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Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


lunedì 17 novembre 2014

Cristo Re



Cristo Re – Mt 25,31-46

Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi». Allora i giusti gli risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?». E il re risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me». Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato». Anch'essi allora risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?». Allora egli risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l'avete fatto a me». E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».

Questo brano è la conclusione del cap. 25 nel quale Matteo, con le parabole delle vergini stolte e dei talenti, vuole rispondere alla domanda escatologica presente nella sua comunità giudeo-cristiana: chi non ha potuto o voluto accogliere Gesù ed il suo messaggio che fine avrà?
La risposta che Matteo costruisce è fondata sulla tradizione farisaica che non prevedeva il giudizio finale per i discendenti di Abramo e lo prevedeva invece per i gentili(1); Matteo, però, inserisce in questa concezione il pensiero di Gesù.
Infatti nel Vangelo di Matteo c'è un episodio abbastanza sconcertante, almeno secondo la mentalità religiosa ebraica, ed è quello dell’incontro di Gesù con “il giovane ricco” (Mt 19,16-22). Egli chiede a Gesù cosa deve fare per avere la vita eterna. Gesù gli risponde: “osserva i comandamenti”. Il tale vuole sapere “quali”, e Gesù, in maniera sconcertante e scandalosa per le orecchie di una persona religiosa di quell’epoca (ma forse di tutte le epoche) gli cita soltanto quei comandamenti che riguardano i doveri nei confronti degli uomini. Questa è la novità clamorosa portata da Gesù.
Nella religione, in tutte le religioni, l'uomo si sforza di innalzarsi verso Dio, di sublimarsi, di spiritualizzarsi, e lo fa separandosi dal resto della gente. Per questo le persone religiose si separano dalle altre persone, le quali non possono o non vogliono vivere una vita fatta di sacrifici, di preghiere ecc.
Questa concezione, all’epoca di Gesù, ha portato alla nascita del fariseismo; il termine fariseo, infatti, significa separato. Nei primi secoli della nostra era questa concezione ha portato, in Egitto, alla nascita del monachesimo, movimento che fece proprie le idee buddiste che giungevano dall’oriente portate dai mercanti.
Il fariseismo e il monachesimo non sono concezioni di vita cristiane: nei Vangeli si denuncia che proprio queste persone, tanto spirituali, devote e religiose, sono in pratica atee. Non solo. Gesù spesso sottolinea che queste persone, tanto pie e devote, sono divenute disumane; si sono talmente spiritualizzate da allontanrsi dalla loro umanità (vedi, a titolo di esempio, Mc 3, 1-6).
La novità che Gesù ha portato, che ancora forse non è stata pienamente compresa, è che con Gesù non è l'uomo che deve tentare di raggiungere l'altezza della divinità, ma ha la possibilità di accogliere un Dio che scende e si abbassa al livello dell'umanità, un Dio che serve.
Gesù insegna che per incontrare il Dio che è già in noi, non dobbiamo spiritualizzarci, non dobbiamo separarci dagli altri attraverso determinate preghiere, devozioni, sacrifici, ma dobbiamo semplicemente umanizzarci: più noi penseremo agli altri, più scopriremo il divino che è in noi.
Proprio perché Dio si è fatto profondamente umano, la relazione con lui non si baserà sugli atteggiamenti religiosi, spirituali, ma su quelle che sono le normali regole umane, basilari, di convivenza: “avevo fame‟, “ avevo sete”, “ero nudo”, “ero straniero‟, “ero carcerato‟.

Vediamo quindi cosa dice questo brano(2).
Inizia con lo stile di un documento ufficiale, come un atto diplomatico; sembra quasi che Matteo stia parlando di un popolo straniero: “Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria”.
Gesù non proclama se stesso come il Messia, ma come il “figlio dell'uomo‟. In aramaico, la lingua parlata da Gesù, questa allocuzione significa semplicemente “uomo”; se lo colleghiamo al linguaggio preso dal profeta Daniele (Dn 7,13), significa un uomo che ha raggiunto il massimo della sua umanità, ed è quindi entrato nella condizione divina: l'uomo-Dio.
Quando Gesù annunzierà la sua passione e morte non dirà che il Sinedrio, i sommi sacerdoti, i farisei, i capi, odiano il Messia; Gesù dichiarerà che l'odio dell'istituzione religiosa è contro il progetto di Dio sull'umanità.
L'istituzione religiosa è riuscita, attraverso l'invenzione del peccato, a inculcare il senso di colpa nelle persone per farle sentire sempre indegne e bisognose della casta sacerdotale per ottenere il perdono.
L'istituzione religiosa è riuscita a scavare un abisso tra Dio e gli uomini: gli uomini, per quanto si diano da fare, non riusciranno mai a raggiungere il Signore, perché la dottrina degli scribi e farisei li fa sentire sempre in colpa, sempre indegni.
Nel Libro del Levitico si trova un elenco dettagliato di tutto quel che può separare l’uomo da Dio, quel che lo rende “impuro‟. Impuro secondo la concezione biblica dell'epoca significa separato da Dio, nell’impossibilità anche di pregare. Il Signore è infatti situato nella sfera dell'assoluta santità e della purezza.
L'uomo, per entrare in contatto con Dio, deve purificarsi; per farlo deve ricorrere ai sacerdoti e al tempio per poter rientrare in comunione con Dio. Su questo si è sempre basata l’istituzione religiosa a costo di rendere difficile e senza gioia la vita dell’uomo
Per contro nei vangeli emerge una verità profonda e importante: per Gesù non c'è un valore assoluto più importante del bene dell'uomo. Nel caso che al bene dell'uomo viene sovrapposta una dottrina o una verità più importante, questa non proviene da Dio, perchè prima o poi si ritorcerà contro l’uomo.
Per Gesù non c'è nell'orizzonte del credente un obiettivo più importante che il bene dell'uomo, più di qualunque dogma, più di ogni verità. Gesù non chiede pratiche straordinarie, chiede di essere profondamente umani cioè attenti ai bisogni e alle necessità delle persone andando loro incontro, mettendosi a loro servizio per alleviare le sofferenze. Questo è possibile per tutti. Quando accade questo l'uomo sente nascere dentro di sé una nuova realtà, una vita di una qualità divina, perché l'uomo incontra Dio quando si umanizza completamente.
Gesù sacralizza l'uomo e desacralizza tutto quello che era ritenuto sacro dalla religione. Si comprende allora l'odio dell'istituzione religiosa contro il “figlio dell'Uomo‟, ritenuto un bestemmiatore, un indemoniato che merita la morte. E lo ammazzeranno. Ma quando crederanno di aver vinto, quella sarà la loro sconfitta perché l'uomo che ha la condizione divina non muore, chi ha lo Spirito non muore perché lo Spirito è vita e dove c’è la vita di Dio non c’è la morte.
Pertanto Gesù dichiara che quell’uomo che sarà ucciso, con la morte più infamante, quella della croce, “verrà nella sua gloria”, cioè acquisterà la condizione divina, e con lui tutti gli inviati (angeli). E’ l’affermazione della resurrezione(3).
Gli angeli sono gli inviati di Gesù, quelli che hanno accolto il suo messaggio, e con lui e come lui hanno orientato la propria vita per il bene degli altri. Sono quanti attraverso la sequela di Gesù e l’accoglienza del suo messaggio hanno sentito la loro vita trasformarsi.
Allora “si siederà sul trono della sua gloria”.
Questa espressione presa dall'AT indica la presenza di Dio nel tempio. Con Gesù Dio esce dal tempio e per prima cosa va incontro alle persone escluse dal tempio(4), perché  per Dio non c'è nessuna persona che possa essere considerata indegna. E’ una verità importante come lo stesso Pietro ha capito dopo l'incontro con il centurione(5). E’ la fine della religione.
Con Gesù non c'è una sola persona che possa sentirsi esclusa dall'amore di Dio. Gesù va incontro agli esclusi, ai rifiutati dalla religione, agli impuri e ai peccatori. A quanti non potevano avvicinarsi al Dio del Tempio, il Dio di Gesù va loro incontro per comunicare a tutti il suo amore.
Con Gesù c'è un cambio radicale nel rapporto tra gli uomini e Dio. La nuova relazione con il Signore non sarà più attraverso l’osservanza della Legge di Dio, ma mediante l’accoglienza dell'amore del Padre. La legge di Dio non è altro che un vuoto contenitore diventato strumento di potere da parte delle autorità religiose per consolidare e rafforzare sempre di più il loro dominio e il loro prestigio sulle persone.
Gesù invece non agisce mosso dalla legge di Dio, ma dall'amore del Padre; non dal bene della dottrina, ma dal bene dell'uomo. Questo è il Gesù che si manifesta in questa scena: “Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre”.
La religione, ogni religione, non potendo convincere le persone con le sue osservanze, le sue regole, che sono tutte irrazionali, obbliga a osservare i suoi insegnamenti, spacciando per verità divine quelle che sono solo dottrine di uomini, e per questo ricorre al terrorismo religioso inculcando nelle persone la paura di Dio e del suo giudizio. Un'immagine che ha angosciato generazioni di credenti, è proprio l'immagine del giudizio universale.
I pittori si sono esercitati nel manifestare questo giudizio; basti pensare alla Cappella Sistina: alle poche anime di eletti, quasi tutti religiosi(6), corrisponde una gran massa di dannati; e lì si è dato sfogo al sadismo, al masochismo per immaginare le pene più tremende per quanti saranno castigati nel giorno del giudizio universale.
Ma l'immagine di un giudizio universale è assente dai Vangeli.
Gesù dichiara che saranno riunite davanti a lui tutte le genti e usa il termine greco ethne, da cui deriva la parola italiana etnico, che indica le nazioni pagane. Pertanto questo giudizio non è universale, non è per tutto il mondo, è per i pagani. Per il giudizio di Israele saranno i dodici discepoli che giudicheranno le dodici tribù (Mt 19,28). Per i credenti in Gesù non c'è invece nessun giudizio. Per il fatto di aver accolto Gesù come modello della propria esistenza e per il fatto di aver orientato la propria vita verso il bene degli altri, i credenti nel Cristo sono già nella pienezza della vita eterna e non vanno incontro a nessun giudizio (Rm 3,24; 1Cor 6,11; Gal 2,16; Tt 3,7).
Ma quelli che non hanno mai sentito parlare di Cristo, quelli che non l’hanno conosciuto, in base a cosa saranno giudicati? È a questo interrogativo che risponde la parabola di Matteo.
Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre…”
Prima Gesù si è presentato come il figlio dell’uomo, l'uomo che ha la condizione divina. Ora Gesù si presenta sotto le vesti del pastore. In nessuna di queste espressioni c'è qualcosa che indichi la paura, il timore. Il pastore è colui che si prende cura delle pecore, quello che va in cerca della pecora smarrita, il pastore che offre la vita per le sue pecore, è il pastore che separa le pecore dai capri(7). Gesù si rifà alla pratica palestinese dei beduini dove la sera i greggi venivano separati per la mungitura, e afferma che porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sua sinistra.
“Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra...”.
Dopo il pastore, Gesù si presenta come re. Israele, dopo il fallimento della monarchia, non aveva avuto più re e aspettava un re ideale, quello che si prende cura degli orfani e le vedove. Gli orfani e le vedove sono due categorie umane che non hanno un uomo, un maschio che pensa a loro. Il re, nella simbologia ebraica, indica colui che protegge quelle persone delle quali nessuno si prende cura. E Gesù dirà a quelli che stanno alla sua de-stra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo”.
Come fa Gesù a riconoscere quelli che sono benedetti?
Nella tradizione ebraica, che poi è confluita nella spiritualità cristiana, si diceva che tutte le azioni di un uomo erano scritte in un libro che Dio avrebbe consultato nel giorno del giudizio. Gesù non ha bisogno di consultare nessun libro. Come il pastore distingue le pecore dai capri, ugualmente il Signore distingue prontamente quelli che hanno orientato la propria vita per il bene degli altri e quelli che invece sono vissuti solamente per se stessi.
Gesù, parlando del regno di Dio, l’aveva paragonato a un pescatore che tira fuori dalla sua rete pesci buoni e pesci marci(8) (Mt 13,48). I pesci non sono cattivi, sono marci, sono senza vita, e non vengono eliminati per la loro cattiva condotta, perché hanno commesso qualcosa, vengono scartati perché sono marci, e quindi inutili. Ugualmente il contadino esperto distingue subito il frutto buono dal frutto marcio. E così Gesù distingue prontamente quelli che hanno vissuto per gli altri, perché chi orienta la propria vita per il bene dei fratelli, trasforma la propria esistenza, diventa una persona splendida: “…se l'occhio che è in te è luminoso, tutto il tuo corpo sarà luminoso…” (Mt 6,22). L'occhio luminoso è un'espressione ebraica che indica la generosità. Una persona che vive per gli altri è una persona splendida.
Gesù non ha bisogno di consultare i libri. Vede le persone che sono splendide e le persone che invece sono nelle tenebre.
Il Padre di Gesù benedice queste persone (benedetti dal Padre mio) chiamate a ricevere “…in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo…”.
Il Dio che emerge dai Vangeli è un Dio completamente diverso da quello della tradizione religiosa. Il Dio della religione è un Dio sempre scontento dell'umanità, un Dio che, secondo il salmista, si affaccia, guarda la terra e si ritrae nauseato.
Il Padre di Gesù guarda anche lui l'umanità ed esclama: che meraviglia! Non è che Dio non veda la realtà così come è, ma Dio vede l'uomo come può diventare se coglie il suo amore. E’ un Dio talmente innamorato della sua creazione che fin dalla creazione del mondo, ha pensato a ogni sua creatura per farla erede del suo regno.
È lo stesso pensiero espresso da Paolo nella lettera agli Efesini con l’inno dell'ottimismo di Dio sul creato: “…in Gesù, Dio ci ha eletti prima della creazione del mondo…“(Ef 1,4). Prima ancora di creare il mondo Dio aveva pensato a noi, aveva pensato a ognuno di noi per renderci suoi figli adottivi.
E’ l'adozione di un potente, non è l'adozione come noi la intendiamo, cioè l'accoglienza di un bambino per amore all'interno di una famiglia, ma a quell’atto giuridico con il quale l’imperatore, quando vedeva approssimarsi ormai la fine della sua esistenza, sceglieva tra i suoi valorosi uno che riteneva avesse le sue stesse qualità per continuare a portare avanti il suo impero come lui e meglio di lui.
Questo significa essere figli adottivi di Dio: il Signore ci stima tanto, ci apprezza tanto e soprattutto ha tanto bisogno di noi, che ci chiede di collaborare alla sua azione creatrice. La creazione non è terminata fintanto che ci sarà il male e la sofferenza nel mondo (Rm 8,18-23).
I primi capitoli del libro della Genesi, dove leggiamo del giardino (in persiano: paradiso), dell'armonia tra l'uomo e la donna, tra gli uomini e la natura, non sono la descrizione di un mondo irrimediabilmente perduto, ma la profezia di un paradiso da costruire, collaborando all'azione creatrice di Dio.
Collaborare alla creazione di questo mondo non è nulla di impossibile o di strano: basta capire la frase “…perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare…”. Lavorare all'azione creatrice del Padre significa esercitare nella vita opere che comunicano vita agli altri. “…ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato…”.
Per collaborare col Creatore basta avere una risposta d'amore, di tenerezza, di misericordia nei confronti di chi ha bisogno. Collaborare all'azione creatrice di Dio significa comunicare vita a chi vita non ce l’ha.
In queste sei azioni, chiamate le sei opere di misericordia, non viene chiesto conto del comportamento nei confronti della divinità. Quelli che sono benedetti dal Padre non lo sono perché hanno pregato, perché hanno offerto sacrifici, ma perché hanno dato vita agli altri. Il giudizio per quanti non hanno conosciuto Dio non è il rapporto che hanno avuto con il Signore, ma con le altre persone.
Nel Talmud, libro sacro degli ebrei, c'era una parabola simile a questa di Matteo. Nel Talmud si legge infatti che nell'aldilà il Santo, che benedetto sia, - espressione ebraica per indicare il Signore - prenderà un rotolo della Legge, i primi cinque libri della Bibbia, se lo poserà sulle ginocchia e dirà: chi se ne è occupato venga e riceverà la sua ricompensa. Nella tradizione ebraica per entrare a far parte della benedizione, della ricompensa di Dio, bisognava aver osservato la sua Legge. Con Gesù tutto questo è terminato. Quello che determina il gradimento di Dio non è avere osservato o meno la sua Legge, ma il comportamento tenuto verso l’altro.
La novità portata da Gesù è che all’orizzonte del credente c’è soltanto il bene dell’altro; non c'è nient'altro.
Da notare che queste opere di misericordia erano conosciute del mondo antico anche presso gli scrittori pagani; e si trovano sia nei testi religiosi sia nei testi laici. Ma in tali testi non si trova la categoria dei carcerati con i quali il Signore si identifica: “…ero carcerato e siete venuti a visitarmi”.
Gesù si identifica con gli ultimi della società, non con i primi. Il Signore si identifica con gli affamati, con gli assetati, con gli stranieri, con i nudi e - cosa veramente scandalosa per le pie orecchie dell'epoca – con i carcerati.
Il carcerato veniva considerato una persona giustamente punita per le sue colpe e verso il carcerato non c'era nessun sentimento di pietà e di compassione o di misericordia, perché era responsabile della propria condanna. Con l'immagine del carcerato Gesù indica tutte quelle persone che per la loro condotta si trovano in una situazione di totale rifiuto da parte della società e non meritano un minimo sentimento di pietà o di misericordia.
A quell'epoca i carcerati erano detenuti soltanto per il periodo in attesa dell'esecuzione capitale; e la sopravvivenza del condannato non era determinata dai carcerieri ma dai familiari e amici che dovevano portargli da mangiare. Quindi visitare il carcerato non significa soltanto recare una visita di conforto ma dare vita a quelle persone che la religione e la società civile ritengono i più lontani e non degni di un minimo di compassione.
“Allora i giusti gli risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere?”
Giusto nel Talmud significa “fedele”, colui che è fedele all'osservanza della Legge. Il giusto con Gesù non sarà più il fedele osservante della legge, che non determina più la condotta del credente, ma fedele all’uomo, all’amore verso ogni creatura.
Allora gli chiedono: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”
Ed ecco la risposta clamorosa di Gesù: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli (= insignificanti)…”. Gesù chiamerà fratelli i suoi discepoli dopo la resurrezione, ma qui anticipa già che suoi fratelli sono le persone ritenute insignificanti dalla società, le persone che non contano nulla, che sono invisibili. Le persone che il mondo ignora, Gesù le considera suoi fratelli: “ …che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, cioè insignificanti, l’avete fatto a me…”.
Questo brano evangelico non giustifica in alcun modo quell’errata spiritualità che consiste nel vedere Cristo nel povero. Le persone che hanno aiutato l'affamato, non l’hanno fatto perché vi vedevano Cristo, non hanno accolto lo straniero perché ospitando il forestiero accoglievano il Signore; essi del Signore non sanno niente, e infatti si meravigliano.
Le azioni di vita che loro hanno fatto sono state nei confronti dei bisognosi in quanto tali e non del Signore. Non hanno dovuto cercare qualcosa di divino nel bisognoso per amarlo, lo hanno amato perché ne aveva bisogno.
Non si amano gli altri perché negli altri c'è il Signore, ma con il Signore e come il Signore si amano gli altri, così come sono, senza pensare a una possibile ricompensa divina. Non si tratta di vedere Gesù nel povero, ma di guardare lo straniero e il carcerato con lo stesso sguardo con il quale lo vede Gesù.
Nella religione (per religione si intende quello che gli uomini fanno per Dio) il traguardo è Dio; tutto quello che l'uomo fa, lo fa per Dio. Con Gesù la religione è finita; al suo posto c'è la fede, che è la risposta degli uomini a quello che Dio fa per loro.
Con Gesù Dio non è più al traguardo dell'esistenza, ma all'inizio: è Gesù che prende l'iniziativa di amarci, e noi, avvolti da questo amore, con lui e come lui amiamo l'altro così come è: pidocchioso, sporco, insopportabile. Non devo trovare Cristo nell'altro per amarlo, ma devo scoprire in me lo stesso sguardo di Gesù, e con Cristo e come Cristo amare queste persone.
Adesso vediamo invece il rovescio della medaglia: questa pagina è drammatica perché vi sono delle parole di una durezza che ci devono far riflettere veramente.
“Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato»”.
Sono parole tremende che uno non si aspetta di trovare in bocca a Gesù, tanto più che poco prima aveva detto venite benedetti dal Padre mio.
Adesso si gira, guarda quelli che ha collocato alla sua sinistra, (ricordo che la divisione che Gesù ha fatto, non l’ha fatta consultando un libro dove sono scritte le azioni delle persone ma è bastato guardare perché ci sono persone vive e persone che sono già morte e putrefatte), e rivolto a queste persone dice: “via, lontano da me”.
Gesù è la vita, ed è incompatibile con la morte, con il marciume; Gesù è la luce, ed è incompatibile con le tenebre per questo li allontana.
“…maledetti…”, ma non sono maledetti da Dio.
Abbiamo letto prima nel testo: venite benedetti dal Padre mio. Il Padre è amore, Dio è amore, e non ha nessuna maniera di rapportarsi con le persone che non sia una comunicazione traboccante, crescente, d'amore. Dal Padre, viene soltanto benedizione e amore.
Gesù non dice maledetti dal Padre mio; ma solo maledetti: sono divenuti maledetti da soli, perchè Dio non maledice, Dio benedice.
“…via lontano da me, maledetti”. Questa espressione così forte appare un’unica volta nel Vangelo di Matteo. L'evangelista si rifà al primo assassino della Bibbia, a Caino che ammazzò il fratello; nel libro della Genesi (Gn 4,1-16) si legge: ora, sii maledetto. Richiamandosi a questa maledizione l'evangelista vuol dire che negare l'aiuto all'altro è come ucciderlo. Se la risposta era fattore di vita, avevo fame e mi avete dato da mangiare, la mancata risposta è causa di morte.
Coloro che non aiutano l'altro, coloro che non sono attenti ai bisogni e alle sofferenze degli altri, sono assassini e la maledizione non viene da Dio, ma si sono maledetti da sé. Sono parole veramente dure.
Quelle persone che vivono esclusivamente centrate sui propri bisogni, sulle proprie necessità, ignorano i bisogni e le necessità magari delle persone che sono loro accanto, con le quali vivono insieme, a volte nella stessa famiglia. Chi vive unicamente centrato egoisticamente su se stesso vede tutto il mondo orientato su di sé, pensa soltanto a quello che gli devono gli altri e non apre gli occhi per vedere ciò che lui deve agli altri.
Ma come si fa a non dare da mangiare a uno che muore di fame? a non dare da bere a uno che muore di sete, a non vestire uno che è nudo, a non visitare uno che è malato. Cercando nel Vangelo esempi del genere, si vede che è possibile.
Ci sono due categorie di persone che rientrano sotto questa maledizione: i ricchi e le persone religiose.
Il ricco lo troviamo nel Vangelo di Luca nell'episodio conosciuto come “il povero Lazzaro” (Lc 16,19-31). In questa parabola il ricco non viene condannato perché è malvagio, perché si comporta male nei confronti del povero, ma semplicemente perché lo ignora.
La descrizione che Luca fa del ricco è straordinaria dal punto di vista psicologico; dice: c'era un uomo molto ricco che vestiva di porpora e bisso (oggi potremmo tradurre in maniera molto più comprensibile: vestiva firmato dal capo ai piedi) e tutti i giorni banchettava lautamente. Quindi il ricco è il vero povero e la povertà interiore ha bisogno di essere mascherata con il lusso esteriore e l’abbondanza.
Questo ricco non si comporta male nei confronti di Lazzaro, non lo fa picchiare, semplicemente lo ignora. Se ne ricorda soltanto quando è nel regno della morte(9). Ma i ricchi non cambiano mai; dirà ad Abramo “mandalo”, continuando la propria abitudine al comando: si accorge dell'esistenza di Lazzaro soltanto per i propri bisogni. Abramo dice che non si può.
Il ricco è tale perché è egoista, se non fosse egoista, non sarebbe ricco, se fosse generoso non sarebbe più ricco.
L'ultimo favore che chiede ad Abramo: mandalo a casa mia dai miei fratelli... Continua a  pensare soltanto a se stesso: non dice mandalo al popolo a dire cosa succede a chi vive per sé, no, mandalo a casa mia, ai miei fratelli. Il ricco è colui che cade sotto questa maledizione non perché si comporta in maniera malvagia nei confronti degli affamati, dei poveri, ma semplicemente perché li ignora. Non sono nel suo orizzonte.
Gesù è molto categorico: nel suo regno non c'è posto per i ricchi, ma solo per i signori. C’è differenza fra il ricco e il signore: il ricco è colui che ha, il signore è colui che dà. Signori possiamo esserlo tutti, perché tutti possiamo dare qualcosa, magari un sorriso. Il ricco no, il ricco è quello che ha e trattiene per sé. Nella categoria dei maledetti ci sono i ricchi, quelli che vivono e accumulano per sé.
L'altra categoria, ancora più tragica, sono le persone religiose cioè quelle persone per le quali gli obblighi nei confronti di Dio vengono prima e sono più importanti del bene dell'uomo(10).
Quando si ci trova nella vita di fronte a un dilemma, di fronte a un conflitto, come ad esempio: cos'è più importante osservare le leggi di Dio o fare del bene all'altro, le persone religiose non hanno dubbi: è più importante l'onore e il rispetto di Dio(11).
Gesù invece mette sempre al primo posto il bene dell'uomo. Non c'è altro valore, non c'è legge, non c'è dottrina che sia più importante del bene dell'uomo. Questa è la novità portata da Gesù. E naturalmente, è stato attaccato: a un dottore della legge (Lc 10,25-37) che si sente coplito da questa novità e vuole sapere chi è il prossimo, Gesù gli racconta la parabola chiamata del buon samaritano: c'era un uomo, scendeva per la strada che conduce a Gerico, capita in un'imboscata, lo massacrano di botte, lo rapinano e lo lasciano moribondo; in quelle condizioni la morte è sicura. Ed ecco, arriva un sacerdote che scendeva per quella strada. Il fatto che scendeva, significa che era stato al tempio, era stato a contatto con il Signore, era pienamente puro. Lo vede e passa dall’altra parte. Perché? Perché la Legge dice che tu, sacerdote, non poi avvicinare un ferito, perché se per caso anche una sola goccia di sangue ti sporca le mani tu sei impuro. Qui c'è un sacerdote che è stato una settimana in servizio a Gerusalemme, ha fatto tutte le abluzioni, le purificazioni, è puro. E lui si trova di fronte al dilemma: cosa debbo fare? E’ più importante osservare la legge di Dio, o il precetto dell'amore del prossimo? E decide che  è più importante il precetto dell'amore di Dio. Il prossimo lo ricorderò nelle preghiere, come fanno certe persone pie e religiose quando chiedete loro un favore, in qualsiasi situazione difficile vi troviate, queste sono quelle che vi dicono: vi ricorderò nelle preghiere, con il risultato che tu stai peggio di prima.
Onorando l'uomo si onora Dio, spesso onorando Dio, si disonora l'uomo.
“…Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli,…”
Qui occorre fare attenzione, perché veniamo da tradizioni che, allontanatesi dal Vangelo, hanno distorto i significati delle frasi del vangelo(12).
Se voi buttate qualcosa nel fuoco questa cosa si distrugge, il fuoco la consuma tutta. Il fuoco nella Bibbia è il simbolo della distruzione totale; se poi questo fuoco arde per sempre, è un fuoco che distrugge tutto.
Il fuoco perenne nel quale vengono gettate queste persone, non è un castigo a dei viventi, ma è l'inceneritore per persone che sono già morte. Il fuoco perenne rimanda alla Gheenna: una valle che c'è ancora a Gerusalemme, è un burrone che veniva usato come inceneritore, come discarica di rifiuti.
Gesù più volte ammonisce: se non cambiate la vita, guardate che finite là, cioè quando morite, andate nell'immondizia, nell'inceneritore, nella distruzione totale. Quindi il fuoco perenne significa l'annientamento totale, la distruzione totale.
Secondo la tradizione ebraica i malvagi finivano in questo immondezzaio per 12 mesi e poi venivano completamente distrutti, completamente annientati.
Il fuoco perenne, preparato per il diavolo e per i suoi inviati, per i suoi messaggeri: è l'ultima volta che appare il diavolo nel vangelo di Matteo, per la sua definitiva sconfitta; il diavolo è stato definitivamente sconfitto da Gesù. Qui il diavolo va a finire nel fuoco perenne cioè nella distruzione totale. Non c'è più posto per il diavolo nella vita, nel mondo dei credenti in Gesù. Tutti gli evangelisti hanno questa immagine.
Qui Matteo, con un’immagine ancora più radicale, dice che il diavolo viene cacciato nel fuoco perenne, che, ripeto, non indica un supplizio ultraterreno, ma l'annientamento totale.
L’annientamento totale è quello che nel NT si chiama la morte seconda (Ap 21,8). Vediamo cos’è questa morte seconda: gli evangelisti per indicare la vita adoperano due termini greci: uno è bios, (adoperiamo tutti la parola biologo); bios significa una vita che ha un inizio, ha un massimo sviluppo, poi comincia il suo declino fino alla fine. L'altro termine che adoperano i evangelisti per indicare vita è zoe; questo termine da qualche decennio sappiamo che indica la vita intellettiva, di relazione, una vita prossima a quella divina che ha un inizio, ma non ha una fine. Nell'esistenza di noi tutti c'è una crescita armoniosa della parte biologica e della parte divina in noi fino al massimo sviluppo; poi, purtroppo, incomincia nella nostra esistenza l'inevitabile lento declino che ci porta al disfacimento. Ci dispiace a tutti, cerchiamo di tenerci in forma ma è inevitabile per quanti lifting possiamo fare, fa parte della sfera biologica che dopo il massimo sviluppo, va fino alla distruzione.
Nel momento in cui comincia a declinare, l'altra vita, quella divina, continua a crescere. Paolo ha una bellissima espressione in una delle sue lettere dice: “anche se il nostro corpo esteriore si fa disfacendo quello interiore si rinvigorisce di giorno in giorno” (2Cor 4,16).
C'è una prima morte alla quale tutti andremo incontro, è la morte biologica ma noi, ci assicura Gesù, non ce ne accorgeremo, continuere a vivere in Dio. Il rischio è, che quando arriva la morte biologica, trova un corpo svuotato dell'altra vita. Non c'è la zoe, la vita divina. Questa è la morte definitiva della persona, è l'annientamento totale della persona, era un progetto di vita che è stato abortito.
Vediamo come si è espresso Gesù. “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?
Notate come queste persone sono rudi. Queste persone spicce riassumono tutto: quando ti abbiamo visto affamato, assettato, nudo, ammalato o in carcere - e attenzione alla spia - e non ti abbiamo servito? Ecco quale è stato il motivo: loro hanno servito il loro dio e, se avessero visto Gesù, lo avrebbero servito. Avrebbero fatto un servizio inutile, perché Gesù ha detto: “…io non sono venuto per essere servito ma per servire…” (Mt 20,28).
Noi non dobbiamo servire Gesù, non dobbiamo servire Dio, ma come Dio e come Gesù dobbiamo metterci a servizio degli altri. Questi hanno servito un dio, ma non hanno servito i fratelli; tutti presi dalle cose divine si sono dimenticati delle cose umane. Ecco la denuncia che fa l'evangelista.
Ma egli risponderà: "In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l'avete fatto a me». E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».
Il contrario di quello che Gesù aveva detto ai giusti È l'unica volta che nel Vangelo di Matteo appare il termine “punizione(13)” che, in greco, deriva dal verbo “mutilare‟.  Non è una punizione ultraterrena: non vuol dire: adesso siete morti, adesso vi aspetta un'eternità di punizione. E’ invece il fallimento totale dell'esistenza, hanno mutilato la loro vita, chi non vive amando gli altri mutila la propria vita, rinuncia alla propria vita; se quelli che hanno amato gli altri hanno come effetto una vita eterna, una vita per sempre, gli altri sprofondano nella morte per sempre, per cui Gesù qui non sta parlando di un castigo dopo la morte, ma la constatazione tragica, tremenda del fallimento dell'esistenza.
Quando è arrivata la morte biologica non ha trovato niente, è la mutilazione, era un progetto di vita che invece si è mutilato completamente. E’ quella che, come abbiamo visto, si chiama la morte seconda(14): se ne andranno questi alla punizione eterna, ma i giusti alla vita eterna. Per Gesù il giusto non è colui che è fedele alla legge, ma è fedele all’uomo, al bene dell’uomo. Questi sono i giusti del vangelo: questi se ne andranno alla vita eterna; vita eterna significa una vita indistruttibile che continua per sempre.

Detto questo, una sottolineatura. Questo messaggio non è per la comunità cristiana. Questo messaggio è per quelli che non hanno conosciuto il Signore, per quanti non ne hanno mai sentito parlare. Per questi Gesù usa questa parabola.
Ma per i credenti la vita eterna non comincia dopo la morte; per i credenti che hanno accolto Gesù, e con lui e come lui hanno orientato la propria vita al servizio degli altri, la vita eterna incomincia qui in questa esistenza.
Mai Gesù, quando parla ai suoi discepoli, parla di vita eterna usando verbi al futuro. Non dice: credi e avrai la vita eterna, ama e avrai la vita eterna, ma chi crede ha la vita eterna, chi ama ha già la vita eterna.
Gesù dice: se oggi decidete di orientare la vostra vita per il bene degli altri, già oggi stesso, in voi sgorga una nuova vita che assomiglia a quella di Dio, è divina, una vita che vi permetterà quando incontrerete il momento della morte, di superarla e di vivere per sempre.
Questo fa comprendere perchè il messaggio di Gesù si chiama la buona notizia.

Note: 1. Questo tipo di distinzione non è presente negli altri tre vangeli canonici (e, per quanto io abbia potuto verificare, nemmeno negli apocrifi) ed è quindi una caratteristica specifica del pensiero della comunità giudeo-cristiana di Matteo. – 2. Questa spiegazione è liberamente tratta dalla conferenza “Avevo fame e non mi avete dato da mangiare” tenuta da P. Alberto Maggi a Cefalù nel 2007. – 3. Onde evitare malintesi, sottolineo che qui non si parla del ritorno escatologico di Cristo, della parusia. L’idea della seconda venuta di Cristo non è presente in maniera esplicita nel NT e il versetto Gv 14,3, che, ad una lettura superficiale, sembra annunziarla, può più propriamente essere inteso in modo simbolico. Solo con l’interpretazione molto personale di Giustino si inizia a parlare di “ritorno” di Cristo. Giustino martire (Flavia Neapolis, 100 – Roma 162) è stato un filosofo palestinese fortemente influenzato dalla filosofia greca e platonica in particolare. Flavia Neapolis, la sua città natale, era il nome romano dell'attuale Nablus. La Chiesa cattolica lo venera come santo e lo annovera tra i Padri della Chiesa; i suoi due più famosi scritti Prima Apologia dei Cristiani e Seconda Apologia dei Cristiani ne fanno uno dei primi difensori del pensiero cristiano. Viene venerato come santo anche dalla Chiesa ortodossa. – 4. Perché, come vedremo più avanti, si trova alla presenza dei gentili. – 5. Pietro aveva annunciato ai pagani che se si fossero convertiti e battezzati lo Spirito Santo sarebbe sceso su di essi… e lo Spirito scende sui pagani senza che si siano convertiti o passati attraverso il rito del battesimo… (At 10,1-33). E Pietro, da questa esperienza sconvolgente, comprende una profonda e importante verità di fede: “Dio mi ha insegnato che non c'è neanche un uomo che possa essere considerato impuro”(At 10,28b). – 6. L’insieme degli eletti, in greco, è espresso da una parola che in italiano suona “il clero”. – 7. La parola è maschile, non femminile come la traduzione CEI. Probabilmente il traduttore non conosce il mondo della pastorizia, né si è informato prima di tradurre. – 8. Nel testo CEI il vocabolo è stato tradotto con “cattivi” sottintendendo una connotazione morale. La traduzione corretta è “marci”. – 9. Si ricorda che l’episodio di Lazzaro in Luca fa riferimento alla concezione farisaica della retribuzione post-mortem, con un periodo di 12 mesi di sofferenze diversificate in trimestri (fuoco, gelo, prurito e insetti) seguite dalla distruzione totale della persona e dalla scomparsa anche nel ricordo dei vivi. Al contrario il giusto proseguiva la sua vita nel “seno di Abramo”. – 10. Purtroppo, e questo lo dico con profonda tristezza, i precetti costruiti lungo tutti i secoli dalla teologia cattolica risultano conformi a questa visione. La conversione a Cristo della Chiesa cattolica è la grande speranza del mondo. – 11. Gesù ha sempre condannato questo comportamento; per esempio nel passo Mc 3,1-6, che, per essere correttamente inteso, richiede la conoscenza che nel centro delle sinagoghe era presente un palo o treppiede con appesi i rotoli della Legge. – 12. Gli studiosi (storici delle religioni e sociologi) danno una spiegazione “strategica” della costruzione teologica dell’Inferno. Dopo l’Editto di Costantino (313 d.C.) si ha una liberalizzazione delle attività di pensiero e di culto del cristianesimo. Però nelle regioni rurali, ove risiede una quantità enorme della popolazione imperiale, l’attaccamento ai culti pagani risulta tenace. Per scalzare la resistenza del paganesimo, (religione mondana aperta, per via delle influenze orientali, ai riti orgiastici), occorre aprire la mentalità popolare sull’orizzonte dell’aldilà. E’ così che dal IV al VI secolo la concezione cristiana dell’aldilà assume una forma suggestiva e, nello stesso tempo, terrificante. La suggestione è legata al paradiso, che, presentato alle persone colte come un luogo risplendente di fulgida luce e della visione beatifica di Dio, diventa per il popolo una regione sublime, dove l’aria è infinitamente dolce e la primavera eterna. Ma il fascino del paradiso non basta. Per scongiurare la tendenza dell’uomo al peccato, occorre definire in termini più incisivi e drammatici il destino che spetta a coloro che muoiono peccatori. E’ in questo periodo che si definisce la teologia dell’inferno, universo materiale ed eterno le cui componenti essenziali sono il verme e il fuoco.  La tradizione cristiana, destinata a crescere nel corso del tempo, costruisce un enorme edificio infernale su fragili basi scritturistiche, quasi inesistenti, e che diventa un’arma pastorale di grande rilievo. Complementarmente alla teologia dell’inferno, cresce anche e si diffonde la teologia del demonio. Maestro di nequizie, il demonio diventa l’avversario dell’uomo, la causa e l’origine di ogni suo male e della sua perdizione. La teologia demonologica identifica negli dei pagani i rappresentanti del demonio. Sono essi, impotenti a dare la felicità, a tentare l’uomo per mantenerlo nell’idolatria, il peggiore peccato contro l’unico Dio. E’ questa l’arma terrificante che, lentamente, incide sulla mentalità popolare e la rende cristiana. E’ il terrore, insomma, e non l’amore di Dio che estirpa le radici del paganesimo. La maggiore arma pubblicitaria dell’inferno e del purgatorio (che iniziava il suo percorso pastorale in quegli anni e che lo culminerà nel Concilio di Trento) sarà Dante Alighieri con la Divina Commedia, anche se il poeta la scrisse come simbolo della vita dell’uomo, carnale all’inizio, dubitante nell’età di mezzo, adorante in quella matura. – 13. La traduzione con la parola “supplizio” non è corretta, ma è stata fatta per seguire la tradizione. – 14. Anche al di fuori del NT si parla di morte seconda, infatti S. Francesco, nel suo Cantico delle creature, scrive:
Laudato si' mi Signore, per sora nostra Morte corporale,
da la quale nullu homo vivente po' skappare:
guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no 'l farrà male.”
L’ultimo versetto è poi andato in disuso perché era in contrasto con la teologia tommasea che si andava affermando in quel periodo.

lunedì 10 novembre 2014

XXXIII Domenica del Tempo Oedinario



XXXIII Domenica Tempo Ordinario - Mt 25,14-30
Avverrà infatti come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: «Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque». «Bene, servo buono e fedele - gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone». Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: «Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due». «Bene, servo buono e fedele - gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone». Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: «Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo». Il padrone gli rispose: «Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l'interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti».

Il brano in esame(1) segue la parabola delle dieci vergini ed ha un parallelo nella parabola delle mine di Luca (Lc 19,11-27): sebbene tra le due versioni vi sia una certa differenza, si può supporre che ambedue siano ricavate da Q(2).
Il racconto si divide in tre parti: il conferimento dei talenti; la resa dei conti da parte dei primi due servi; il dialogo con il terzo servo. Al termine viene posta una conclusione interpretativa.
Il racconto inizia in modo poco brillante con l’espressione:
“Avverrà infatti come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni.” Questo inizio consente di collegate la parabola alla precedente, con la quale ha in comune il tema del regno di Dio.
Viene poi raccontato l’antefatto della parabola. Il racconto parla di un uomo; per Matteo si tratta di un trafficante in procinto di partire per affari all'estero; Luca invece, per il quale lo scopo della parabola è quello si sfatare l’idea che il regno di Dio dovesse manifestarsi in breve tempo, il padrone è un nobile pretendente al trono che va in una regione lontana (la sede centrale dell’impero) per ottenere la regalità (cfr. Lc 19,12). E’ chiaramente un’immagine di Dio.
Secondo Matteo il padrone affida il suo patrimonio a tre servi, secondo le loro capacità, perché durante la sua assenza lo facciano fruttare. La somma che affida a ciascuno è notevole: un talento valeva 6.000 denari, pari ad altrettante giornate lavorative. Per Luca invece il nobile pretendente consegna soltanto una mina (corrispondente a 100 denari) a ciascuno dei servi.
Colui che aveva ricevuto cinque talenti, va subito a impiegarli e ne guadagna altri cinque; quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagna altri due; colui che ne aveva ricevuto solo uno, va invece a fare una buca nel terreno e vi nasconde il denaro del suo padrone.
Bisogna dire che Matteo non ha la capacità e la fantasia che ha Luca; infatti c’è un’immagine nel brano parallelo del vangelo di Luca, che è straordinaria. Il servo che ha ricevuto un solo talento (o mina in Luca) lo pone in un fazzoletto, o meglio, se la traduzione fosse stata corretta non si sarebbe parlato di un fazzoletto, ma di un sudario.
Il sudario era un rettangolo di tela di lino che veniva messo sopra il volto del cadavere, per non vederne il processo di putrefazione che iniziava rapidamente dato il caldo di quell’ambiente.
La denuncia di Luca è tremenda, maggiore che in Matteo: il padrone gli ha dato un dono e lui, per paura di rischiare, per paura di compromettersi, non l’ha fatto fruttare. L’ha conservato in un sudario, per cui esternamente è un lino puro e candido, ma sotto c’è il marciume, il putridume, di una vita che non è stata spesa per gli altri.
Luca così è molto più efficace di Matteo nel descrivere il regno: la vita vale soltanto nella misura che rischiando(3), facendo anche delle sciocchezze, si spende per gli altri. Una vita centrata su sé, prudente fino all’immobilità, è una vita destinata al fallimento(4).
Quel servo, al momento della resa dei conti, dice: “…so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”.
Questa è la falsa immagine di Dio che era diffusa nella mentalità ebraica ed ancora oggi lo è in molti di noi. La dimostrazione che questa immagine è falsa la si ha dal seguito della parabola in cui si capisce che questo padrone è non solo generoso, ma pazzamente generoso(5).
Una immagine falsa di Dio impedisce e mutila la crescita della persona.
Quello che irrita il padrone non è tanto il fatto che il servo non abbia fatto fruttare il talento ricevuto, ma il motivo che adduce: egli non aveva una buona idea del padrone, lo considerava duro e rapace, e quindi non ha avuto il coraggio di rischiare per non incorrere in una punizione.
La risposta del padrone è chiaramente condizionata da questa fasulla motivazione: se il servo pensava che egli fosse così rigido ed esoso, a maggior ragione avrebbe dovuto darsi da fare per far fruttare il talento che gli era stato affidato. La severità del padrone è quindi determinata non tanto dalla mancanza di profitto, ma piuttosto dal giudizio negativo che il servo si era fatto di lui.
Anche in Luca il dialogo con il sevo che ha portato indietro unicamente la mina ricevuta avviene nello stesso modo. Luca riporta però lo stupore dei presenti per il fatto che la mina dell’ultimo servo sia asseganta al primo: questo intervento introduce e prepara il detto interpretativo finale: “Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha”.
Lo stesso logion si trova nel discorso in parabole (Mt 13,12), riferito all'ascolto della parola di Gesù, mentre qui riguarda il comportamento fedele e operoso dei discepoli.
Se questo versetto è letto così, come il più delle volte viene tradotto, potrebbe diventare lo spunto per una vertenza sindacale, perché Gesù dice: " a chiunque ha, verrà dato" e fin qui si può anche essere d’accordo, ma poi viene "ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha" e questa è una vera ingiustizia.
Se si traduce così non si capisce; per comprendere cosa realmente Gesù volesse dire, occorre ricordare una piccola indicazione dal punto di vista grammaticale: il verbo avere è un verbo che, nel campo della sintassi, si chiama un verbo risultativo. E’ un brutto termine per indicare che quando dico “io ho”, questo mio avere è sempre il risultato di qualcosa. Io ho questo foglio perché l’ho comprato, ho questo libro perché mi è stato regalato.
Risulta quindi chiaro che Gesù sta usando il verbo avere nel significato di produrre e allora tradotta così, l’espressione di Gesù acquista significato.
Gesù dice: "a colui che produce sarà dato" e quindi chi produce amore riceve dal Padre una risposta superiore a quella che è stato capace di dare, ma a chi non produce, a chi rifiuta, pur ricevendo questo amore, di produrre amore sarà tolto anche quello che aveva ricevuto.
Ma cosa aveva ricevuto? Il Dio di Gesù è un Dio che comunica il suo amore a tutte le persone indipendentemente dal loro comportamento, indipendentemente dalla loro risposta, ma questo amore diventa operativo ed efficace nella persona soltanto quando si traduce in altrettanto amore verso gli altri.
Vengono infine riportate le parole di condanna del padrone: “E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti»”.
La punizione consiste dunque non solo nella privazione del talento ricevuto, ma, come nella parabola delle dieci vergini, nell’esclusione dal banchetto (la «gioia» del signore). Per Luca invece non c’è ulteriore punizione del servo: questa viene invece riservata a coloro che non volevano che l’uomo nobile regnasse su di loro.
Le diverse modalità con cui la parabola dei talenti è narrata rispettivamente da Matteo e da Luca lascia supporre che essa abbia avuto un lungo iter redazionale. È probabile che narrandola Gesù si riferisse al dono incomparabile del regno che Dio offriva all'umanità per mezzo suo. Si trattava di un capitale che veniva affidato ad ogni uomo in uguale misura, secondo un dettaglio probabilmente originario, conservato nella redazione lucana. Ciascuno doveva impegnarsi per far fruttare tale dono.
L'accento della parabola, più che sul comportamento degli uditori, cadeva sul momento irripetibile della venuta del regno, cioè sull'amore di Dio donato nell'annuncio del vangelo, che ciascuno era invitato a non sottovalutare, ma ad accogliere con sollecitudine e impegno. Con la parabola Gesù non intendeva dunque parlare della sua parusia(6), bensì di quel tempo privilegiato in cui i suoi uditori vivevano.
Luca ha rielaborato la parabola collocandola dopo la conversione di Zaccheo e servendosene per giustificare il ritardo della parusia; Matteo invece, in forza del collegamento con quella precedente delle dieci vergini, la presenta chiaramente come una «parabola del regno», trasformandola al tempo stesso in una «parabola di giudizio». Viene così ribadito l'invito alla vigilanza, a cui tutti sono tenuti per essere trovati pronti alla venuta del Signore: il severo monito del v. 13 («Vegliate...») trova qui riscontro nella terribile sentenza conclusiva del v. 30 (tenebre, pianto, stridor di denti), che è redazionale(7).
Nella redazione matteana, oltre al motivo della vigilanza, emerge quello complementare dell'impegno per far fruttare i doni ricevuti da Dio, un tema che sta particolarmente a cuore a Matteo (cfr. Mt 7,21-27; 21,41.43). Da qui l'impronta catechetica della parabola in sintonia con la concezione morale tipica in Matteo del rapporto tra prestazione e ricompensa(8).
Rispetto alla parabola del servo fedele o infedele (Mt 24,45-51), qui acquista risalto la dimensione creativa e personale dell'impegno cristiano: per dimostrarsi tali, i credenti, con particolare riferimento a quanti hanno responsabilità nella chiesa, devono portare frutti abbondanti.

Note: 1. La spiegazione del brano è stata effettuata riprendendo liberamente sia parti della conferenza “Le parabole della Misericordia” tenuta da P. Alberto Maggi il 12 e 13 dicembre 2007 a Casamicciola Terme (Na), sia brani da un articolo di P. Alessandro Sacchi pubblicato su Nicodemo.net. – 2. La fonte Q o documento Q è un'ipotetica "fonte" (in tedesco Quelle, da cui Q) che si suppone sia stata utilizzata nella composizione dei vangeli sinottici. Q conterrebbe una raccolta di detti di Gesù, forse trasmessa per via orale, ma che a un certo punto dovrebbe essere stata posta per iscritto. Questa conclusione è basata sul fatto che il materiale di Q è presente in Matteo e in Luca nello stesso ordine, caratteristica che punta alla presenza di una fonte scritta. Molti detti di Q implicano un ambiente culturale e geografico corrispondente a quello palestinese e un punto di vista anti-farisaico: coloro che tramandano la tradizione associata a Q si ritengono rispettosi della Legge e proclamano il giudizio contro città palestinesi (Corazin, Betsaida e Cafarnao) sia all'inizio che alla fine di Q. La teologia di Q sembra dunque indirizzata primariamente ad Israele, e per questo motivo alcuni studiosi ritengono che Q sia stato composto in Palestina, probabilmente nella zona settentrionale. Altri studiosi, pur notando una predilezione per l'ambiente della Galilea, sono più cauti nel localizzare la zona di composizione di Q con quelle terre; del resto la fonte Q sarebbe stata utilizzata per la composizione di due vangeli scritti in lingua greca in Chiese fuori dalla Palestina.
La fonte Q presenta alcuni detti contro Gerusalemme e contro il Tempio che, a differenza di altre "profezie" contenute nei vangeli, non presuppongono alcun intervento militare; per tale motivo Q viene datato a prima dell'anno 70 d.C., in cui i Romani assediarono Gerusalemme e distrussero il Tempio. Sebbene una datazione più precisa sia difficile, vi sono alcuni indizi che suggeriscono una data tra il 40 e il 50. Q nacque in un ambiente che comprendeva sia predicatori erranti del movimento di Gesù che lo sviluppo di congregazioni locali, dunque un ambiente esistente a ridosso degli inizi del movimento, addirittura prima della Pasqua. La fonte dei detti di Q presuppone una persecuzione degli ebrei palestinesi nei riguardi dei gruppi appena fondati; Paolo di Tarso parla di una persecuzione dei cristiani giudei come già avvenuta in 1Tessalonicesi lettera datata al 50, mentre l'esecuzione del capo della Chiesa di Gerusalemme, Giacomo il Giusto, da parte del re giudeo Erode Agrippa I, avvenne intorno al 44. Infine Q presenta i gentili in buona luce, ad indicare che la predicazione presso di loro era probabilmente già iniziata, cosa che avvenne proprio tra il 40 e il 50. – 3. Il concetto di rimanere nelle proprie tradizioni, di non occuparsi degli affari degli altri, di ignorare il mondo circostante (e quindi di essere ignorati) come tipico ed opportuno per “la genete per bene”,  ha costituito per secoli la palla al piede del cattolicesimo, impedendogli ogni sviluppo, anche culturale. Ma il cristianesimo non è fatto per “gente per bene”, anzi è l’esatto contrario; il cristiano agisce sempre, anche a costo di sbagliare e di pagare di persona i propri sbagli. – 4. Tornano a proposito le parole dell’Apocalisse (Ap 3,14-16): “Così parla l’Amen, il Testimone fedele e verace, il Principio della creazione di Dio: Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca”.  – 5. Il premio offerto ai due servi fedeli appare come una ricompensa gratuita, proprio perché si trattava di due servi. La loro promozione ad amministratori non era dovuta, ma rappresentava soltanto un atto di fiducia e di generosità da parte del padrone. – 6. Parola di origine greca che significa, non in modo letterale ma sostanziale, ritorno. – 7. Si intende con questa parola che tale aggiunta è di Matteo e che non è stata quasi sicuramente pronunciata da Gesù, ed è stata aggiunta perché la cultura ebraica  della comunità di Matteo richiedeva un accenno ad una retribuzione (pre o post mortem era indifferente) legata agli atti compiuti. – 8. Vedi quanto scritto nella nota 7.