricoltori locali e andassero a vivere in città o addirittura all’estero.
Matteo ripercorre le drammatiche tappe della storia della salvezza. I servi, che i vignaioli violentano e uccidono, raffigurano i vari profeti più volte rifiutati e respinti da Israele(1); una cocciuta indisponibilità che lo stesso Gesù rileverà proprio nella città santa: “Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli...”(Mt 23,37-39). La precisazione di Matteo che parla di più servi inviati due volte è vista dagli studiosi come una chiara allusione ai “primi” e ai “secondi” Profeti, secondo una caratteristica suddivisione della Bibbia in uso anche oggi presso gli Ebrei.
L’ultima tappa della storia, la più drammatica, è rappresentata dall’invio del figlio; è difficile spiegare come mai il padrone abbia spinto la sua ingenuità fino al punto di inviare suo figlio, mettendone a rischio la vita; anche il comportamento dei vignaioli risulta del tutto incomprensibile, a meno che la venuta del figlio fosse stata da loro interpretata come un segno che il padrone era ormai morto; infatti secondo le disposizioni di legge allora vigenti sull’eredità, un podere, alla morte del proprietario che non aveva eredi, passava di diritto al primo occupante.
Sono aspetti paradossali o iperbolici tipici dei racconti in parabole, in quanto contribuiscono a richiamare l'attenzione dell'ascoltatore su aspetti che altrimenti gli sarebbero sfuggiti.
Sulla persona del figlio si appunta maggiormente l'attenzione del narratore. A lui Marco attribuisce, in sintonia con Luca, il titolo di «prediletto», che adombra chiaramente la persona di Gesù (cfr. Mc 1,11; 9,7). Matteo lascia cadere questo appellativo, ma usa l’espressione «il proprio figlio», dalla quale si può tuttavia arguire che fosse l’unico che aveva. Dopo la sua uccisione secondo Marco i vignaioli buttano il cadavere fuori dalla vigna; mentre Matteo, seguito in questo da Luca, afferma che l’uccisione del figlio ha luogo fuori della vigna: questo potrebbe essere un riferimento al fatto che la morte di Gesù è avvenuta fuori delle mura di Gerusalemme (cfr. Eb 13,12-13; Gv 19,20).
Davanti a tanta durezza di cuore che cosa poteva fare il padrone della vigna? È quanto Gesù domanda al termine della parabola, provocando e coinvolgendo i suoi ascoltatori che, non comprendendo ancora di essere gli “attori” principali del dramma, rispondono con sincerità: “Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo”.
Sempre seguendo Marco, Matteo riporta l’interpretazione della parabola che Gesù stesso avrebbe dato mediante la citazione di un salmo: “E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d'angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi?” (Sal 118,22-23).
Questo testo, di cui Luca riferisce solo la prima parte, riguarda un re di Giuda che, entrato nei cortili interni del tempio, ringrazia Dio per la vittoria che gli è stata accordata, presentandola come un esempio concreto della sua preferenza per i piccoli e gli emarginati (cfr. Is 28,16). Questo salmo veniva utilizzato nelle prime comunità cristiane in riferimento alla morte e alla risurrezione di Gesù, viste rispettivamente come un rifiuto da parte dei capi religiosi ebraici e come una riabilitazione da parte di Dio (cfr. At 4,11; 1Pt 2,7; Ef 2,20).
Alla luce di questo testo biblico appare che il figlio ucciso fuori della vigna è Gesù, il quale però è stato risuscitato dal Padre. Di riflesso la vigna viene a significare l’elezione che per colpa dei capi giudaici, a cui Gesù ha raccontato la parabola, stava per essere tolta a Israele. Per questo è indicativa la frase che chiude la parabola: “Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti” che indica il compito della Chiesa di allora, ma soprattutto di oggi, quale nuovo popolo che ha la missione di “portare frutti”.
Il popolo eletto rifiuta Gesù come Messia, come ha fatto con i profeti, perché il loro messaggio non coincide con le loro attese di potenza e di gloria terrena; e Dio continua la storia della salvezza con un nuovo popolo che naturalmente non esclude Israele, purché si converta.
La parabola, tuttavia, non contiene solo un giudizio, ma anche una promessa (La pietra che i costruttori hanno scartata è diventata testata d’angolo): il fallimento di un popolo favorisce la nascita di un popolo nuovo.
Tutto questo evoca il così detto “rifiuto d’Israele”; un’interpretazione semplicistica che ha contribuito a creare un clima di condanna degli Ebrei, con le note tragiche conseguenze. Non bisogna mai travisare il genuino spirito del vangelo: innanzitutto, in quelle terribili parole di Cristo (Quei malvagi, li farà morire miseramente ), ad esprimersi nei confronti d’Israele è lo straordinario amore di Dio e non una fredda condanna; Gesù, in realtà, piange quando parla del futuro di Gerusalemme.
Si tratta quindi di un rigetto pedagogico, non definitivo. Infatti nell’AT c’erano stati altri rifiuti di Dio; uno di questi, molto espressivo, è descritto dal profeta Isaia con la stessa immagine della vigna: “Voglio farvi conoscere ciò che sto per fare alla mia vigna: toglierò la sua siepe, demolirò il suo muro di cinta e verrà calpestata”(Is 5,5), ma questo non ha impedito a Dio di continuare ad amare Israele e a vegliare su di lui, tanto che Paolo potrà assicurare che anche quest’ultimo rifiuto, annunciato da Gesù, non sarà definitivo (Rm 11,11).

Note: 1. La sequenza degli invii ricordata da Matteo è diversa da quella di Marco, il quale parla anzitutto (come Luca) di tre servi, mandati uno dopo l’altro, dei quali due vengono picchiati e uno ucciso (solo ferito in Luca), e poi aggiunge che ne mandò molti altri, di cui alcuni sono stati picchiati, altri uccisi. In Matteo si tratta invece di due soli invii, che riguardano due gruppi di servi, di cui alcuni sono bastonati, altri uccisi e altri lapidati. Sembra che con questo cambiamento Matteo abbia voluto rendere più esplicito il riferimento all’invio e alla sorte dei profeti (cfr. Ger 7,25; 2Cr 36,15-16).

lunedì 22 settembre 2014

XXVI Domenica del Tempo Ordinario



XXVI Domenica Tempo Ordinario - Mt 21,28-32
«Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: «Figlio, oggi va' a lavorare nella vigna». Ed egli rispose: «Non ne ho voglia». Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: «Sì, signore». Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli.

E’ necessario inquadrare il brano in esame nel contesto della narrazione di Matteo: Gesù è entrato in Gerusalemme (Mt 21,1-11) in modo così clamoroso da sfidare il Sinedrio(1) che lo aveva già condannato a morte(2). Non solo, ma entrando nel tempio scaccia a frustate compratori e venditori che si trovavano lì con i loro banchetti (Mt 21,12-17). Ha maledetto il fico sterile, simbolo di Israele (Mt 21,18-22). Lo scontro con le autorità religiose è inevitabile: avviene nel tempio, mentre Gesù sta insegnando: “Con quale autorità fai questo? E chi ti ha dato questa autorità?” (Mt 21,23b). La chiesa ufficiale di allora, rappresentata dai capi dei sacerdoti e dagli anziani, vuole ristabilire l’ordine e inizia una discussione accesa con Gesù.  
Parte di questa discussione è descritta dal brano in esame; la parabola riportata da Matteo
è ancora una volta diretta contro gli esponenti religiosi di Israele. Sono queste le persone che si individuano nell'immagine del figlio che dinanzi alla richiesta del padre dice "sì", formalmente, a parole, ma poi non agisce.
La vita di queste persone, sacerdoti e anziani del popolo, appariva, esteriormente e dal punto di vista religioso, come un continuo "sì" detto a Dio: il loro tipo di vita, il loro vestito, i loro paludamenti, i loro riti, gli inchini, il loro pregare davanti alla gente. Un "sì" detto con l'atteggiamento esterno, ma quando il regno si presenta a loro nella sua vera natura, cioè, nella pratica e nella realtà, come un necessario rinnovamento interiore, la conversione, il loro "sì" diventa un "no".
Il discorso di Gesù che viene presentato in queste domeniche è un continuo insegnamento: domenica scorsa abbiamo visto la parabola dei lavoratori della vigna, oggi la parabola dei due figli (sempre per lavorare nella vigna, quindi sempre per Israele), domenica prossima la parabola dei vignaioli infedeli; sono parabole che ci fanno toccare con mano chi furono veramente gli oppositori di Gesù, i satana, coloro che vollero la sua morte: gli esponenti di una falsa religiosità, oltrettutto ufficiale.
La cosa avviene anche oggi; quante volte davanti alla Chiesa ufficiale si deve scrollare il capo e dire: "Non hanno capito niente del Vangelo....".
In questi giorni sto leggendo un lungo articolo sulla figura di S. Francesco(3): anche lui si è trovato di fronte a una Chiesa ufficiale che pensava, come oggi, al potere e ai soldi.
Francesco, dopo una settimana di tentativi, riesce a farsi ricevere da papa Innocenzo III per potergli parlare, ma ci riesce solo dopo che Nostro Signore non ha permesso al Papa di dormire per tre notti; lo ha fatto star male per fargli capire dov'era il vangelo e dov'era il potere. In caso contrario Francesco non sarebbe stato mai ricevuto dal Papa, anche perché, sembra assurdo ma è un fatto storico, non possedeva il "look" adatto: Francesco era vestito con un saio di juta, "divisa" che usavano coloro che dovevano imbiancare, costruire, cioè il vestito dei muratori. Pensate allo scandalo che doveva creare uno che si presentava davanti al papa vestito da muratore!
Vi era un altro motivo di difficoltà che non gli consentiva di essere ricevuto dal Papa: Francesco si presentava con delle novità.
Guai alle novità! I libri dei Santi (quelli già canonizzati) si stampano e si ristampano, ma le parole di Gesù riportate da una persona non ufficializzata vengono rifiutate.
Gesù queste cose le aveva già passate: anche lui si è trovato davanti a una chiesa ufficiale che lo ha bollato di scomunica, che lo ha enucleato, che lo ha preso in giro. Quante volte i sacerdoti ridevano di lui, semplice “teckton”(4), che aveva il coraggio di farli ragionare su se stessi.
Da questo vangelo si vede veramente chi erano gli oppositori di Gesù, cioè esponenti di una religione ingessata che vedevano in lui un guastafeste che veniva a rompere una situazione consacrata dal tempo e dalle abitudini.
Il nuovo spaventa, tutto deve essere già stato codificato, tutto dev’essere trasformato in dogma. Questo discorso di Gesù non lo hanno capito, o meglio, non lo hanno voluto capire!
I cristiani dovrebbero saper difendere il regno di Dio stando attenti ai falsi profeti; succede invece il contrario, perché quando uno arriva a far il guastafeste, come lo è stato don Milani o don Primo Mazzolari, viene visto con occhio malevolo.
Ancora poco tempo fa il sacerdote, appartenente al Santo Ufficio, che ha seguito la pratica di don Primo Mazzolari asseriva: "Se io dovessi ritornare indietro direi le stese cose che ho detto allora. Condannerei ancora le cose che diceva don Primo Mazzolari, perché ciò che diceva andava contro la teologia ufficiale di allora; mentre se le stesse cose le dicesse oggi che la teologia è cambiata, non avrei motivo di andargli contro".
Follia, una incredibile follia. Gesù è rivoluzione, Gesù è cambiamento.  Gesù dice: "Non dovete sclerotizzarvi su una posizione senza andare in profondità. Se andate in profondità vi accorgete che dovete adeguarvi alla realtà, e una realtà che si evolve(5) esige che il vostro intervento, le vostre parole, il vostro modo di comunicare si adeguino alla realtà che cambia. Non si possono usare le stesse parole in qualsiasi momento, perché le parole nel tempo acquistano un significato diverso".
Volete un esempio? Quando io ero giovane insegnavano a pregare S.Giuseppe quale protettore della Madonna. Andate oggi a dire a un ragazzo che S.Giuseppe era il protettore della Madonna: se siete fortunati si farà una risata, altrimenti vi dirà che state insultando Maria.
Le stesse frasi nel tempo possono acquistare un significato diverso, quindi bisogna fare molta attenzione e avere il coraggio di riproporre la stessa verità, la stessa essenza, lo stesso spirito del vangelo in forme nuove senza fermarsi.
Gesù, che cerca di fare questa operazione, si trova di fronte alla chiesa ufficiale di allora, che naturalmente interviene in maniera drastica, si da indurre Gesù a dimostrare con la sua morte la verità delle sue parole.
Il riproporre la verità in maniera nuova, per Gesù è "fare la volontà di Dio".
Dice Gesù ai Giudei: "Voi eravate i primi figli, è venuto il Signore a voi e voi gli avete detto di sì, ma poi non avete fatto le opere di Dio. I pubblicani e le prostitute sono nella situazione di coloro che hanno detto: non ho voglia, ma poi sono andati".
C’è un motivo ben preciso che porta Gesù a nominare pubblicani(6) e prostitute(7) e non altre categorie di persone: secondo la tradizione religiosa ebraica i pubblicani e le prostitute erano considerate le categorie di persone così lontane da Dio e dal possibile ravvedimento da ritardare sempre di più la venuta del Messia. Era quindi un modo di dire estremamente critico nei confronti della tradizione religiosa rappresentata dai capi dei sacerdoti e dagli anziani.
Per Gesù quelli che erano considerati peccatori pubblici, pur opponendo inizialmente un rifiuto alla parola di Dio a causa della loro condotta, accogliendo poi la parola, giungono al suo regno; i capi spirituali dei giudei, i quali invece hanno accettato di compiere la volontà di Dio, in realtà non l’hanno compiuta perché si sono persi nella pratica di cose secondarie, dimenticando i comandamenti essenziali di Dio (cfr. Mt 15,1-9; 23,23-24).
Questa parabola è tipica della predicazione di Gesù, perché, proprio per sottolineare l’iniziativa salvifica di Dio a vantaggio di tutti, mette in primo piano gli ultimi, presentandoli come l’oggetto privilegiato della misericordia divina.
Gesù supera tutte le discriminazioni tipiche della società umana e mette in dubbio i privilegi di coloro che hanno cultura, soldi e potere sia politico che religioso.
Da notare che con questo Gesù non dichiara l’impossibilità della salvezza per chi segue la tradizione religiosa perché Dio non rifiuta nessuno, ma mette al primo posto coloro che normalmente sono considerati la feccia del mondo.
Si può ben comprendere il carattere fortemente sovversivo di questo messaggio, che mette in discussione tutti gli equilibri su cui si basa la società umana. Certamente Gesù non chiama gli ultimi alla rivoluzione, ma dà loro la dignità di cui sono stati privati e così facendo li coinvolge in rapporti nuovi che non potranno non avere anche una valenza politica. Per questo le cosidette “parabole di rottura”(8) sono quelle che più hanno contribuito alla condanna di Gesù come rivoluzionario politico, anche se non violento.

Note: 1. Il Sinedrio era una assemblea di anziani e maggiorenti giudaici a cui i romani avevano concesso di governare Israele dal punto di vista religioso ed amministrativo. Il Sinedrio era presieduto dal Sommo Sacerdote in carica (scelto in pratica dai romani), da rappresentanti della casta sacerdotale e delle altre caste influenti nel paese. Aveva anche funzioni giudiziarie ma non poteva comminare la pena di morte né, tanto meno, eseguirla. Generalmente le decisioni in tal senso si limitavano a “suggerire” ai romani la condanna della persona in questione. – 2. “Un araldo, per quaranta giorni, prima dell’esecuzione, uscì gridando: Sarà lapidato perché ha praticato la stregoneria e ingannato Israele per sviarlo” (Sanh.,B.,43a). L’accusa a Gesù di essere “uno stregone che ingannava la gente” durerà a lungo (Giustino, Dialogo con Trifone, 69, 7). Ancora nel IV secolo Girolamo scrive in una lettera che “mago è un altro nome dato dai Giudei al mio Signore” (Lettera XLV, 6, Ad Asella). – 3. Chiara Mercuri “Alla ricerca del vero Francesco”. – 4. Parola greca che significa abile nelle tecniche costruttive; specialista; professionista indipendente, non operaio. Per facilitare la comprensione si ricorda che la parola italiana architetto viene dal greco architekton che significa colui che progetta. Definire carpentiere Giuseppe, come si legge nei vangeli, significava non un semplice lavoratore del legno, ma uno che esercitava la professione di costruttore in generale. L’idea di un Gesù povero e proletario, come ci è stato trasmesso erroneamente dalla tradizione, si deve forse ad un inciso di Giustino (II secolo) che era di Neapolis (Nablus): nel “Dialogo a Trifone” (n. 88) pensava che Gesù fosse stato, più di un secolo prima, un povero falegname, costruttore di povere cose (sedie, aratri di legno, ecc.), come i tekton dei paesi della Galilea che aveva conosciuto nei suoi viaggi, paesi divenuti poveri dopo due tremende rivoluzioni (66-70 d.C, distruzione del Tempio di Gerusalemme; 131-134 d.C. distruzione della intera città di Gerusalemme). Ma questa non era la situazione del tempo di Gesù. – 5. Mt 16,3: “…e al mattino: «Oggi burrasca, perché il cielo è rosso cupo». Sapete dunque interpretare l'aspetto del cielo e non siete capaci di interpretare i segni dei tempi?”. – 6. I pubblicani erano persone che riscuotevano le tasse per conto del tetrarca di Galilea, Erode Antipa e naturalmente erano al servizio dei dominatori di allora, i romani. L’appalto di riscossione delle imposte consentiva loro di aumentarle a piacimento per incrementare i loro margini di guadagno; erano quindi considerati pubblici peccatori (ladri e traditori di Israele) ed esclusi dalla salvezza. – 7. La prostituzione all’epoca di Gesù non aveva le stesse radici di quella odierna. La famiglia ebraica di allora vedeva la nascita di una bambina come una disgrazia o addirittura una punizione da parte di Dio, perché la bambina era una bocca in più da sfamare e non era un maschio che poi avrebbe aiutato nei lavori dei campi o nella bottega del padre.
Era una prassi non approvata, ma abbastanza normale, ucciderla appena nata. Le persone più di buon cuore la mettevano in un cesto all'angolo della strada. Al mattino presto, (è descritto nelle cronache dell'epoca), passava il marcante di schiavi, raccoglieva queste neonate, le allevava e già all'età di cinque anni iniziavano l'esercizio della prostituzione e a otto anni erano pronte per un rapporto completo. La prostituta era quindi una creatura che fin dalla tenera età era stata allevata per piacere agli uomini, per essere gradita agli uomini. La sua tragedia era che così la prostituta non conosceva altra vita e non era quindi in condizione di cambiare mestiere.  – 8. Due parabole, quella dei due figli (Mt 21,28-32) e quella delle nozze regali (Mt 22,1-14) unitamente alla parabola dei vignaioli omicidi (Mt 21,33-46), sono dette “di rottura”, perché descrivono lo scontro decisivo tra Gesù e il giudaismo ufficiale del suo tempo.