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Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


lunedì 13 ottobre 2014

XXIX Domenica del Tempo Ordinario



XXIX Domenica Tempo Ordinario - Mt 22,15-21
Allora i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come coglierlo in fallo nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di' a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l'iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Dopo aver ascoltato la parabola degli invitati al banchetto nuziale, parabola tremenda che li ha messi con le spalle al muro, l’elite ebraica si riunisce per decidere cosa fare per fermare Gesù.
La discussione avuta con Gesù li ha convinti che, se la predicazione di Gesù prosegue liberamente, il popolo comincerà a ragionare con la propria testa, si renderà conto che il meccanismo della Legge è stato costruito per mantenere il potere nelle mani di poche persone e si libererà dal loro giogo non facendo la rivoluzione come volevano gli zeloti(1), ma semplicemente ignorando la loro presunta santità, ignorando il tempio, i riti e quel meccanismo sanguisuga(2) che, grazie all’obbligatorietà dei sacrifici, prendeva dal popolo per darlo alle famiglie sacerdotali e agli anziani. Non si può aspettare oltre, Gesù va eliminato.
I primi che prendono questa decisione sono i farisei(3) che vengono aiutati dal partito che appoggiava Erode, gli erodiani(4); la decisione è quella di provocare Gesù in modo che manifesti un’intenzione antiromana davanti a testimoni: la conseguente denuncia avrebbe certamente portato Gesù al patibolo. Per farlo non si espongono i personaggi più in vista, lasciandosi così le mani libere per ogni altra iniziativa, ma mandano gli allievi delle scuole bibliche, i discepoli.
Dobbiamo darne atto, la trappola che viene tesa a Gesù dai farisei è geniale: dobbiamo pagare le tasse ai romani o no? In un paese occupato, in cui i venti della rivolta soffiavano impetuosi, l'umiliazione del pagare le tasse al potere romano era insostenibile: se Gesù avesse risposto "sì", avrebbe avvallato l'occupazione ponendosi contro il popolo ebraico; rifiutarsi di pagarle lo avrebbe subito schierato nel gruppo degli estremisti zeloti, nemici giurati dei romani. Non c’era scampo.
“«Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di' a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?»”.
I miei capelli bianchi mi hanno insegnato che quando una persona inizia a parlare lodandoti, vuol dire che o ti ha già fatto qualche mascalzonata o te la sta per fare: ed infatti la domanda esplode come una bomba.
"Ipocriti", risponde Gesù facendosi dare una di quelle monete che i farisei si rifiutavano di restituire a Cesare ma che riempivano le loro tasche: ipocriti e opportunisti. E, come sempre, Gesù cerca di riportare la riflessione ad un livello superiore, di andare all'origine delle scelte, di fondare una scelta politica: date a Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio.
Un'affermazione che ci pone di fronte allo scottante problema del rapporto tra la fede e le realtà del mondo e, in particolare, tra la fede e la realtà politica.
"Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare…": le realtà terrene hanno una loro autonomia, una loro logica interna, non c'è bisogno di coinvolgere Dio direttamente nelle decisioni che dobbiamo prendere.
Dio Creatore costruisce dal nulla il cosmo e lo rende autonomo, tocca a noi di scoprirne il funzionamento e le leggi intrinseche. Di più: ciò che è creato è "buono" in sé (Gen 1,31), l'uomo è chiamato a custodire questa bontà, questa bellezza usando la sua intelligenza, nella visione biblica che sa che l’armonia è fragile e minata dal delirio di onnipotenza dell'uomo.
Siamo, perciò, chiamati a scrutare le cose e la vita per capirne il significato, non abbiamo la verità in tasca, dobbiamo attuare quella splendida virtù che è il dialogo per vivere con gli altri; non possiamo appellarci a Dio per far passare qualche nostra opinione, non siamo autorizzati ad imporre agli altri il nostro credo(5), e gli altri non ci devono imporre il loro.
Se noi pensiamo che una legge sia sbagliata, la soluzione è semplice, noi non utilizzeremo le opportunità previste dalla legge(6). L’esempio è la forza più dolce ed efficace per convincere.
Dio, ottimista, ci crede capaci di gestire al meglio la splendida vigna in cui ci ha messi a vivere.
Nel presunto e pretestuoso conflitto di civiltà in atto, la soluzione è, ancora, riunire i veri credenti, non quelli che brandiscono Dio come un'arma, per trovare nel dialogo la forma della politica.
Date a Cesare quel che è di Cesare: Gesù dice che siamo adulti, che Dio non ci allaccia le scarpe né ci soffia il naso, che ci è data la capacità di affrontare le difficoltà, che siamo considerati capaci di vivere.
I farisei restano con un pugno di mosche in mano: il Rabbì non risponde alla loro provocazione, lascia a loro decidere cosa fare.
"…e a Dio quello che è di Dio.": meditando il vangelo e le lettere di Paolo, ci si rende conto che Gesù pone l'amore del Padre come origine di ogni scelta. E' come se Gesù dicesse: "Occupati anzitutto del tuo dentro, della tua interiorità, del grande progetto che Dio ha su di te come creatore del bene degli altri, il resto verrà di conseguenza".
Il rapporto con la realtà, in particolare quella politica, si gioca tutto in questo difficile equilibrio: mantenere l'autonomia delle realtà mondane, lasciando che esse ritrovino, in modo sereno e naturale sulla base del nostro esempio, la loro origine in Dio.
Alieno al vangelo è l'atteggiamento di chi rifiuta il mondo rifugiandosi nel suo Dio: Gesù si è schierato, ha denunciato l'ipocrisia del gioco politico, è stato spazzato via a causa della sua franchezza. Ma alieno al vangelo è anche l'atteggiamento di chi si compromette col mondo, di chi usa la politica e il potere (anche religioso) per ottenere dei privilegi, di chi vagheggia una teocrazia o pensa di imporre la fede agli altri. Ci è chiesto, invece, l'atteggiamento ben più difficile di lavorare al dialogo per ricondurre a verità ogni cosa.
Nella Bibbia non troveremo nozioni di economia o di genetica, ma ispirandoci al Vangelo potremo giudicare la realtà.
Il mondo dice: al centro dell'economia vi è il profitto. Il vangelo dice: al centro dell'economia vi è l'uomo. Viene prima il benessere dell’uomo e solo dopo, il giusto profitto(7).
La scienza dice: ciò che è possibile è lecito. Il vangelo dice: la vita ha una sua sacralità che va riconosciuta, che va rispettata ed ogni atto sulla vita va ponderato e soppesato più e più volte prima di agire.
La politica dice: la ragione va imposta con la forza della democrazia. Gesù dice: la condivisione e l’amore superano la ragione.
Certo, di questi tempi, in questo momento storico, il rischio non è certo quello del compromesso con le realtà mondo, ma piuttosto il rischio del rifugio intimistico nella religiosità disincarnata.
Dove sono i veri cristiani nell'economia, nella politica, nella scienza? Mettiamo la nostra preparazione e la nostra intelligenza a servizio dell'uomo e del vangelo, lasciamo dialogare la verità di Dio con le cose di cui abbiamo competenza.
Cittadini del mondo, toccati dalla gioia di avere conosciuto il Cristo, chiediamo di essere ascoltati e di ascoltare, di portare una luce diversa sulla realtà, una prospettiva che ci conduce più in alto, senza fanatismi o rigidità, condividendo la stessa umanità, senza rinunciare allo splendido volto di Dio che ci ha convertito.

Note: 1. Gruppo politico-religioso giudaico apparso all'inizio del primo secolo, erano partigiani accaniti dell'indipendenza politica del regno ebraico, nonché difensori dell'ortodossia e dell'integralismo ebraici. Considerati dai romani alla stregua di terroristi, si ribellavano con le armi alla presenza romana in Palestina. Fondati da Giuda il Galileo ebbero stretti rapporti con la comunità essena di Qumran di cui furono il braccio armato. Svolsero un ruolo importante nella grande rivolta del 66-70 d.C., la maggior parte di essi perì durante la presa di Gerusalemme da parte di Tito Flavio Vespasiano. – 2. Le persone per essere gradite a Dio dovevano fare un pellegrinaggio a Gerusalemme tre volte all'anno, portare in offerta alimenti, in particolare bestiame. Un abitante di Nàzaret non si portava certo dietro l'agnello o la capra da sacrificare al tempio, ma lo comperava a Gerusalemme anche perché le bestie dovevano rispettare certe regole di perfezione. L'appalto per la vendita degli animali per i sacrifici l'aveva la famiglia del sommo sacerdote. L'uomo arrivava, comperava l'animale nel monte degli Ulivi, dove c'era l’accampamento col bestiame da vendere, lo portava al tempio dove veniva sgozzato, così la persona riceveva il perdono dei suoi peccati; le interiora venivano bruciate sull’altare ed il resto dell'animale veniva spartito fra i sacerdoti. Siccome c'era un esubero di produzione, la carne che avanzava veniva venduta nelle macellerie di Gerusalemme, tutte appartenenti alla famiglia del sommo sacerdote e dei notabili. Perciò, il poveretto che andava al pellegrinaggio si trovava a pagare praticamente tre volte lo stesso agnello se voleva poi mangiare. – 3. La corrente dei farisei costituisce, probabilmente, il gruppo religioso più significativo all'interno del giudaismo nel periodo che va dalla fine del II sec. a.C. all'anno 70 d.C. ed oltre. Sul piano dottrinale, caratteristica dei farisei è l’intransigenza sulla sostanza della fede e della legge, ma si mostrano duttili sulle sue applicazioni. Le tendenze progressiste dei farisei si ritrovano sul piano teologico; anzitutto sullo sviluppo dell'escatologia, ovvero del fine ultimo di ogni uomo, nel quale vedono la risurrezione e il premio o la pena comminate da Dio. – 4. Da notare che farisei ed erodiani erano agli estremi dello schieramento politico di allora e nel Sinedrio tra loro scoccavano scintille. Gesù metteva tanta paura da mettere d’accordo anche gli opposti estremi politici. – 5. Mt 16,24b: “…Se qualcuno vuole venire dietro a me…”. La sequela di Cristo è una ibera scelta che non condiziona il nostro futuro (cfr Costituzione Lumen Gentium n. 16), ma ci consente di raggiungere la pienezza di vita e quindi la felicità nella nostra vita terrena. – 6. La presenza di una legge dello stato che consente, per esempio, di divorziare non intacca nel modo più assoluto la vita di un cattolico il quale, per seguire le indicazioni provenienti dalla sua tradizione, non utilizzerà le opportunità descritte dalla legge in questione, consentedo viceversa ad altri, non cattolici, di utilizzarle. – 7. “Il profitto e` utile se, in quanto mezzo, e` orientato ad un fine che gli fornisca un senso tanto sul come produrlo quanto sul come utilizzarlo. L’esclusivo obiettivo del profitto, se mal prodotto e senza il bene comune come fine ultimo, rischia di distruggere ricchezza e creare poverta`”. Benedetto XVI, enciclica “Caritas in veritate” 2009, n.21. 

lunedì 6 ottobre 2014

XXVIII Domenica del T.O.



XXVIII Domenica Tempo Ordinario - Mt 22,1-14
Gesù riprese a parlare loro con parabole e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo altri servi con quest'ordine: «Dite agli invitati: Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!». Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: «La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze». Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l'abito nuziale. Gli disse: «Amico, come mai sei entrato qui senza l'abito nuziale?». Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: «Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti». Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

Continua l’aspra polemica fra Gesù e i massimi responsabili ufficiali della religione ebraica; il confronto serrato è fra la realtà che loro garantiscono e la nuova umanità che Gesù è venuto ad annunciare e inaugurare nelle sue parole e nei suoi gesti.
In queste ultime settimane abbiamo visto in sequenza la parabola dei due fratelli, quindi quella dei vignaiuoli omicidi; la parabola che ora analizziamo è inserita subito dopo: l’insieme delle tre parabole forma una trilogia, costruita come una composizione sinfonica dalla quale emerge in crescendo il verdetto di condanna nei confronti dei capi del popolo, dei sacerdoti e degli scribi, che hanno rifiutato il messaggio proclamato da Gesù.
La parabola è riportata anche da Luca che la colloca in un altro contesto, quello del viaggio di Gesù verso Gerusalemme (cfr. Lc 14,15-22). Le differenze tra le due versioni della parabola sono notevoli: sembra che Luca abbia conservato la forma più arcaica del racconto, mentre Matteo ha aggiunto diversi dettagli per lo più allegorici.
La parabola riprende una delle esperienze fondamentali della nostra vita e della cultura ebraica: quella del cibo, o meglio della convivialità, nelle sue diverse modalità e nei suoi plurimi significati.
Il cibo riassume in modo pregnante le diverse questioni della vita, della produzione, del consumo, del rapporto delle persone con le cose. Può essere considerato solo come oggetto prodotto, come merce da veicolare e da acquistare, da mangiare come nutrimento, ma anche come elemento di relazione, strumento di cura, generatore di cultura, di armonia con la natura e con le altre forme di vita. Nella nostra società attuale il cibo esprime l’accaparramento, il consumismo, in una parola il capitalismo relativamente a una piccola parte dell’umanità; di conseguenza la gran parte soffre e muore per mancanza di cibo e di acqua.
Sono tutte elaborazioni che possono essere inspirate dalla parabola, ma il pensiero di Gesù espresso in essa deve essere inteso come esplicitazione dell’invito che Dio ha rivolto al suo popolo eletto tramite il figlio.
A differenza di Luca che parla di un semplice banchetto, fatto da un uomo qualsiasi, Matteo trasforma la scena in un banchetto nuziale fatto da un re per il proprio figlio: rieccheggia in Matteo la cultura ebraica del tema sponsale dell’alleanza, in cui lo sposo non è più Dio stesso come nell’AT, ma suo figlio, l’erede, mediante il quale si attua il regno (cfr. Mc 2,19 e seg.).
Terminati i preparativi, il re “…mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire”. Il verbo chiamare (in greco kalein), costituisce la parola chiave che dà l’impronta alla parabola. Si suppone che gli invitati fossero persone ben determinate, che erano state avvertite per tempo e avevano accettato l’invito, ma all’ultimo momento si tirano indietro. Il motivo del rifiuto in Matteo non è specificato, mentre Luca riferisce che uno degli invitati aveva comprato un campo e doveva andare a vederlo, un altro aveva comprato dei buoi e ugualmente doveva andare a vederli, un altro ancora aveva preso moglie e quindi era occupato nei festeggiamenti (Lc 14,18-20).
Questo grande banchetto nel linguaggio figurato della parabola rappresenta la nuova umanità che Dio vuole, le nuove relazioni con il superamento di pregiudizi, emarginazioni, discriminazioni, razzismi, oppressioni, violenze, morte. Coloro che portano l’invito sono gli annunciatari, i profeti, i testimoni che si sono trovati di fronte gente indifferente, supponente, violenta, preoccupata di sé e dei propri affari. E’ la raffigurazione sommaria, ma efficace, della classe dirigente ebraica del tempo a cui non interessa, in sostanza, modificare il proprio pensiero ed allargare il benessere a tutto il popolo di Israele.
Mentre secondo Luca l’uomo che aveva organizzato il banchetto rivolge subito l’invito ad altri, il re della parabola di Matteo non si dà per vinto e manda agli stessi invitati altri servi con questo messaggio: “…Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”
Anche questa volta “…quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero…”
La ripetizione dell’invito rivela da una parte la sollecitudine del re per gli invitati, cioè la volontà di Dio di coinvolgere il popolo ebraico nella costruzione del regno, e dall’altra la determinatezza del loro rifiuto. Questa volta al rifiuto si unisce l’insulto e l’uccisione degli inviati: rieccheggiano qui le persecuzioni dei profeti nell’AT, poi del Messia e quindi dei cristiani da parte del popolo giudaico (cfr. Mt 5,11; 21,35-39).
Il seguito della parabola deve tenere conto della mentalità dell’epoca, feroce e vendicativa che rende ancor più stridente il contrasto con la predicazione di Gesù (“…amate i vostri nemici…”): il re “…si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città…”.
Questa notizia, assente in Luca, spezza lo sviluppo del racconto; d’altra parte essa è piuttosto inverosimile in quanto lascia intendere che, mentre il banchetto è pronto, il re fa una guerra, necessariamente lunga, per punire quelli che avevano rifiutato, e poi va in cerca di altri invitati. Si tratta dunque chiaramente di un dettaglio allegorico, aggiunto da Matteo, che si riferisce alla guerra giudaica e alla distruzione di Gerusalemme da parte dei romani nel 70 d.C., considerata allora come il castigo inflitto da Dio al suo popolo per aver rifiutato il dono della predicazione di Gesù.
Poi disse ai suoi servi: «La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze».” 
Dopo l’invito alla classe dirigente di Israele, l’invito viene esteso a tutti senza distinzione: in Luca i secondi invitati sono “poveri e storpi e ciechi e zoppi” (Lc 14,21), simbologia che include tutta quella parte del popolo che non ha alcun potere e che vive miseramente. In Matteo essi diventano “cattivi e buoni”; si passa così da una valutazione di carattere sociale a una qualificazione di carattere etico, in relazione alla sensibilità dei due evangelisti.
Il termine greco tradotto con “crocicchi”, vuole definire, con ogni probabilità, le strade in uscita dalle porte della città che conducono verso le campagne: una allusione simbolica ai popoli circostanti chiamati anch’essi ad entrare nel regno anche se non appartenenti ad Israele.
Ora Matteo dà la sua zampata finale: “Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l'abito nuziale. Gli disse: «Amico, come mai sei entrato qui senza l'abito nuziale?»”. E’ un’aggiunta propria di Matteo, anzi più che un’aggiunta, è quasi un’altra parabola, che mal si collega con la precedente: come pensare infatti che abbiano l’abito nuziale persone raccolte all’ultimo momento in giro per la città?
Per comprenderlo dobbiamo ancora una volta ricordare che Matteo è un ebreo che scrive per gli ebrei convertiti che costituiscono la sua comunità e che sono insofferenti verso una bontà divina indifferenziata: Matteo infatti vuole evitare l’equivoco, che potrebbe sorgere dal fatto che sia cattivi che buoni entrano nella sala nuziale, che simboleggia il regno. Egli intende sottolineare che non basta l’appartenenza ad una comunità cristiana per appartenere al regno; è necessaria la veste nuziale, che rappresenta i “frutti buoni” (Mt 7,24; 21,43) che Dio si aspetta dai suoi.
“Allora il re ordinò ai servi: «Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti». Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti.”
Come in altre occasioni, anche qui Matteo conclude la parabola con una frase di sapore apocalittico citando la Gheenna, paragonando quindi coloro che non accettano di amare gli altri anche a proprio discapito, ai padri snaturati che bruciavano vivi i primogeniti pur di avere la protezione del dio Molock. L’avere legate le mani e i piedi simboleggia la vita legata alla tradizione che non consente loro di accettare la parola di Gesù (Gv 11,44). 
Il banchetto è per tutti, ma a ciascuno è richiesta la disponibilità a condividere non solo il cibo, ma quello che la mensa rappresenta: un’umanità giusta, riconciliata, in pace, nella quale nessuno sia escluso.

lunedì 29 settembre 2014

XXVII Domenica del Tempo Ordinario



XXVII Domenica Tempo Ordinario - Mt 21,33-43
Ascoltate un'altra parabola: c'era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: «Avranno rispetto per mio figlio!». Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: «Costui è l'erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!». Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».
E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:
La pietra che i costruttori hanno scartato
è diventata la pietra d'angolo;
questo è stato fatto dal Signore
ed è una meraviglia ai nostri occhi?
Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».

Gesù, con la parabola riportata nel testo in esame, continua la sua polemica con i farisei e i capi del popolo, già iniziata con la parabola dei due figli; ora però il confronto è ancora più aspro e la metafora più trasparente, tanto che i suoi ascoltatori, sentitisi screditati o, meglio, smascherati, insidieranno alla sua vita tentando un gesto di violenza.
Questa parabola, comune anche agli altri sinottici (Mc 12,1-12 e Lc 20,9-19), in Matteo è riportata in modo del tutto personale: parla di un’«altra» parabola in quanto l’ha fatta precedere dalla parabola dei due figli.
Il tema della vigna si collega a quello di Israele in quanto popolo eletto (cfr. Is 27,2-5). In modo particolare si fa riferimento a Is 5 dove l’allegoria della vigna inizia proprio con queste parole: «Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle. Egli l'aveva vangata e sgombrata dai sassi e vi aveva piantato scelte viti; vi aveva costruito in mezzo una torre e scavato anche un tino» (Is 5,1-2).
Mentre Isaia mette in campo direttamente Dio, secondo Matteo Gesù indica come protagonista un «padrone», mentre Marco e Luca parlano semplicemente di un uomo. Il fatto riportato nella parabola non è inverosimile nella situazione della Palestina all'epoca di Gesù: allora era facile infatti che ricchi proprietari terrieri affittassero i loro poderi ad agricoltori locali e andassero a vivere in città o addirittura all’estero.
Matteo ripercorre le drammatiche tappe della storia della salvezza. I servi, che i vignaioli violentano e uccidono, raffigurano i vari profeti più volte rifiutati e respinti da Israele(1); una cocciuta indisponibilità che lo stesso Gesù rileverà proprio nella città santa: “Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli...”(Mt 23,37-39). La precisazione di Matteo che parla di più servi inviati due volte è vista dagli studiosi come una chiara allusione ai “primi” e ai “secondi” Profeti, secondo una caratteristica suddivisione della Bibbia in uso anche oggi presso gli Ebrei.
L’ultima tappa della storia, la più drammatica, è rappresentata dall’invio del figlio; è difficile spiegare come mai il padrone abbia spinto la sua ingenuità fino al punto di inviare suo figlio, mettendone a rischio la vita; anche il comportamento dei vignaioli risulta del tutto incomprensibile, a meno che la venuta del figlio fosse stata da loro interpretata come un segno che il padrone era ormai morto; infatti secondo le disposizioni di legge allora vigenti sull’eredità, un podere, alla morte del proprietario che non aveva eredi, passava di diritto al primo occupante.
Sono aspetti paradossali o iperbolici tipici dei racconti in parabole, in quanto contribuiscono a richiamare l'attenzione dell'ascoltatore su aspetti che altrimenti gli sarebbero sfuggiti.
Sulla persona del figlio si appunta maggiormente l'attenzione del narratore. A lui Marco attribuisce, in sintonia con Luca, il titolo di «prediletto», che adombra chiaramente la persona di Gesù (cfr. Mc 1,11; 9,7). Matteo lascia cadere questo appellativo, ma usa l’espressione «il proprio figlio», dalla quale si può tuttavia arguire che fosse l’unico che aveva. Dopo la sua uccisione secondo Marco i vignaioli buttano il cadavere fuori dalla vigna; mentre Matteo, seguito in questo da Luca, afferma che l’uccisione del figlio ha luogo fuori della vigna: questo potrebbe essere un riferimento al fatto che la morte di Gesù è avvenuta fuori delle mura di Gerusalemme (cfr. Eb 13,12-13; Gv 19,20).
Davanti a tanta durezza di cuore che cosa poteva fare il padrone della vigna? È quanto Gesù domanda al termine della parabola, provocando e coinvolgendo i suoi ascoltatori che, non comprendendo ancora di essere gli “attori” principali del dramma, rispondono con sincerità: “Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo”.
Sempre seguendo Marco, Matteo riporta l’interpretazione della parabola che Gesù stesso avrebbe dato mediante la citazione di un salmo: “E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d'angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi?” (Sal 118,22-23).
Questo testo, di cui Luca riferisce solo la prima parte, riguarda un re di Giuda che, entrato nei cortili interni del tempio, ringrazia Dio per la vittoria che gli è stata accordata, presentandola come un esempio concreto della sua preferenza per i piccoli e gli emarginati (cfr. Is 28,16). Questo salmo veniva utilizzato nelle prime comunità cristiane in riferimento alla morte e alla risurrezione di Gesù, viste rispettivamente come un rifiuto da parte dei capi religiosi ebraici e come una riabilitazione da parte di Dio (cfr. At 4,11; 1Pt 2,7; Ef 2,20).
Alla luce di questo testo biblico appare che il figlio ucciso fuori della vigna è Gesù, il quale però è stato risuscitato dal Padre. Di riflesso la vigna viene a significare l’elezione che per colpa dei capi giudaici, a cui Gesù ha raccontato la parabola, stava per essere tolta a Israele. Per questo è indicativa la frase che chiude la parabola: “Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti” che indica il compito della Chiesa di allora, ma soprattutto di oggi, quale nuovo popolo che ha la missione di “portare frutti”.
Il popolo eletto rifiuta Gesù come Messia, come ha fatto con i profeti, perché il loro messaggio non coincide con le loro attese di potenza e di gloria terrena; e Dio continua la storia della salvezza con un nuovo popolo che naturalmente non esclude Israele, purché si converta.
La parabola, tuttavia, non contiene solo un giudizio, ma anche una promessa (La pietra che i costruttori hanno scartata è diventata testata d’angolo): il fallimento di un popolo favorisce la nascita di un popolo nuovo.
Tutto questo evoca il così detto “rifiuto d’Israele”; un’interpretazione semplicistica che ha contribuito a creare un clima di condanna degli Ebrei, con le note tragiche conseguenze. Non bisogna mai travisare il genuino spirito del vangelo: innanzitutto, in quelle terribili parole di Cristo (Quei malvagi, li farà morire miseramente ), ad esprimersi nei confronti d’Israele è lo straordinario amore di Dio e non una fredda condanna; Gesù, in realtà, piange quando parla del futuro di Gerusalemme.
Si tratta quindi di un rigetto pedagogico, non definitivo. Infatti nell’AT c’erano stati altri rifiuti di Dio; uno di questi, molto espressivo, è descritto dal profeta Isaia con la stessa immagine della vigna: “Voglio farvi conoscere ciò che sto per fare alla mia vigna: toglierò la sua siepe, demolirò il suo muro di cinta e verrà calpestata”(Is 5,5), ma questo non ha impedito a Dio di continuare ad amare Israele e a vegliare su di lui, tanto che Paolo potrà assicurare che anche quest’ultimo rifiuto, annunciato da Gesù, non sarà definitivo (Rm 11,11).

Note: 1. La sequenza degli invii ricordata da Matteo è diversa da quella di Marco, il quale parla anzitutto (come Luca) di tre servi, mandati uno dopo l’altro, dei quali due vengono picchiati e uno ucciso (solo ferito in Luca), e poi aggiunge che ne mandò molti altri, di cui alcuni sono stati picchiati, altri uccisi. In Matteo si tratta invece di due soli invii, che riguardano due gruppi di servi, di cui alcuni sono bastonati, altri uccisi e altri lapidati. Sembra che con questo cambiamento Matteo abbia voluto rendere più esplicito il riferimento all’invio e alla sorte dei profeti (cfr. Ger 7,25; 2Cr 36,15-16).