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Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


lunedì 27 aprile 2015

Quinta Domenica di Pasqua



Quinta Domenica di Pasqua – Gv 15,1-8
«Io sono la vite vera e il Padre mio è l'agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.

Il brano di questa domenica è in stretta relazione con quello della lavanda dei piedi (Gv 13,1-15), dimostrazione pratica dell’amore che si esprime nel servizio agli altri. Gesù, dopo aver lavato loro i piedi annunzia ai suoi discepoli: “Io sono la vite vera e il Padre mio è l'agricoltore”.
Tra le tante piante(1) a cui riferirsi, Gesù ha scelto la vite. Vuole evidentemente sottolineare la trasmissione della linfa vitale che passa attraverso i rami e si trasforma in frutto. Gesù parla di vera vite(2) e del Padre suo come vignaiolo. Ed ecco la prima dichiarazione di Gesù: “Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia”.
E’ opportuno collocare questo insegnamento di Gesù all’interno del gesto che ha fatto: Gesù ha lavato i piedi ai discepoli, ha comunicato loro tutto il suo amore attraverso questo servizio. Lui è la vite, la linfa vitale di questo amore si trasmette al tralcio. Ma il tralcio - cioè il componente della comunità cristiana che, pur ricevendo questo servizio d’amore da parte di Gesù, rifiuti di servire gli altri - il tralcio che pur avendo ricevuto nell’eucaristia il Gesù che si fa pane spezzato per noi, a sua volta non si fa pane spezzato per gli altri, dice Gesù: “E’ un tralcio completamente inutile”.
Il valore della persona risiede tutto nel bene concreto che fa agli altri. Gesù non valuta il valore di una persona per le sue devozioni, per le sue preghiere, per la sua spiritualità, per la lunghezza delle sue orazioni, per l’assiduità della frequenza al culto. Gesù valuta la persona nella sua capacità di mettere la propria vita a servizio degli altri.
L’unico criterio che Gesù ha per indicare il valore di una persona, è la generosità: tutti possono essere generosi. La generosità non dipende dalla cultura, non dipende dalla salute, non dipende nemmeno da quanto uno possiede, perché un atto di compassione non costa denaro.
Gesù, nella sua comunità, vuole tutti Signori; Signore è colui che dà. Non c’è posto per i ricchi: il ricco è colui che ha. Chi tiene per sé, non ha posto nella comunità di Gesù: vi sono tutti Signori, cioè tutti capaci di dare.
Gesù sottolinea che il tralcio, pur restando unito a lui e ricevendo questa linfa vitale del suo servizio e del suo amore, non la trasforma in frutto per gli altri, è inutile. La conseguenza è che il Padre, l’agricoltore, lo taglia.
Nessuno è giudice della crescita e del frutto dei fratelli se non il Padre. Guai chi si sente autorizzato a giudicare il proprio fratello.
Ognuno di noi potrà produrre frutto, ma in tempi e con modalità differenti, perché dipende dalla nostra vita, dipende dal nostro tessuto spirituale, morale, sociale, dipende dalla nostra storia.
Gesù è chiaro: il tralcio non viene eliminato né giudicato dagli altri tralci, non viene eliminato neanche da Gesù, ma dal Padre. Il Padre sa se la linfa, che è ricevuta, porta frutto o non porta frutto e in questo caso lo elimina.
“…ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto…”
Nel testo greco non c’è la parola “potare”, ma “purificare”. Questa traduzione, assolutamente errata, ha dato origine alle immagini più tremende di Dio: il tralcio che porta frutto il Padre lo pota. Dio vene presentato come un vignaiolo pazzo che va nella vigna e, trovato un bel tralcio carico di frutti, zach, lo taglia.
Chi ha letto S. Agostino conosce questa questione perché Agostino, che è vissuto tra il IV ed il V secolo, e ha potuto leggere i vangeli in una traduzione latina priva dell’influenza penitenziale del IX secolo, parla appunto di “purificare”.
Le persone esperte in viticultura sanno che se c’è una attività difficilissima è quella della potatura perché una potatura sbagliata può causare danni irrimediabili alla vite ed inoltre la potatura non va mai fatta durante la fruttificazione.
Sotto la spinta di quella traduzione sbagliata, tutto quello che accadeva di brutto nella vita   veniva considerato una potatura che il Signore aveva dato: il Signore, per farti crescere, per farti santificare, ti ha potato, ti ha tolto quel figlio, ti ha tolto la salute, ti ha tolto il coniuge, cioè la sofferenza come strumento di crescita. La croce.
Si diceva, tutti quanti hanno una croce, una prova per dimostrare l’amore che si ha per Dio, la propria fedeltà. E’ una immagine che, associata alla volontà di Dio, non poteva non provocare un sordo rancore verso questo Dio assurdo ed inumano che pota le persone e pota gli affetti familiari.
La gente dice: sia fatta la volontà di Dio, quando non riesce a fare altrimenti, quando, di fronte a una malattia, a una situazione brutta, si trova con le spalle al muro: sia fatta la volontà di Dio!! La volontà di Dio coincide sempre con gli avvenimenti tristi della propria esistenza. Veniva spiegato che è il Signore che pota(3).
Gesù non dice che il Padre, il vignaiolo, pota, ma il Padre purifica. L’azione del Padre, importantissima, è la liberazione costante, crescente e progressiva di tutti quegli elementi nocivi che impediscono al tralcio di portare più frutto. E’ interesse del vignaiolo che il tralcio porti un frutto sempre più abbondante; quando il Padre individua nel tralcio un elemento nocivo, un qualcosa che gli impedisce di portare più frutto, è lui che toglie l’impedimento, è lui che purifica il tralcio.
Non è l’uomo che deve scrutare se stesso, vedere i propri difetti, impegnarsi attraverso l’ascetismo, individuare le tendenze negative che ha e cercare di estirparle. Nulla di tutto questo. Gesù ci chiede invece questo: voi preoccupatevi soltanto di aumentare il vostro amore e il servizio agli altri. Se c’è qualcosa di negativo nella vostra esistenza, se c’è qualcosa di nocivo, non voi, ma il Padre lo eliminerà. L’individuo non deve più individuare i propri aspetti negativi e cercare di estirparli anche perché può causare dei disastri tremendi nella propria esistenza.
Nella prima lettera a Giovanni, c’è una espressione che è straordinaria, invita ad amare: “Da questo conosceremo che siamo nati dalla verità e davanti a lui rassicureremo il nostro cuore” - il cuore, nel mondo ebraico, non è la sede dell’affetto, ma è quella che noi oggi chiamiamo la coscienza – “qualunque cosa esso ci rimprovera, Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa” (1Gv 3,19-20).
E’ un’affermazione straordinaria. La nostra coscienza viene modellata dalla morale corrente che ci fa ritenere buone certe cose, negative altre. Ma dice l’autore di questo brano: anche se la tua coscienza ti rimprovera qualcosa, Dio è infinitamente più grande della tua coscienza. Tu preoccupati soltanto di amare. Se nella tua vita ci sono aspetti negativi, non te, non gli altri tralci devono fare i giudici dei fratelli, e neanche Gesù, perché Gesù è comunicazione d’amore, ma sarà compito del Padre la eliminazione costante e progressiva di questi elementi nocivi(4). Se questi elementi rimangono, si vede che, agli occhi del Signore, non sono poi così nocivi.
Questo è un versetto che può dare tanta serenità e cambiare il nostro rapporto con Dio.
Gesù elimina l’idea della perfezione spirituale, quel piedistallo al proprio io al quale non si riesce mai ad arrivare. Occorre mettere via l’idea della perfezione spirituale, e mettersi invece a servizio degli altri in modo immediato e concreto.
Annuncia ancora Gesù: “Voi siete già puri, - cioè liberi - a causa della parola che vi ho annunciato”. C’è una purezza iniziale che viene dalla accoglienza del messaggio di Gesù.
E ancora: “Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me”.
Qui c’è la grande domanda che dobbiamo avere il coraggio di fare: ma Dio è onnipotente o no? Dipende tutto da noi: nella vite scorre la linfa vitale, se la linfa trova dei tralci che la accolgono, questa si trasforma in frutto, ma se i tralci non sono attaccati alla vite, la vite può avere tutta la linfa vitale che vuole, ma non riesce produrre niente.
E continua Gesù: “Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla”. Senza l’amore l’uomo non vale assolutamente niente. L’unica cosa che vale nella vita, è il bene concreto che si è fatto agli altri. Tutto il resto non vale niente.
Avete capito perché Gesù ha parlato proprio di vite? Ora ce lo fa capire: “Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano”. Gesù si è rifatto alle immagini della vite, perché nel libro del profeta Ezechiele Dio che dice: “Che pregi ha il legno della vite di fronte a tutti gli altri legni della foresta? Si adopera forse quel legno per farne un oggetto?” (Ez 15,2-3).
Il legno della vite è inutilizzabile, perché non ci si può fare un manico, un piolo, un appendiabilti, qualcosa che possa servire. Il legno della vite è buono soltanto per trasportare e trasmettere la linfa, ma non serve assolutamente ad altro e va bruciato. Gesù si rifà a questa immagine della vite perché dice: “il tralcio ha valore soltanto nella misura che riesce a produrre frutto, altrimenti non vale niente, lo gettano nel fuoco e lo bruciano”.
Gesù ha scelto un albero che o porta frutto o non serve assolutamente a niente: la nostra esistenza è fatta per portare frutto agli altri, in caso contrario la nostra è un’esistenza fallita. La persona vale e cresce nella misura che generosamente si è donata agli altri, perché il criterio di crescita e il valore della persona per Gesù è la generosità. Generosi tutti possono esserlo, meno una categoria di persone: i ricchi. I ricchi non possono essere generosi, perché se fossero generosi, non sarebbero ricchi.
“Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto”. Noi siamo molto abili nel selezionare le parti del vangelo che ci interessano e chissà perché abbiamo imparato benissimo la seconda parte di questo versetto: chiedete quel che volete e vi sarà dato. Però ci siamo dimenticati quella condizione: se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi. Infatti c’è il rischio di persone che sono devote di Gesù, persone entusiaste di Gesù e della sua figura, hanno una devozione verso Gesù, ma non pensano minimamente di lasciare trasformare la propria esistenza dal suo messaggio. Per loro Gesù è un’immagine, un idolo, o Dio senza ombra di dubbio, a cui dare una devozione affettiva. Ma non pensano minimamente di lasciare trasformare la propria esistenza dall’insegnamento di Gesù. Gesù per evitare questo pericolo dice: se dimorate in me e le mie parole rimangono in voi…..
Non basta dare adesione a Gesù, bisogna che le sue parole modifichino la nostra esistenza. Se dopo tanti anni di ascolto del messaggio di Gesù, di conoscenza del vangelo, la nostra vita non è stata modificata, significa che non è stata data adesione a Gesù.
Gesù assicura: se ci sono queste condizioni, chiedete quel che volete e vi sarà dato, perché, continua Gesù, “In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli”.
Qui Gesù tocca un altro dei punti vitali, delicati della religione. Nella religione la gloria di Dio si manifesta nella magnificenza di un tempio, di un culto, di una celebrazione: più una cosa luccica, più è straordinaria, lì si manifesta la gloria di Dio.
Gesù dice no! In questo - ed è la parola di Dio stesso – in questo glorificate il Padre mio: “che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli”. La gloria di Dio non si manifesta nello splendore, nelle azioni straordinarie, nelle ricchezze. La gloria di Dio si manifesta in un individuo, in una comunità che aumenta la sua capacità d’amore. Essendo Dio amore, la sua gloria si può manifestare soltanto nell’amore.

Note: 1. L’esegesi riportata è stata liberamente tratta dalla conferenza dal titolo “Il Padre non pota, libera” tenuta da P. Alberto Maggi il 16 ottobre 2009 presso l’Aula magna della Facoltà Teologica Valdese di Roma. – 2. Frase in evidente polemica con le concezioni del tempo: per gli isreaeliti la vite era una delle piante con cui identificavano Isreaele; dichiarandosi “vera” vite Gesù definisce, in pratica, “falsa” l’immagine di Israele popolo eletto. – 3. Questa concezione assurda di un Dio assetato di sofferenze, desideroso di contrastare la felicità dell’uomo, non è cristiana, ma è stata introdotta in occidente attraverso due correnti di pensiero pagane, il neo-platonismo greco con l’identificazione del corpo con il male, e il concetto penitenziale celtico importato da Carlo Magno nel IX secolo. 4. Ho avuto la possibilità di verificare personalmente i danni creati da un confessore entrato con gli scarponi chiodati nella coscienza di un penitente, distruggendo tutto il buono che vi era in quella persona “a maggior gloria di Dio” facendola allontanare definitivamente dalla fede. Aveva ragione, una volta tanto, Agostino a definire assurda e blasfema la pretesa di imporre la confessione orale da uomo ad uomo. 

lunedì 20 aprile 2015

Quarta Domenica di Pasqua



Quarta Domenica di Pasqua – Gv 10,11-18
Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario - che non è pastore e al quale le pecore non appartengono - vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

Nel brano di questa domenica è citata una delle immagini con le quali Gesù descrive se stesso ed è una delle immagini più mistificate della storia della spiritualità cristiana: e’ quella del Buon Pastore. Il successo(1) di questa immagine deriva più dall’impoverimento e dallo svuotamento dell’espressione evangelica adoperata da Gesù, che dalla sua comprensione.
Questa raffigurazione mandò su tutte le furie gli ascoltatori dell’epoca. Gesù non aveva fatto in tempo a definirsi il Buon Pastore che la reazione degli ascoltatori, tra cui c’erano farisei e autorità religiose, esplode violenta: definiscono Gesù un indemoniato fuori di sé, da eliminare. Scrive infatti Giovanni: “…di nuovo i giudei(2) raccolsero le pietre per lapidarlo” (Gv 10,31).
Possibile che i giudei erano tanto ottusi da fraintendere espressioni così belle, così rassicuranti? Come mai quando Gesù si proclama Buon Pastore, questa immagine, per noi tanto cara, fa dire loro che è un matto, uno fuori di testa e cercano di ammazzarlo?
Prima di entrare nell’esegesi del brano è quindi indispensabile comprendere il significato di questa immagine nella cultura del tempo di Gesù.
Chiedo scusa ai lettori se questa esegesi sarà particolarmente lunga, ma essa è di capitale importanza per la nostra fede.
Gesù, utilizzando l’immagine del pastore, si riferisce a due brani dell’AT molto belli e molto conosciuti: la denuncia del profeta Ezechiele contro i pastori di Israele (Ez 34) ed il Salmo 23: il Signore è il mio pastore.
Esaminiamoli attentamente; cominciamo con Ezechiele (Ez 34,1-31): siamo nel 593 a.C., un gruppo di ebrei sono deportati a Babilonia dopo l’assedio di Gerusalemme e sperano di poter tornare a Gerusalemme, perché sanno che Dio è con loro. Invano il profeta Geremia invita a rassegnarsi alla deportazione e all’esilio; loro, ingannati dai falsi profeti, non gli credono. Uno degli esiliati, un sacerdote di nome Ezechiele, viene incaricato dal Signore di annunciare che non solo si devono rassegnare all’esilio ma che il peggio deve ancora arrivare. Infatti una decina di anni dopo (nel 588 a.C.) Nabucodonosor marcia contro Gerusalemme, l’assedia per la seconda volta, la distrugge e il resto degli abitanti è deportato a Babilonia. E’ una catastrofe, gli ebrei hanno perso praticamente tutto: il regno promesso da Dio a Davide e che avrebbe dovuto durare per tutta l’eternità; la terra promessa, perché sono esiliati in terra pagana; la certezza o l’illusione di essere il popolo eletto, il popolo scelto dal Signore; per questo è in crisi anche la loro fede verso Dio.
Di fronte a questo disastro il profeta Ezechiele, anche lui esiliato, scrive ai confratelli esiliati una delle pagine più belle dell’AT dove denuncia il perché di questa tragedia e la natura di questi mali. La denuncia dice che i responsabili di questa catastrofe sono i pastori di Israele. Con il termine pastore Ezechiele intende(3):
- i principi, perché divorano la gente,
- i sacerdoti che trasgrediscono le leggi,
- i profeti che offrono false illusioni a pagamento per accontentare la gente,
- i possidenti che sfruttano il povero(4).
Annunzia Ezechiele “…questi pastori saranno spodestati e verrà il Signore e sarà lui il pastore del popolo”. E prosegue …susciterò per loro un solo pastore. Egli le condurrà al pascolo e sarà il loro pastore” (Ez 34,23). Ezechiele afferma che è finita l’epoca dei pastori che pensavano solo al proprio tornaconto, e più avanti dirà che sarà addirittura il Signore il nuovo pastore.
Da questa esperienza e da questa teologia di Ezechiele nasce uno dei salmi più belli, quello che comincia con l’espressione Il Signore è il mio Pastore (Sal 23). E’ una affermazione molto chiara e secca, anche molto drammatica: “Il Signore è il mio pastore…”, cioè non riconosco nessun altro pastore. Se fino ad ora i principi, i sacerdoti, i possidenti, cioè quelli che si facevano chiamare pastori facendo i propri interessi, si sono occupati del popolo; ora “il Signore è il mio Pastore, non manco di nulla…”; quando mi affido al Signore, quando mi lascio governare da lui, non manco di nulla.
Ezechiele afferma che i pastori si sono comportati addirittura come belve. “Dice il Signore: li strapperò dalle loro fauci…” (Ez 34,10), un termine che si adoperava per le bestie selvatiche. Il Signore, rivendicando il ruolo del pastore attraverso il profeta Ezechiele, afferma: “…andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita…” (Ez 34,16).
Sono tutte immagini riprese dagli evangelisti ed applicate a Gesù; tuttavia bisogna porre molta attenzione per comprenderle bene. La parabola della pecora è presentata nel vangelo di Matteo e in quello di Luca in due forme diverse.
In Luca, che è attento all’atteggiamento del Signore verso i peccatori, si parla della pecora perduta, immagine dell’uomo peccatore che il Signore va a cercare. Non la castiga, non la minaccia ma la prende in braccio con sé. Quando il Signore si incontra con l’uomo peccatore non è mai per un giudizio ma per una comunicazione ancora più grande di vita (Lc 15,3-6).
In Matteo si parla della pecora smarrita (Mt 18,12-13); il termine greco che noi traduciamo con smarrita, ha il significato di ingannata, sviata. Gesù ne parla all’interno del discorso più tremendo fatto nel vangelo di Matteo (cap. 18), dove l’ambizione del gruppo dei discepoli è causa di scandalo per la gente che comincia a far parte di questo gruppo: hanno sentito parlare della comunità di Gesù dove sono tutti fratelli e dove si vogliono tutti bene, entrano e cosa vedono?... liti e discussioni a non finire per l’ambizione, per sapere chi è il più importante. Allora Gesù, proprio a questi discepoli che scandalizzano le persone offre la breve parabola della pecora ingannata.
La pecora ingannata è l’immagine della persona entrata a far parte della comunità cristiana dove trova più o meno le stesse dinamiche di fuori: rivalità, inimicizie, ambizioni, incapacità di perdono. E allora questa persona se ne va. Gesù va in cerca della pecora ingannata ma, trovatala, non la riporta più nel gregge, perché il gregge è diventato luogo di pericolo, la tiene con sé in un rapporto particolare.
Il salmo afferma che quando ci si è affidati ad altri è stato un disastro; quando ci si fida del Signore c’è abbondanza: ad acque tranquille mi conduce, mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome… cioè per la sua reputazione. Il Signore si è fatto la reputazione di un Dio liberatore. Quando ci si affida a un Dio liberatore, si è tranquilli e questo Dio procurerà sempre il meglio, l’ottimo, anche se dovessi camminare in una valle oscura…
Questa espressione è stupenda: la valle oscura era l’immagine con la quale si indicava l’oltre tomba, il regno dei morti, là dove si credeva che Dio non c’era. Ebbene, la fiducia del salmista nel Signore che è suo pastore, è talmente grande che afferma: …anche se dovessi finire nell’oltretomba, tu mi ami tanto che anche là tu sei con me.
Noi non ci rendiamo conto della potenzialità di questa immagine, forse dovremmo tradurla in una maniera comprensibile in questi termini: …io sono sicuro, Signore, che tu mi ami tanto e mi vuoi tanto bene che, anche se dovessi andare all’inferno, tu verresti all’inferno con me; tu non mi abbandoni.
Quindi è l’immagine della totale fiducia nel Signore come pastore.
Questo ambiente culturale di Ezechiele e del Salmo è ripreso da Giovanni nel brano in esame dove Gesù si proclama il pastore.
Il contesto nel quale Gesù si proclama pastore è quello dello scontro con le autorità giudaiche dopo che Gesù ha aperto gli occhi al cieco nato (Gv 9,1-41). I capi religiosi non possono tollerare che si sia potuta compiere una azione positiva, trasgredendo il comandamento più importante, quello che Dio stesso osservava, cioè il comandamento del riposo del sabato.
Non possono ammettere nessuna crepa nella loro teologia. E allora spingono colui che era stato cieco a dover ammettere che per lui sarebbe stato meglio rimanere cieco piuttosto che aver riconquistato la vista ad opera di un peccatore.
L’ex cieco, con una profonda ironia, e con una grande ricchezza teologica dice: “Se egli sia un peccatore, non so; una cosa so, che ero cieco e ora ci vedo…” (Gv 9,25). E’ come se dicesse: sentite… io di teologia non me ne intendo, non capisco e la lascio a voi. So che prima ero cieco e adesso ci vedo. Per me va bene così. L’evangelista sta dicendo che (ed è qualcosa di tremendo perché fa tremare le fondamenta dell’istituzione religiosa, di qualsiasi istituzione religiosa) l’esperienza dell’uomo è più importante di qualunque verità teologica, di qualunque dogma.
Non potendo ammettere contraddizione nella loro teologia, i farisei lo cacciano fuori. Ma l’esser stato cacciato fuori dalla sinagoga non è stato un danno perché ha incontrato Gesù che lo ha accolto nella sua comunità. Ed è in questo contesto che Gesù si definisce pastore.
“Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore.”
Incomincia dicendo Io sono.
Io sono, nell’AT era il nome di Dio. Quando Mosè nel roveto ardente ha chiesto alla divinità il nome, il Signore non ha risposto col nome, con l’identità, ma con una attività che lo rende conoscibile: io sono(5), espressione che in tutta la tradizione ebraica veniva sempre interpretata come: io sono sempre vicino al mio popolo.
Gesù rivendica per sé la condizione divina. L’azione che lui ha fatto non è l’azione di un peccatore, ma è l’azione di Dio, perché Dio non tollera che le persone soffrano. Mentre per le autorità religiose la sofferenza non interessa perché la religione rende disumani. Tra il bene dell’uomo e il rispetto della legge divina, loro non hanno dubbi nell’affermare che è più importante la legge divina, anche se fa soffrire la persona: basta offrire le proprie sofferenze al Signore. L’importante è il rispetto della legge di Dio.
Questa legge di Dio è lo scudo, il paravento dietro il quale l’istituzione religiosa copre il proprio interesse. Gesù denuncerà che i capi sono i primi a non credere alla legge quando va contro i loro interessi. Ma se ne fanno scudo per mantenere e, se possibile, rafforzare il proprio dominio e il proprio prestigio.
Dai vangeli emerge semplicemente che la legge di Dio non esiste, perché Dio non fa leggi: Dio è amore e se c’è una cosa che non può essere codificata è l’amore. Per cui parlare di legge di Dio è un non senso.
Nel testo originale greco l’evangelista non scrive io sono il buon pastore, ma scrive io sono il pastore, quello bello. Infatti il termine greco che corrisponde all’italiano buono è agatos, mentre nel testo si usa il termine kalòs, che in italiano significa bello. Usando questa parola l’evangelista non sta indicando la bellezza fisica di Gesù, ma l’insieme delle sue qualità che lo rendono bello, cioè dichiara Gesù il pastore ideale, l’eccellente, il migliore. Questo fa coincidere Gesù con il pastore indicato da Ezechiele che si occuperà del popolo di Israele; ecco perché alla fine di questo discorso i Giudei dicono che Gesù è pazzo e cercano di ammazzarlo, in quanto l’avvento del pastore di Dio comporterà la fine del potere dei sacerdoti, dei principi e dei possidenti.
“Il buon pastore dà la propria vita per le pecore”. Nei vangeli non esiste il ruolo di pastore applicato ad altri personaggi. Gesù è indicato come il modello di pastore, questo significa essere disposto a dare la vita e per sottolineare questo conetto, per quattro volte verrà ripetuta l’espressione offrire la vita.
Quello che Gesù dice lo metterà anche in pratica. Pensiamo al momento dell’arresto: era in una posizione vantaggiosa e quella sera avrebbe potuto salvarsi la vita. Era nel Getsemani, alle pendici del monte degli ulivi con tanti galilei che dormivano nelle grotte all’intorno. Quando vide arrivare da lontano, dalla casa del Sommo Sacerdote, la truppa di circa 800 soldati per catturarlo provvisti di armi e di torce, avrebbe potuto dire ai suoi discepoli e ai conterranei di coprirgli le spalle, e così avrebbe potuto fuggire sul monte degli ulivi. A breve distanza, dopo il monte degli ulivi, inizia immediatamente il deserto ed è una miriade di caverne e di cunicoli dove una persona diviene introvabile.
Gesù avrebbe potuto salvarsi la vita anche perché i discepoli gli avevano garantito che erano pronti a dare la vita per lui (Gv 13,37-38). Erano pronti ma non avevano capito che non c’è da dare la vita per lui, ma con lui e come lui dedicarla agli altri.
Gesù, la notte dell’arresto, resta in attesa e quando arrivano per arrestarlo dice: se cercate me, lasciate che questi se ne vadano (Gv 18,8). E’ il pastore che da la vita per le pecore.
“Il mercenario - che non è pastore e al quale le pecore non appartengono - vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore”.
Il lupo rappresenta una minaccia per entrambi, sia per il mercenario che per il pastore, ma il pastore, quello ideale, “bello” secondo l’espressione dell’evangelista - al quale l’incolumità delle pecore sta a cuore più della sua esistenza e il cui compito è che nessuno vada perso - è capace di dare la vita per le proprie pecore. Il mercenario no; lui abbandona le pecore perché esercita il compito di pastore per il proprio tornaconto e interesse.
Il mercenario non è un cattivo pastore in quanto non è considerato nemmeno un pastore: Gesù non gli riconosce un ruolo che, se pure degenerato, avrebbe implicato un incarico, quello di pastore da parte di Dio, ma lo accomuna ai ladri e ai briganti, nomi che in precedenza Gesù aveva attribuito ai dirigenti del popolo (Gv 10,8); ladri perché si sono impossessati del gregge che era di Dio ed assassini perché per rubare il gregge ammazzeranno il pastore legittimo, Gesù il figlio di Dio.
“Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me,…“ Gesù si definisce buon pastore per la terza volta. Il tre è il numero che indica completezza. Gli uomini nella religione erano abituati ad una relazione di sottomissione nei confronti di un Dio da servire e da temere, al quale si doveva offrire. Gesù inaugura una nuova relazione con Dio attraverso la sua persona che è quella di una esperienza intima e profonda. L’espressione “conosco le mie pecore”, nella cultura ebraica indica addirittura un rapporto coniugale, il che significa che Gesù ha con i suoi un rapporto di grandissima intimità. Per sottolineare la profonda relazione tra il pastore e le sue pecore Gesù aveva in precedenza detto che il pastore le chiama una per una (Gv 10,3). Questa indicazione è importante per la nostra fede in quanto sottolinea il rapporto personale di Dio con ciascuno di noi come singola persona e non come componenti di un popolo. Infatti nel mondo palestinese è normale vedere pastori, beduini che conducono al pascolo centinaia di pecore; per noi sono un gregge, per loro no: ogni pecora ha il suo nome perché ha una sua caratteristica (Bianchina, Brunetta, Riccioluta…). Il pastore non ha un rapporto con un gregge, ma avendole viste nascere ha un rapporto con ognuna delle sue pecore. Quindi una conoscenza profonda, intima.
“…così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore”. L’evangelista approfondisce questa immagine e la relazione che Gesù ha con il suo gregge nasce dall’intimità che lui ha con il Padre. La distanza che c’era tra Dio e gli uomini, una distanza voluta e mantenuta dall’istituzione religiosa, ora è stata annullata.
Secondo la religione l’uomo non può rivolgersi direttamente a Dio; ha bisogno di un mediatore (il sacerdote), ha bisogno di un luogo particolare (il tempio), ha bisogno di una metodologia di incontro ben precisa (il culto), ha bisogno di uno schema di vita che sia chiaro, ordinato (la legge); sono tutte le mediazioni che l’istituzione religiosa ha creato per mantenere la distanza tra gli uomini e Dio. Con Gesù tutto questo è annullato.
Gesù vuole che la stessa intimità esistente tra lui e il Padre esista anche tra lui e il suo gregge. Quindi il ricorso alle mediazioni delle istituzioni religiose che si credeva favorissero la comunione con Dio, non solo non la favorisce ma la impedisce.
“E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore”.
Non è solo il recinto del giudaismo ad aver terminato la propria funzione, ma ogni altra istituzione che impedisca la piena libertà agli uomini. Gesù è entrato nell’ovile del giudaismo per svuotarlo e per condurre fuori le sue pecore. E’ l’immagine dell’esodo e della liberazione.
Ma per Gesù non basta questo ovile. Il mondo è pieno di ovili e anche lì deve far risuonare la sua voce perché quelle che lo ascoltano possano seguirlo.
Il termine ovile adoperato dall’evangelista, nell’AT indica l’atrio del santuario del tempio, luogo dell’istituzione religiosa. L’ovile dona sicurezza in cambio della libertà. Ecco il fascino della religione e dell’istituzione religiosa. Ecco l’attrattiva che hanno gruppi religiosi rigidamente regolati: il baratto. Dammi la tua libertà e ti do la sicurezza. Dal momento che entri a far parte di questo recinto non devi più pensare a niente: ti sarà detto tutto quello che devi fare, cosa devi pensare e come devi agire, quello che è bene e quello che è male. Tu devi solo obbedire. Ci sarà sempre una persona che ti dirà come ti devi comportare.
Gesù è venuto a liberarci da tutto questo; è venuto a offrire la piena libertà perché una persona non cresce fintanto che non è libera.
La religione ha bisogno di mantenere le persone in una condizione infantile: infatti solo il bambino, la persona infantile, ha bisogno di una guida. La religione teme la maturità delle persone, per cui le mantiene sempre in una situazione di sottomissione in modo che si abbia sempre bisogno di una figura a cui chiedere permesso e chiedere cosa fare e come fare.
Gesù invece dice che tutte quelle istituzioni che tengono le persone rinchiuse, eliminando la loro libertà e barattandola per la sicurezza, sono oggetto della sua missione. Gesù sa che ha una forza capace di sconfiggere e di buttare all’aria tutti i recinti e tutte le sicurezze. E questa forza è la sua voce.
Credo che tanti di noi, nel tempo, abbiano sperimentato la voce di Gesù: la voce di Gesù è la formulazione perfetta del desiderio di pienezza di vita che ognuno di noi si porta dentro. Le cose che Gesù ha detto non sono nuove. Ognuno di noi le aveva dentro, ma le aveva tenute represse, come soffocate perché aveva perfino paura; queste cose corrispondenti al desiderio di pienezza di vita, erano considerate dalla religione, quando andava bene, un’eresia o addirittura un peccato e si aveva timore di dirlo.
Gesù, paradossalmente, non dice nulla di nuovo che già avevamo dentro di noi, Gesù l’ha solo formulato. Noi già lo sentivamo perché l’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio, ha dentro di sé la condizione divina e appena sente la voce del pastore dice: … questo è ciò che m’aspettavo.
Un’esperienza che tante volte ho vissuto: persone che, ascoltando queste spiegazioni dicono: …queste cose io le sapevo da sempre, le avevo dentro di me. Finalmente adesso le sento formulare. Ecco perché Gesù dice: “Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore.”
Purtroppo un errore di traduzione di questa espressione commesso nel passato ha provocato tragedie; probabilmente è stato S. Girolamo, grandissimo traduttore e grandissimo santo, ma che, traducendo, ha confuso il termine precedente ovile col termine successivo che invece va tradotto gregge. La traduzione è quindi divenuta: …e diventeranno un solo ovile” esattamente il contrario di quello che Gesù voleva dire.
Gesù ha detto che è finita l’epoca degli ovili, è finita l’epoca dei recinti, per quanto sacri possano essere. Gesù non limita la libertà delle persone, ma la potenzia dando loro la piena libertà dei figli di Dio. Gesù non fa uscire le pecore dal recinto del giudaismo per ricondurle in un altro, ma le fa uscire per restituire loro la libertà.
A rafforzamento di questa spiegazione aggiungo un altro particolare: quella che noi chiamiamo la Bibbia di Gerusalemme è in realtà la Bibbia della CEI con le note della Bibbia di Gerusalemme, ma non le riporta tutte. Qualche nota agli zelanti italiani curatori di questa Bibbia non è piaciuta. In riferimento al versetto che stiamo commentando, la nota originale della Bibbia di Gerusalemme dice: Gesù non toglie le pecore da un recinto per portarle in un altro ma per dare loro piena libertà. Nella Bibbia della CEI questa nota non c’è.
Infatti l’errata traduzione (un solo ovile…) offrì alla Chiesa la pretesa di essere l’unico ovile. Questo causò le guerre di religione e una devastante teologia ancora in vigore fino agli anni sessanta del secolo scorao (extra ecclesiam nulla salus:… fuori dalla Chiesa non c’è salvezza).
Nei manuali della teologia fino agli anni sessanta, questa espressione veniva giustificata in quanto Gesù parla di un solo ovile e un solo pastore. Essendoci dunque un solo ovile si è incominciata la lotta con gli altri ovili, è iniziata la collocazione forzata delle persone dentro questo ovile. Questo ha prodotto la tragedia del nostro cristianesimo: per secoli abbiamo avuto cristiani precettati, cristiani diventati tali non per libera scelta, ma perché non avevano altra soluzione.
Nel 1442, sotto il papa Eugenio IV, il Concilio di Firenze dichiara: «[La Santa Chiesa Romana] ... crede fermamente, professa e predica che nessuno al di fuori della Chiesa Cattolica, non solo i pagani, nessun giudeo, nessun eretico o scismatico, possono partecipare alla vita eterna; essi saranno "nel fuoco eterno preparato per il diavolo ed i suoi angeli " (Mt 45,23), a meno che, prima del termine della loro vita, essi non trovino rifugio nella Chiesa. Poichè l'unione col corpo della Chiesa è così fondamentale che i sacramenti della Chiesa non sono efficaci che per coloro che dimorano nel suo seno; e digiuno, elemosina ed altre opere di pietà ed esercizi di vita cristiana militante accordano l'eterna ricompensa solo ad essi. E nessuno può essere salvato, anche se dà il suo sangue in nome di Cristo, a meno che non sia in seno alla Chiesa cattolica ed unito ad essa.»(6)
I tempi della Chiesa sono un po’ lenti ma prima o poi ci arriva: ci son voluti cinque secoli. Il Concilio Vaticano II, cinque secoli dopo, ha ripreso questo pensiero del Concilio di Firenze cambiandolo al positivo: «Dio, come salvatore vuole che tutti gli uomini siano salvi. Infatti, quelli che senza colpa ignorano il Vangelo di Cristo e la sua chiesa, e tuttavia cercano sinceramente Dio, e con l’aiuto della grazia si sforzano di compiere con le opere la volontà di Dio, conosciuta attraverso il dettame della coscienza, possono conseguire la salvezza eterna»(7).
Un altro esempio di traduzione errata che ha provocato danni è l’invito di Gesù: se non vi convertite… convertirsi significa orientare diversamente la propria esistenza: smettere di vivere centrati su se stessi e iniziate a vivere per gli altri. L’invito venne tradotto con se non fate penitenza, dando così la stura al masochismo delle persone: più si soffre più il Signore è contento. Una vera bestemmia!
Mai Gesù invita alla penitenza, alla mortificazione o alla sofferenza. Gesù vuole che gli uomini siano felici. Ma quale padre può essere felice vedendo che il figlio si infligge dei patimenti e delle sofferenze per essergli gradito?
Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio»”.
Dopo la parentesi del versetto 16, l’evangelista riprende il filo del discorso, questa volta però sul versante dei rapporti di Gesù con il Padre. Gesù afferma che il Padre lo ama, poiché depone la sua vita per prenderla di nuovo. e subito aggiunge che nessuno gliela toglie, perché ha il potere di offrirla e di riprenderla. Con queste parole sottolinea la libertà e la volontarietà con cui ha accettato la morte: non è il Padre che, come nei sinottici, “consegna” il Figlio, ma è Gesù stesso che “depone” la sua vita con decisione libera e autonoma. Anche nel racconto della passione l’evangelista sottolinea la libera iniziativa di Gesù per dare compimento al progetto del Padre. Ma come ha il “potere” di donare la propria vita, così ha pure il potere di riprenderla. La morte di Gesù è strettamente congiunta alla sua risurrezione, tanto da formare un unico atto salvifico. Il deporre per poi riprendere la propria vita rappresenta per Gesù l’obbedienza a un comando che ha ricevuto dal Padre. Dal contesto appare però che si tratta di un comando in senso puramente metaforico, in quanto la volontà del Padre coincide esattamente con la decisione presa da Gesù. La sua perfetta libertà si esplica nell’obbedienza più totale all’ordine ricevuto dal Padre. 

Note: 1. L’esegesi che segue è liberamente tratta da un appunto di Padre Alberto Maggi redatto nel febbraio 2010. – 2. Nel angelo di Giovanni con il termine Giudei si intendono le autorità giudaiche, sia religiose che civili. – 3. Interpretazione ricavata esaminando l’intera opera di Ezechiele riportata nell’AT. – 4. Come si vede, nulla di nuovo sotto il sole. Nella storia umana i mali dei popoli sono sempre derivati da questi motivi. – 5. Gli esperti di ebraico oggi ritengono che sia più corretto tradurre “io sarò” sottolineando così l’esistenza dinamica di Dio. La cosa è possibile in quanto nella lingua ebraica la voce verbale dell’indicativo presente e quella del futuro coincidono. – 6. Bulla unionis Coptorum Aethiopiumque – Cantate Domino – Decretum pro Iacobitis. Denz. 714. – 7. Lumen Gentium 16.