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Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


venerdì 27 febbraio 2015

Seconda Domenica di Quaresima



Seconda Domenica di Quaresima – Mc 9,2-10
Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l'amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro.
Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell'uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

Il brano(1) di questa domenica segue quello (Mc 8,31-33) nel quale è riportato uno scontro violento tra Gesù e i discepoli rappresentati da Pietro. Gesù annuncia che va a Gerusalemme per morire, Pietro lo strattona e gli dice: «questi sono pensieri del diavolo»; Gesù gli risponnde secco: «sei tu il diavolo, torna a metterti dietro di me».

Naturalmente quello che Gesù ha detto(2) non viene accolto dai discepoli; Gesù si trova a combattere con una mentalità e una tradizione religiosa, che faceva sì che lo lasciassero parlare ma, come Gesù dirà più volte, si comportassero come coloro che “hanno orecchi e non intendono, hanno occhi e non vedono”, che, detto in parole moderne, significa “da un orecchio entra e dall’altro esce”.

Gesù comprende che tutta la difficoltà dei discepoli è l’idea blasfema di un Messia che va a morire(3). Gesù quindi si trova nella necessità di far comprendere ai discepoli qual è l’effetto della morte perché la morte non distrugge la persona, ma l’abbraccio di Dio la potenzia.

“Sei giorni dopo”: l’indicazione del numero è importante, niente nella Bibbia è messo a caso, ogni particolare ha un suo significato. Che la trasfigurazione sia avvenuta tre giorni dopo o sei giorni dopo a noi può sembrare indifferente, non per l’evangelista. Marco adopera il numero sei, il sesto giorno, perché costruisce la sua narrazione sullo schema della salita di Mosè sul monte Sinai e la locuzione ‘sei giorni’, richiama la manifestazione di Dio sul Sinai: “La Gloria del Signore venne a dimorare sul monte Sinai e la nube lo coprì per sei giorni” (Es 24,16a). Non solo, il sesto giorno, nel libro della Genesi, è anche il giorno della creazione dell’uomo. L’evangelista, unendo queste due indicazioni, vuole affermare che nella creazione dell’uomo si manifesta la gloria di Dio e Dio si manifesta in una vita che è capace di superare la morte.

“Gesù prese con sé Pietro…“; questo discepolo si chiama Simone e gli evangelisti lo chiamano con il suo nome quando è in sintonia con Gesù, cioè praticamente mai. Quando fa qualcosa completamente contraria a Gesù, viene indicato soltanto con il suo sopranome negativo Pietro, che significa testardo.

“…Giacomo e Giovanni…”: sono discepoli ai quali Gesù ha messo un sopranome negativo. Abbiamo detto che Simone è chiamato “il testa dura”; Giacomo e Giovanni, fanatici violenti, sono chiamati “i figli del tuono”(4). Sono quelli più resistenti all’insegnamento di Gesù, ma sono anche i più influenti nel gruppo. Io li ho sempre soprannominati “i tre discoli”.

“…e li condusse su di un alto monte…”; non è un’indicazione topografica, ma teologica, inutile cercare questo monte. Il monte, nell’antichità, essendo il luogo della terra più elevato verso il cielo, è considerato il luogo della manifestazione divina o della dimora divina. “…in disparte, loro soli.” Quando troviamo nel vangelo l’espressione “in disparte” è sempre in senso negativo, significa che questi discepoli hanno fatto qualcosa di sbagliato.

Fu trasfigurato…” sarebbe meglio tradurre “si trasformò”(5) perché farebbe comprendere che questa è la trasformazione che attende anche noi al momento della morte e non un caso unico e specifico di Gesù.

“…davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche.”

Molti commentatori hanno rimproverato Marco di essere banale: sta parlando della trasfigurazione di Gesù e l’esempio che fa è di un lavandaio sulla terra. Non poteva usare un’immagine più bella, più altisonante? Non so, per esempio “e le sue vesti divennero splendenti, candide che sembrava il sommo sacerdote!”. Guardate invece come cade in basso: “che nessun lavandaio sulla terra potrebbe rendere così bianche”.

In realtà l’evangelista sa quello che fa, la menzione del lavandaio non è una caduta di tono o di stile. Serve per spiegare che questo biancore straordinario - la gloria di Dio che si mostra in Gesù - non è frutto dello sforzo umano come “un lavandaio sulla terra”, ma l’effetto dell’azione divina in risposta all’impegno di Gesù a favore degli altri. Sono chiaramente immagini simboliche e, attraverso queste immagini, l’evangelista vuol mostrare qual’è la condizione dell’uomo che è passato attraverso la morte.

La morte, non solo non diminuisce la persona, ma la potenzia. La morte non distrugge la persona, ma gli dà un’energia vitale sconosciuta prima. La resurrezione non è la rianimazione di un cadavere, ma è una nuova creazione dell’individuo da parte di Dio. Gesù mostra ai suoi discepoli che sono tanto preoccupati per la sua morte: «guardate, passando attraverso la morte non solo non vengo limitato ma vengo potenziato».

L’azione di Dio sarà la stessa in quanti daranno adesione a Gesù; nella lettera di Paolo ai Corinzi (2Cor 3,18) c’è una bellissima espressione: “noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati…” - il verbo è lo stesso da cui viene il termine italiano trasfigurato - “…in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore”.

La trasfigurazione non è un avvenimento che arriva a un certo momento dell’esistenza, dopo la morte, ma inizia dal momento che si dà adesione a Gesù: più si accoglie l’amore di Dio e più ci si trasforma, perchè si rende visibile l’amore che si è ricevuto comunicandolo agli altri. Lo diciamo anche nel linguaggio popolare: “è una persona splendida”, perché è una persona piena di vita e che, soprattutto, dona vita.

“E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù.” I due personaggi che appaiono ai discepoli raffigurano la tradizione d’Israele: Mosè il grande legislatore, Elia il riformatore religioso, che attraverso la violenza(6) ha imposto la legge di Mosè. La presenza di Mosè e di Elia si deve anche al fatto che, secondo la tradizione, erano uomini che non erano morti ma era stati rapiti in cielo.

Inoltre Mosè ed Elia sono i due grandi personaggi dell’Antico Testamento che hanno parlato con Dio sul monte Sinai. Notate la tecnica di Marco, tutti gli attributi di Dio vengono trasmessi a Gesù: Mosè ed Elia, prima parlavano con Dio, adesso parlano con Gesù.

In Gesù si manifesta la pienezza di Dio ed ecco l’incidente: “Prendendo la parola, [ il ]7 Pietro…” - l’evangelista addirittura ci mette l’articolo per sottolineare il soprannome – “…disse a Gesù: «Rabbì,…” Pietro si rivolge a Gesù chiamandolo rabbì e rabbì indica colui che si attiene alla tradizione degli antichi.

Ci sono solo due persone nel vangelo di Marco che si rivolgono a Gesù chiamandolo “rabbì”: Pietro e Giuda, due discepoli che, sia pure in diversa misura, lo hanno tradito. Sono coloro che vogliono il rispetto della tradizione e non accettano la novità. Il testardo lo chiama rabbì, colui che si deve attenere alla tradizione degli antichi, non capisce che Gesù è un Maestro. Gesù il Maestro annuncia il nuovo, il rabbì insegna l’antico, cioè predica il patrimonio tradizionale di Israele.

Pietro si rivolge a Gesù: “…è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne,…” perché tre capanne? Nella tradizione ebraica si immaginava che il Messia sarebbe venuto durante la festa delle capanne(8); Pietro pensa a questo mentre dice: “facciamo tre capanne”, cioè manifestati adesso come Messia; ma quello che è grave è l’aggiunta seguente “…una per te, una per Mosè e una per Elia»”. Nella cultura ebraica, quando ci sono tre personaggi, il più importante sta sempre al centro; per Pietro al centro non c’è Gesù, c’è Mosè. E’ come se Pietro dicesse: “Ti ho chiamato rabbì quindi rimani nella tradizione e manifestati durante la festa delle capanne come un Messia che segue la legge di Mosé. Quindi, sii il Messia della legge come Elia, il riformatore che ha usato la forza per imporla”.

“Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati.” Spaventati da cosa? Non tanto, come diceva l’esegesi di qualche anno fà, dalla manifestazione divina, sono spaventati perché hanno la coda di paglia!

C’era stato lo scontro più violento di tutto il vangelo, nel quale Gesù dice a Pietro “satana”. Ma anche con Giovanni c’erano stati dei problemi perché, tra l’altro, voleva impedire di agire ad una persona che liberava gli indemoniati(9). Perciò quando vedono che in Gesù si manifesta la pienezza della divinità, abituati alla mentalità dell’AT dove Dio punisce i traditori, i disobbedienti, si aspettano un castigo. La manifestazione di Gesù era una dimostrazione d’amore per loro, eppure i discepoli, che si sentono in colpa, la intendono come un possibile castigo.

“Venne una nube…” - la nube è sempre segno della presenza di Dio(10) – “…che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio,…” - figlio significa colui che mi assomiglia, quindi né Mosè né Elia – “…l'amato: ascoltatelo!».” Pietro, Giacomo e Giovanni volevano ascoltare Mosè ed Elia; il Padre non è d’accordo: colui che è da ascoltare è soltanto Gesù. Perché mentre Mosè ed Elia sono servi del Signore ed hanno elaborato un’alleanza tra dei servi e il loro Signore, Gesù “il figlio di Dio”, elabora un’alleanza tra dei figli e il loro Padre.

“E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno,…” i discepoli ci rimangono male, perché non vedono più nessuno! Mosè ed Elia gli davano sicurezza; notate la delusione “…se non Gesù solo, con loro.”

Sono rimasti proprio male; era apparso Mosè, era apparso Elia così hanno pensato: non ce li facciamo scappare più. Ma c’è stato l’intervento del Padre che ha detto: “questi è il figlio mio, quello amate, lui ascoltate”(11), nessun altro.

Marco insiste su questo perché evidentemente si trova alle prese con dei problemi della sua comunità, che ha accolto il messaggio di Gesù, ma fa difficoltà a rinunciare al patrimonio di quello che noi chiamiamo l’AT. La risposta di Dio è chiara, “lui ascoltate”, ascoltate Gesù.

Il modello di comportamento per il credente non è la legge di Mosè, ma l’insegnamento di Gesù. Se poi ci sono nell’AT delle indicazioni in sintonia con le novità di Gesù, benissimo, vanno prese, altrimenti vanno lasciate.

“Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell'uomo fosse risorto dai morti”. Gesù comprende che i discepoli non hanno capito, per questo li frena: aspettate, parlerete di questa visione quando sarò risuscitato dai morti, perché allora avrete visto in che modo sarò morto! E comprenderete solo allora cosa significa risuscitare dai morti.

Occorre però sottolineare una cosa: il Padre ha riconosciuto, ha confermato Gesù quale figlio suo: “questi è il figlio mio, l’amato”, sono le stesse parole del battesimo; Gesù, però, riferisce la risurrezione al figlio dell’uomo. L’evangelista identifica i due termini Figlio dell’uomo e Figlio di Dio, per Marco sono la stessa cosa, sono la realizzazione del progetto di Dio sull’umanità. Il destino dei discepoli sarà quindi lo stesso di Gesù. L’attività dei discepoli di Gesù a favore degli uomini comporterà l’opposizione da parte delle autorità giudaiche che potranno anche ucciderli, come di fatto li uccideranno. Però anche essi raggiungeranno lo stato glorioso di Gesù. E come per i discepoli, raggiungere questo stato è anche il nostro destino.

“Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.” Perché risorgere significa che prima si deve morire. Ma come fa il Messia a morire? Non riescono ad ammetterlo, a tollerarlo perché tutta la tradizione diceva il contrario. E’ il dramma dell’uomo, anche al giorno d’oggi: l’incapacità di abbandonare la tradizione per affidarsi al nuovo. Tutta la storia della Chiesa Cattolica ne è una conferma.

Note: 1. L’esegesi che segue è liberamente tratta da alcuni appunti redatti nel 2007 da Padre Andrea Maggi. – 2. E cominciò a insegnar loro che il Figlio dell’uomo doveva molto soffrire, ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare. Gesù faceva questo discorso apertamente.” (Mc 8,31-32a). – 3. Una delle prove che gli ebrei ancora oggi portano per dimostrare che Gesù non era il messia atteso, è che è morto. Il Messia, essendo un inviato da Dio, sarebbe vissuto eternamente. Era inconcepibile l’idea di un Messia che andasse a morire. – 4. Mc 3,16-17: “Costituì dunque i Dodici: Simone, al quale impose il nome di Pietro; poi Giacomo di Zebedèo e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di Boanèrghes, cioè figli del tuono”. – 5. Questa è la trduzione letterale dell’originale greco. – 6. Cfr 1Re 18,22-23.38-40: “Elia aggiunse al popolo: «Sono rimasto solo, come profeta del Signore, mentre i profeti di Baal sono quattrocentocinquanta. Dateci due giovenchi; essi se ne scelgano uno, lo squartino e lo pongano sulla legna senza appiccarvi il fuoco. Io preparerò l’altro giovenco e lo porrò sulla legna senza appiccarvi il fuoco… Cadde il fuoco del Signore e consumò l’olocausto, la legna, le pietre e la cenere, prosciugando l’acqua del canaletto. A tal vista, tutti si prostrarono a terra ed esclamarono: «Il Signore è Dio! Il Signore è Dio!». Elia disse loro: «Afferrate i profeti di Baal; non ne scappi uno!». Li afferrarono. Elia li fece scendere nel torrente Kison, ove li scannò”. – 7. L’articolo “il”, pur essendo presente nel testo originale greco, non è stato riportato nella traduzione CEI 2008. – 8. Questa festa, che si svolgeva tra settembre e ottobre e che ancora oggi si celebra in Israele, all’inizio era una festa agricola, la fine della vendemmia; in seguito fu trasformata in festa religiosa come ringraziamento della liberazione dalla schiavitù egiziana; le capanne ricordano la permanenza del popolo d’Israele nel deserto. – 9. Cfr Mc 9,38-40: “Giovanni gli disse: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava i demòni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato, perché non era dei nostri». Ma Gesù disse: «Non glielo proibite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me. Chi non è contro di noi è per noi”. – 10. Cfr Es 13,21-22: “Il Signore marciava alla loro testa di giorno con una colonna di nube, per guidarli sulla via da percorrere, e di notte con una colonna di fuoco per far loro luce, così che potessero viaggiare giorno e notte. Di giorno la colonna di nube non si ritirava mai dalla vista del popolo, né la colonna di fuoco durante la notte”.  – 11. La frase qui riportata è la traduzione letterale del testo originale greco.

sabato 21 febbraio 2015

Prima Domenica di Quaresima



Prima Domenica di Quaresima – Mc 1,12-15
E subito lo Spirito lo sospinse nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano.
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».

Il brano in esame segue immediatamente l’episodio del battesimo di Gesù nel Giordano. L’atto di Gesù di sottoporsi al battesimo ha avuto come risposta da parte di Dio la comunicazione dello suo Spirito, cioè di tutta la sua forza d'amore (cfr Mc 1,9).
Dopo questo avvenimento l'evangelista presenta le immediate conseguenze del battesimo collocando Gesù nel deserto. E’ l'unica volta che, nel vangelo di Marco, Gesù viene descritto come “spinto dallo Spirito”.
Il deserto descritto dall'evangelista è un po' troppo popolato per essere tale(1): ci sono Gesù, il satana(2), le bestie sevatiche e gli angeli. La descrizione dell'evangelista vuole essere teologica, non certo geografica, trasmettere una verità più che la descrizione di un fatto accaduto, richiamando, attraverso la figura del deserto, l'esodo del popolo di Israele.
Come Dio aveva condotto il popolo d'Israele nel deserto dopo il passaggio del mar Rosso (Dt 8,2), ora è lo Spirito, che Gesù ha ricevuto nel battesimo, a condurlo nel luogo che nella tradizione d'Israele era quello della ribellione e del rifiuto della volontà di Dio(3).
La permanenza di Gesù nel deserto viene indicata dalla cifra quaranta con la quale nella Bibbia si rappresenta una generazione (1Re 2,11;11,42; At 13,21) perché l'evangelista intende riassumere e presentare al lettore tutta l'esistenza di Gesù, durante la quale è stato continuamente tentato; la tentazione che patisce Gesù durante tutta la sua esistenza è quella di essere un Messia figlio di Davide (Mc 12,35-37), e quindi come Davide adoprare la forza e la violenza per inaugurare il regno di Dio (Mc 1,24.34.37; 3,11; 8,11.33; 10,3; 15,29-32), piuttosto che un Messia figlio dell’uomo come è la volontà del Padre. Infatti il deserto era il luogo classico dove si riunivano quanti volevano impadronirsi del potere (At 21,38) ed è lo spazio dove si nascose Davide prima di impadronirsi del trono del re Saul e inaugurare così il grande regno d'Israele (1Sm 23,24;26,3; 1Cr 12,9).
A differenza di Matteo e Luca, Marco non riferisce la vittoria di Gesù sul satana (Mt 4,10-11; Lc 4,12-13) ma sottolinea la continuità della tentazione. La vittoria di Gesù verrà fatta conoscere solo lungo il vangelo (Mc 8,33).
Il satana, che non apparirà più come tale in tutto il vangelo, è per l'evangelista figura di tutti coloro che tenteranno Gesù per distoglierlo dal proposito, espresso col battesimo, di fedeltà al progetto di Dio. Lungo il vangelo, appariranno chiaramente chi saranno questi tentatori di Gesù: all'esterno del suo gruppo i farisei (Mc 12,15), all'interno Simone Pietro (Mc 8,11-32).
Solo Marco riferisce della presenza delle bestie nel deserto della tentazione, rimandando all'immagine del paradiso e del primo uomo (Gen 1,26-29; 2,19-20). Per l'evangelista Gesù è il vero Adamo che non soccombe alla tentazione del serpente (Gen 3) e vive in armonia con il creato non più ostile ma sottomesso (simbolismo delle bestie, vedi Os 2,16-20), e con gli angeli (Sal 91,11-13).
Il primo angelo comparso nel vangelo di Marco viene identificato con Giovanni Battista: “Ecco, io mando il mio messaggero [in greco angelos]” (Mc 1,2). Questi angeli, che compariranno come personaggi in questo vangelo solo in poche occasioni (Mc 8,38; 12,35; 13,27.32), sono figura di quanti aiuteranno Gesù nel suo servizio (Mc 10,45).
Di fatto la stessa attività (il servizio) attribuita all'inizio del vangelo agli angeli viene alla fine attribuita alle donne che accompagnano Gesù: “C'erano anche alcune donne... che lo seguivano e servivano quando era ancora in Galilea (Mc 15,40-41; Mc 1,31).
Marco è l'unico evangelista a non adoperare mai il termine greco diavolo ma sempre la designazione ebraica il satana che in tutto il vangelo appare solo 5 volte (Mc 1,13; 3,23;.26; 4,15; 8,33).
Per conoscere l'identità del satana che tenta Gesù occorre seguire le indicazioni che lo stesso evangelista offre; secondo un metodo letterario conosciuto ed allora molto in uso (metodo dell’inclusione4) Marco collega la prima menzione del satana nel suo vangelo (Mc 1,13) con l'ultima (Mc 8,33), mettendo in stretta relazione i due episodi: “…Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e gli disse: «va' dietro a me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini»”.
Nel tentativo di Pietro si attualizzano le tentazioni del satana nel deserto e il discepolo dimostra così di essere in realtà l'avversario, contrario al piano di Dio. Il comportamento di Pietro è dovuto al fatto che pensa secondo gli uomini e non secondo Dio.
Pensa secondo gli uomini chi vuole salvare la propria vita ed è invece destinato a perderla. Pensa secondo Dio chi perde la propria vita per causa del vangelo ed è così capace di salvarsi (Mc 8,35). Il progetto di Pietro conduce alla morte, quello di Gesù alla vita indistruttibile.
Gesù reagisce verso Pietro smascherando il suo comportamento da satana, offrendogli però la possibilità di un cambiamento di comportamento. Per questo non allontana da se il discepolo ma lo invita a occupare il posto che gli spetta: è lui che deve seguire Gesù e non il contrario. Per questo gli rinnova l'invito che gli fece quando insieme al fratello Andrea invitò a seguirlo: "seguitemi..." (Mc 1,17).
Marco introduce(5) la predicazione di Gesù in Galilea con due versetti che rappresentano il primo dei sommari di cui è ricco il suo vangelo: “Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio…”.
La notizia secondo cui Gesù ha iniziato il suo ministero pubblico dopo l’arresto di Giovanni il Battista contrasta con quanto riportato dall’evangelista Giovanni nel suo vangelo nel quale ricorda un’attività parallela dei due (cfr. Gv 3,22-24); d’altro canto Marco stesso narrerà solo in seguito l’arresto e la morte di Giovanni (Mc 6,17-29). È probabile che egli voglia qui separare nettamente l’opera del Battista da quella di Gesù per motivi più teologici che storici, mettendo così in luce una tendenza(6) che sarà accentuata maggiormente da Luca (cfr. Lc 3,19-20;16,16).
Invece di recarsi in Giudea, zona densamente abitata e dove avevano sede le principali istituzioni giudaiche, Gesù torna in Galilea, sua terra d’origine. L’evangelista non ignora che in Is 8,23 essa è chiamata «Galilea delle genti», appellativo che all’epoca di Gesù richiamava il carattere misto (ebrei e gentili) della sua popolazione (cfr. Mt 4,15).
Il termine «proclamare», con cui è indicata l’attività di Gesù in Galilea, in greco indica l’azione pubblica fatta da un araldo; con questo termine i primi cristiani indicavano l’annunzio della salvezza fatto dagli apostoli (cfr. At 8,5; Rm 10,8; 1Cor 1,23).
Il lieto annunzio proclamato da Gesù è espresso con una frase molto concisa: prima di tutto egli afferma, con un linguaggio che si ispira all’apocalittica giudaica, che «il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino»; il «tempo», cioè il periodo dell’attesa, è arrivato al termine; di conseguenza il «regno di Dio», cioè l’esercizio pieno e definitivo della sovranità divina in questo mondo, «è vicino», o meglio si è reso prossimo, sta per realizzarsi in questa terra. In altre parole sta ora iniziando il periodo finale della storia, caratterizzato dal fatto che Dio stesso interviene per far riconoscere e accettare pienamente la sua sovranità non solo su Israele, ma su tutta l’umanità.
All’annunzio del lieto messaggio fa eco un invito: «convertitevi e credete nel vangelo».  Come già aveva fatto Giovanni Battista, Gesù invita i suoi ascoltatori a «convertirsi» (dal greco metanoein, cambiare mente7) ma per fare ciò è necessario «credere nel vangelo», cioè aprirsi al lieto annunzio ed essere disposti a basare su di esso tutta la propria vita.
La conversione, secondo Gesù, è un orientamento diverso della propria esistenza: le persone vivono centrate su se stesse e Gesù dirà che “Chi vive per sé, si distrugge”, perché la persona, sia umanamente che fisicamente, si sviluppa soltanto se vive per gli altri. Credente o no, una persona cresce e si sviluppa quando vive orientato verso gli altri. Gesù, che è venuto a portare la vita, dice: “Se non orientate diversamente la vostra esistenza, non avete nulla a che fare con il regno di Dio”.
L’annunzio di Gesù è un «vangelo» in quanto mette in primo piano non ciò che gli uomini devono fare per ottenere il favore di Dio, ma ciò che Dio stesso sta facendo per coinvolgere il suo popolo in un grande progetto di liberazione, che trova nell’antica idea della regalità di Dio il suo carattere distintivo.

Note: 1. Mi permetto di ricordare che nella cultura ebraica si intende per deserto un luogo disabitato indipendentemente che vi sia acqua o meno. – 2. Il satana, in ebraico, non è un nome proprio di persona, ma un nome comune che indica una attività, quella del pubblico ministero, dell’avversario in un processo. Il pubblico ministero ha il compito di far risaltare le accuse, la gravità del comportamento: questa è l’azione del satana nell’A.T., mutuata dall’organizzazione dell’impero persiano (Israele è stata per alcuni secoli sotto il dominio persiano); infatti il satana era un funzionario della corte persiana. Questo funzionario girava per le regioni e guardava il comportamento dei governatori: se uno si comportava bene lo segnalava al re per farlo promuovere, per premiarlo; se uno si comportava male lo segnalava al re per castigarlo, eventualmente anche con la morte. Sempre secondo il pensiero ebraico, per punire gli uomini Dio inviava loro le malattie la cui gravità era proporzionata ai peccati commessi; la malattia era inviata tramite il satana che, a sua volta, demandava l’applicazione della pena ad alcuni dei minori fenici che, in lingua greca, venivano chiamati daimonios come Beelzebùl (Baal Zebub, il dio delle mosche), citato da Luca (Lc 11, 14-23).  – 3. Es 17,1-7: “Si chiamò quel luogo Massa e Meriba, a causa della protesta degli Israeliti e perché misero alla prova il Signore, dicendo: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?».  4. La cosa è visibile in modo chiaro leggendo il testo originale greco. Dopo la traduzione in latino avvenuta nel IV secolo, queste indicazioni interpretative lasciate dagli evangelisti sono rimaste nascoste per secoli fino a quando gli esegeti hanno sentito la necessità di ripartire dai testi originali (cfr Roland Meynet, “Un nuovo metodo per comprendere la Bibbia: l’analisi retorica”, Civiltà Cattolica (1994) III, pagg. 121-134). – 5. L’esegesi che segue è stata liberamente ricavata da un articolo di Padre Alessandro Sacchi riportato su Nicodemo.it – 6.  Il fatto storicamente accertato che circa cento anni dopo la morte di Gesù esistessero ancora discepoli di Giovanni il Battista che si contrapponevano ai cristiani, fa comprendere come gli evangelisti che hanno scritto verso la fine del I secolo tendessero separare l’attività del Battista da quella di Gesù. – 7. Come già accennato nella nota 4, nel IV d.C. venne effettuata la traduzione dei vangeli dal greco in latino, chiamata in seguito Vulgata e che in parte è opera di Girolamo, sulla quale per secoli la Chiesa cattolica ha basato tutta la sua teologia e la sua spiritualità. In questa traduzione l’invito di Gesù “convertitevi” era tradotto “fate penitenza”. Ma Gesù non ha mai chiesto di fare alcuna penitenza, anzi, era contrario a questo tipo di atteggiamenti, cosa confermata anche da Paolo (cfr. Col 2,16-23). La Chiesa si è arroccata su questa traduzione latina anche quando era ormai chiaro che era una traduzione del tutto inesatta e che bisognava ritornare al testo originale greco, creando problemi morali e interpretativi che ancora oggi sta pagando in termini di credibilità e di consenso.

martedì 10 febbraio 2015

VI Domenica T.O.



Sesta Domenica del Tempo Ordinario – Mc 1, 40-45
Venne da lui un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va', invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro». Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

Con questo brano Marco continua a presentare il comportamento di Gesù nei confronti delle varie categorie di persone che incontra nella sua predicazione. Ha iniziato con gli indemoniati, cioè i fondamentalisti, coloro che sono radicati nella tradizione religiosa; poi è passato agli emerginati e ha iniziato con le donne guarendo la suocera di Pietro; ora, sempre rimanendo nel gruppo degli emarginati, parla ad un lebbroso.
La lebbra, nella cultura ebraica, non era considerata una malattia, ma una terribile punizione scagliata da Dio come conseguenza dei peccati di un individuo e un lebbroso, secondo il pensiero ebraico, per essere tale doveva aver commesso peccati orrendi.
Il lebbroso era quindi considerato un maledetto, un cadavere vivente; la lebbra, nel libro di Giobbe, è chiamata “il figlio primogenito della morte”(1): non può vivere nel paese, deve stare appartato; quando vede delle persone da lontano deve gridare “immondo, immondo, scostatevi e non toccatemi”, poiché i lebbrosi erano ritenute persone impure e ciò che toccavano diveniva a sua volta impuro.
Vi era una procedura istituzionalizzata per dichiarare che una persona era lebbrosa e per indicargli come doveva comportarsi: “il sacerdote lo esaminerà: se riscontra che il tumore della piaga nella parte calva del cranio o della fronte è bianco-rossastro, simile alla lebbra della pelle del corpo, quel tale è un lebbroso; è impuro e lo dovrà dichiarare impuiro; il male lo ha colpito al capo. Il lebbroso colpito da piaghe porterà vesti strappate e il capo scoperto, velato fino al labbro superiore e andrà gridando: Impuro! Impuro!...” (Lev 13,43-45).
La guarigione dalla lebbra era considerata un evento straordinario, praticamente impossibile, soltanto Dio poteva guarire dalla lebbra. Dio, in tutta la storia dell’AT, ha guarito dalla lebbra soltanto due persone: la sorella di Mosè, Maria (Nm 12,10), e un ufficiale pagano, Naaman il Siro (2Re 5,1).
La situazione del lebbroso è senza speranza, perché l’unico che lo può guarire è Dio, ma il lebbroso, poiché è impuro, non può entrare nel tempio di Gerusalemme e non può offrire nulla a Dio, poichè soltanto se uno è puro può entrare nel tempio e rivolgersi a Dio (2Cr 23,6).
Con questa situazione chiara di fronte a noi, esaminiamo il brano di questa domenica.
“Venne da lui un lebbroso …”. Non si sa chi sia questa persona, è un anonimo. Nei vangeli, ogni personaggio anonimo è una persona che rappresenta tante persone, una categoria di persone tutte con lo stesso problema o con problemi similari nei quali si possono riconoscere anche oggi molte persone(2).
Prima di tutto il lebbroso trasgredisce la legge che gli imponeva di allontanarsi alla vista delle persone e “…lo supplicava in ginocchio…”. La disperazione di questa persona è così profonda che lo spinge a trasgredire la legge rischiando punizioni severe, forse la morte.
Lo fa perché evidentemente la buona notizia predicata da Gesù (“guarda che Dio ti ama, indipendentemente dalla tua condotta”), l’ha recepita anche lui; quindi si avvicina a Gesù e lo supplica in ginocchio.
Questa posizione non era usuale: mai un ebreo pregherà una persona, neanche Dio, ponendosi in ginocchio(3). Il lebbroso lo fa perché in questa posizione, rannicchiata, può proteggersi più facilmente dai colpi di un eventuale bastonatura perché non conosceva quale poteva essere la reazione di Gesù di fronte ad una evidente trasgressione delle norme.
Per prevenire, quindi, il castigo di Gesù, si mette in ginocchio e formula così la sua richiesta:  “…e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!»…”
Se vuoi…”, il lebbroso non è sicuro, perché lui è considerato un maledetto, un peccatore, “…puoi purificarmi” nel brano non si parla mai di guarire, e l’evangelista usa un verbo greco che, tradotto letteralmente, significa “liberare dalla colpa, del peccato, purificare”.
Non chiede di essere guarito, perché la guarigione soltanto Dio poteva darla, ma lui chiede a quest’uomo di Dio, a questo profeta, di essere purificato, di togliergli quella macchia d’impurità che gli impediva di accedere a Dio.
La risposta di Gesù è, “Ne ebbe compassione”. L’evangelista adopera un verbo che nell’AT era riservato soltanto a Dio. Gli uomini possono solo avere misericordia. L’avere compassione significa restituire vita, là dove vita non c’è più. Gesù, nel quale si manifesta la pienezza di Dio, quando vede un individuo che era ritenuto maledetto da Dio, non lo allontana, non gli dice te lo sei meritato, ti sta bene, sconta e soffri per i tuoi peccati. Vedendo una persona in queste condizioni, in Gesù si muove la compassione. Il termine ebraico, che sottende al termine greco, significa “un amore che coinvolge le viscere materne dell’individuo”, quindi, Gesù si manifesta con un atto materno.
In Dio sono presenti contemporaneamente i due aspetti della paternità e della maternità. La maternità è quel sentimento per il quale “la madre accetta il figlio così com’è”; può essere un lazzarone, un delinquente, ma per la madre è sempre ben accetto. Gesù, dunque, di fronte al peccatore che gli si avvicina, non s’indigna, non lo caccia, non lo allontana, ma si muove a compassione.
L’effetto della compassione è “tese la mano”. Non ce n’era bisogno! Quante volte Gesù, guarisce o purifica le persone, con la sua semplice parola! L’evangelista, in questo brano, vuole creare un’opposizione tra la teologia dell’AT (il Dio presentato dai sacerdoti), e il Dio che si manifesta in Gesù. Nell’AT, il verbo “tendere la mano”, si rifà alle dieci piaghe d’Egitto, dove Dio stese la mano sull’Egitto e lo punì (Es 3,20): i peccatori vanno puniti!
Ancora oggi questa è la mentalità che hanno tanti cristiani, quando si parla della misericordia, dell’amore e del perdono, c’è sempre qualcuno che tira fuori la frase “si, ma non scamperà alla giustizia divina”. Non c’è niente di questo in Gesù! Era il Dio dell’AT, che tendeva la mano contro i nemici e li distruggeva.
Gesù a quest’uomo (ricordiamoci che è un peccatore, almeno è considerato peccatore e maledetto da Dio) tende la mano e lo tocca. Non è necessario toccarlo, lo fa in contrapposizione con quanto è riportato nel libro del Levitico (Lv 22,4).
Gesù lo tocca, dicendo “lo voglio”: la volontà di Dio, espressa da Gesù si formula nell’eliminazione di ogni traccia di sofferenza nell’individuo. Sull’istante la lebbra lo lasciò e fu purificato. Toccando il lebbroso e dicendo lo voglio, Gesù dimostra che la legge, emarginando l’individuo, non esprimeva la volontà di Dio; esprimeva soltanto le paure e gli egoismi di una società centrata solo sul proprio benessere.
Con questo episodio, l’evangelista ci insegna qualcosa di fondamentale e di grande importanza teologica, che è valida per sempre: la religione insegnava che una persona come il lebbroso, impuro, doveva essere puro per potersi avvicinare a Dio. Gesù, invece, dimostra il contrario, avvicinati e diventerai puro.
L’accoglienza da parte di Dio non è una conseguenza della purezza dell’uomo, ma la precede: questo il NT lo dice chiaramente, non sono stati gli uomini ad amare Dio, ma è stato Dio ad amare gli uomini, quando erano ancora peccatori (Rm 5,8).
Adesso facciamo attenzione, vi è una stranezza, una incongruenza: abbiamo visto un Gesù, finora, che trasuda amore, si commuove, si avvicina, lo tocca, lo purifica, e poi improvvisamente, Gesù fa qualcosa di strano, che non si riesce a capire, “E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse …”
Gesù rimprovera il lebbroso: come ho spesso detto quelle cose che possono sembrare apparentemente delle incongruenze, in realtà sono dei profondi insegnamenti teologici. Gesù, rimprovera, ammonisce il lebbroso, come a dire “ma come hai potuto credere che Dio ti avesse abbandonato. Come hai potuto credere che Dio ti avesse escluso, emarginato. Il rifiuto di Dio non è mai esistito, ma c’è un ambiente nel quale questo è insegnato e applicato ed è la sinagoga, il luogo della diffusione di questo messaggio negativo”.
Gesù, quindi, lo allontana e gli dice “Guarda di non dire niente a nessuno”; Gesù vuole che l’uomo, prima di parlare, prenda piena coscienza della totale opposizione che c’è tra il modo di agire di Dio e quello della casta sacerdotale che pretendeva di rappresentarlo.
E poi, guardate che cosa prescrive Gesù, “…va', invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione…”  fa che il sacerdote ti esamini e fai l’offerta per la tua purificazione.
Gesù ha purificato questo individuo, allora perché gli dice “vai dal sacerdote e offri quello che Mosè ha prescritto per ricevere la purificazione”, che bisogno c’è, perché Gesù fa questo?
Analizziamo attentamente ciò che Gesù ha detto(4): “offri quello che ha prescritto Mosè”. Prescrizioni, che si trovano nel libro sacro degli ebrei, il Talmud. Gesù, qui dice che la prescrizione non è stato Dio a darla, è stato Mosè! Questa legge non esprime la volontà di Dio, ma esprime l’idea di Mosè. La legge, che imponeva costose condizioni per uscire dall’emarginazioni, non rifletteva la volontà di Dio, ma solamente l’egoismo e la durezza della società, che temeva ed emarginava il diverso.
Chi conosce il greco, sa che è una lingua che fornisce allo stesso termine una infinita possibilità di traduzioni. Bisogna vedere com’è costruita la frase, la grammatica, la sintassi, tutta una serie di cose. Dico questo perché a questo punto diversi teologi e bibblisti, traducono la frase “come testimonianza per loro”, con la frase “come prova contro di essi” e mi sembra più esatto. Questa espressione la troviamo anche nel vangelo di Matteo, dove Gesù, parlando ai scribi e ai farisei, dice: che così testimoniate contro voi stessi.
La prova che Gesù dichiara rivolta contro i sacerdoti è questa: tu sei purificato, ma va e paga quello che i sacerdoti prescrivono per la tua purificazione e confronta. Confronta il Dio che ti purifica gratuitamente e confronta il Dio dei sacerdoti, che ti purifica dietro pagamento! La prova contro i sacerdoti è che Dio agisce esattamente al contrario di quello che loro insegnano. Allora l’ex-lebbroso, prima di parlare, deve prendere coscienza di questa opposizione.
Ma ecco il colpo di scena “…si mise a proclamare…”. Il lebbroso una volta compreso l’amore di Dio, si allontana e si mette a predicare! Da notare che all’inizio Gesù per tutta la Galilea predicava nelle loro sinagoghe; il lebbroso una volta guarito si mette anche lui a predicare. Le persone che sono liberate da Gesù, le persone che rinascono grazie a questa effusione d’amore svolgono e continuano la stessa attività di Gesù. Gesù non è venuto a fare tutto da solo, ha bisogno di collaboratori, il primo collaboratore che Gesù si sceglie, è la persona che noi avremmo escluso, uno chiacchierato e conosciuto come peccatore, ha la lebbra e perciò è maledetto da Dio, chissà che cosa avrà combinato! Il primo collaboratore di Gesù, il primo predicatore del vangelo, è un lebbroso!
È questa la buona notizia, che ogni persona liberata e purificata, deve portare agli altri instancabilmente. L’esperienza dell’amore di Dio, dal quale il lebbroso pensava di essere escluso, causa in quest’uomo una allegria che non si può contenere. Dio non discrimina gli uomini, offre a tutti il suo amore.
“… al punto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città…”. Dato che Gesù ha toccato un lebbroso, giuridicamente e ritualmente, diventa un impuro e ormai lo sanno tutti. L’impuro non può entrare nella città! E così“…se ne stava fuori, in luoghi deserti, e venivano a lui da ogni parte.”
Leggi di questo tipo possono essere scritte solo da imbecilli; e la madre degli imbecilli, si sa, è sempre incinta.

Note: 1. Gb 18,13: “Un malanno divorerà la sua pelle, il primogenito della morte roderà le sue membra.” – 2. Anche nel nostro tempo vi sono dei lebbrosi o meglio persone considerate tali dalle autorità religiose: a me vengono in mente i conviventi, i divorziati, gli omosessuali, i preti sposati, ma le categorie in situazioni simili sono numerose.  – 3. Se guardiamo i primi cristiani, ritratti negli affreschi nelle chiese primitive, vediamo che pregavano in piedi con le braccia larghe in segno di abbraccio al Padre. Il Concilio di Nicea (325 d.C.) vietò la preghiera in ginocchio, che iniziava a diffondersi in omaggio alle concezioni neoplatoniche (il corpo era considerato la parte indegna dell’uomo), perché in contrasto con la dignità di figli di Dio. Solo con Carlo Magno si consolidò questa abitudine per una questione di sicurezza: se la persona sta in ginocchio davanti al re è inoffensivo in quanto non può estrarre la spada dal fodero e, comunque, per dare un fendente deve prima alzarsi esponendosi ai colpi altrui. Se questo lo si faceva di fronte all’Imperatore a maggior ragione lo si doveva fare di fronte a Dio; l’uso di pregare a mani giunte è grosso modo dello stesso periodo e simboleggia la schiavitù della persona perché le mani giunte sono pronte ad essere legate al carro del re, con buona pace dell’insegnamento di Gesù: “Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici…”(Gv 15,15). – 4. Il modo di scrivere di Marco è estremamente complicato perché in poche parole e con alcune costruzioni particolari delle frasi riesce ad esprimere decine di concetti teologici.