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Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


lunedì 14 settembre 2015

Venticinquesima Domenica del Tempo Ordinario



XXV Domenica del Tempo Ordinario – Mc 9,30-37

Partiti di là, attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell'uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.
Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servitore di tutti». E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

Il brano di questa domenica è di complessa interpretazione anche a causa di una non proprio felice scelta dei termini usati nella traduzione.
Gesù(1), che si trova nella regione di Cesarea di Filippo, terra pagana, parte ed attraversa la Galilea, ma vuole rimanere in incognito.
“Partiti di là, attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli…” Questa parte del viaggio non deve essere conosciuta dalla gente, perché a Gesù interessa continuare l’insegnamento ai discepoli. Il primo insegnamento è fallito, i discepoli hanno mostrato di non volerlo ascoltare assolutamente, come ha dimostrato l’intervento di Pietro (cfr. Mc 8,27-35). Gesù riprende di nuovo l’insegnamento ai discepoli perché è importante la formazione del gruppo; il gruppo, infatti, dovrà proseguire la missione dopo la morte di Gesù,
“…e diceva loro: «Il Figlio dell'uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni(2)risorgerà»”.
Qui abbiamo il secondo annuncio della passione, apparentemente uguale al primo, però molto più generico: Gesù non scende in particolari del patire, o su chi siano i responsabili della morte, anzi, non la collega nemmeno ad un popolo particolare. Infatti Gesù sta pensando alla missione tra i pagani: come nel popolo d’Israele ci sono i rappresentanti del potere che rifiutano il modello di umanità che Gesù presenta, lo stesso ci saranno, in altre parti, i rappresentanti di altri poteri. Quelli che seguono il suo cammino sappiano che non solo all’interno della nazione di Israele, ma anche fuori di questi limiti geografici, ci saranno altre strutture di potere, che si alzeranno contro il modello di uomo che Gesù propone(3). Gesù adopera di nuovo l’espressione “Figlio dell’uomo” che qui ha un valore inclusivo: quello che riguarda Gesù è anche proponibile ai suoi seguaci.
È qui interessante come Gesù presenta l’annuncio. Propone, da una parte, il Figlio dell’uomo e dall’altra parte gli “uomini”: il Figlio dell’uomo è quello che viene a dare la vita, gli “uomini” sono quelli che gliela tolgono. C’è una opposizione radicale tra un uomo che dà la vita e certi uomini che questa vita la disprezzano fino al punto di uccidere colui che la vuole diffondere agli altri.
Chi sono questi “uomini”? In maniera generica, anonima, riguarda chiunque, nella storia, rifiuta l’amore che Gesù ha testimoniato con la vita e soprattutto la capacità di comunicare vita agli altri. Gesù sta indicando ai suoi discepoli, che ci saranno nella storia anche degli “uomini” che non conoscono la pienezza di vita, che a loro non interessa, e che non vogliono sapere nulla di tutto questo; per loro risulta odioso, intollerabile, che ci siano persone che annunciano l’umanità di Gesù.
Gesù ci insegna che ci sono possibilità di superare gli ostacoli che, nella storia, impediscono la promozione umana: non lanciando le bombe, ma fomentando la vita, insegnando l’uguaglianza, creando rapporti di solidarietà con gli altri. Questo sì che permette di uscire da una situazione di ignoranza e di miseria che poi porta al fanatismo.
Questi “uomini” non accettano quel modello di umanità; gli “uomini”, il termine è stato già usato nel brano esaminato la scorsa domenica: “cosa dicono gli uomini chi io sia?”. In quel caso Gesù stava parlando in maniera generica, in questo intende qualcosa di molto più preciso: sono i nemici dell’umanità, sono quelli che non tollerano che il messaggio di Gesù si possa diffondere. Questo messaggio è rifiutato perché accettarlo, significa rinunciare ai privilegi fino ad allora goduti. Sono gli oppressori degli altri, coloro che si oppongono con la violenza alla proposta che Gesù fa.
In questo annuncio della passione, si parla per due volte della morte, c’è come una accentuazione da parte di Gesù: come per insistere sulla violenza che questi uomini possono adoperare. Gesù in questa maniera sta svuotando di significato la morte, perché, per chi ama la vita e aderisce a questo modello di vita, la vita è un’esplosione anche nella morte.
Gesù torna sul discorso della morte perché vuole convincere i discepoli che questa morte non è una sconfitta; il gruppo pensa che la morte sia una sconfitta perché con essa crollano tutti i sogni, crollano tutte le speranze, tutte le attese di gloria.
Gesù vuol convincere che è proprio il contrario. Se la morte è espressione massima dell’amore, questa morte non mette fine alla vita, ma la fa rinascere con una forza molto ma molto più grande.
“Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo”.
La reazione dei discepoli è veramente terribile, incomprensione assoluta; non solo, hanno timore di chiedergli spiegazioni perché non vogliono confrontarsi con lui. Loro, come discepoli, manifestano una grande incapacità, perché il discepolo è tale in quanto si confronta con il maestro.
Loro hanno paura di confrontarsi perché intuiscono che con questi discorsi, con queste parole che Gesù sta dicendo, finiscono le loro attese di restaurazione per la loro nazione, di egemonia del loro popolo sugli altri popoli. Loro intuiscono che stanno crollando le sicurezze che essi si sono creati,… e allora meglio non chiedere. Continuano nella loro posizione ostinati nel loro modo di pensare, per non crollare del tutto. Ormai si intuisce che sono vacillanti, meglio stare zitti perché non arrivi il colpo finale, il colpo di grazia.
In questo discorso, la preoccupazione principale dei discepoli, il fatto che stiano zitti, che abbiano timore interrogare Gesù, non è di lavorare per il bene degli altri – come Gesù sta chiedendo attraverso le condizioni che ha già posto e da quello che ha insegnato ai discepoli – ma la preoccupazione dei discepoli è come possono raggiungere la gloria della loro nazione, come possono diventare il popolo più importante degli altri.
Per loro, che Gesù parli che dopo tre giorni risorgerà o che c’è una vita dopo la morte, non ha alcun senso se per loro la morte di Gesù è la fine delle loro attese ed il crollo di tutti i loro sogni di grandezza. I discepoli dimostrano una incomprensione assoluta e l’evangelista vuol far capire che, a questo gruppo, non entra in testa quello che Gesù insegna: l’esistenza di una società nuova, dove si possa veramente vivere in maniera bella con tutti.
Questo non si può fare mai partendo dal dominio di un popolo, Israele, sugli altri popoli, non si potrà mai creare una società nuova così, non si può attendere un Messia dominatore perché questo non darà mai niente di buono, ma creerà altri problemi, creerà altre sofferenze e altre ingiustizie.
L’unica possibilità di creare qualcosa di nuovo è il prendersi tutti la responsabilità, entrando in un rapporto di uguaglianza e di solidarietà con tutti. E’ da questo punto di vista che Marco ci sta parlando, quando adopera l’espressione Figlio dell’uomo - Gesù Messia, espressione di un messianismo collettivo ove tutti possiamo collaborare con lui nella creazione di una società nuova.
“Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?»”. Guarda caso, questi non solo non hanno capito quello che Gesù ha detto e non hanno avuto il coraggio di chiedere, ma hanno fatto un discorso per conto loro. Vedete già la spaccatura forte tra Gesù, che è il maestro, e  il suo gruppo.
Qui si parla di Cafarnao, il luogo dove è incominciata l’attività di Gesù e dove si è creata la sua prima comunità. A Cafarnao c’è la casa di Gesù, dove Gesù si è seduto a tavola con i pubblicani, con i peccatori. A questa tavola si sono seduti anche questi discepoli provenienti dal giudaismo (possiamo immaginare la loro altezzosità: «guarda dove ci tocca metterci a sedere oggi, proprio con questi peccatori»); comunque sia, si sono seduti con i peccatori e con i pubblicani (cfr. Mc 2,15) in questa casa che rappresenta la comunità di Gesù.
Se stiamo al testo, dal punto di vista letterale, l’evangelista dice “giunsero a Cafarnao”, cioè Gesù con i discepoli; poi, però quando lui fu in casa, non dice che i discepoli entrarono in casa. Certo che saranno entrati, però sono delle sottigliezze con le quali l’evangelista vuole far comprendere che i discepoli non seguono Gesù veramente, non si sentono appartenenti alla sua comunità, una comunità che è aperta a tutti, dove non c’è privilegio per nessuno, dove non ci sono gerarchie.
La motivazione che ha spinto l’evangelista a far comprendere che i discepoli non sono realmente entrati nella casa, diviene chiara quando leggiamo di che cosa hanno discusso per la strada.
Gesù, in questo cammino, ha spiegato, per la seconda volta, qual è il destino che attende il Figlio dell’uomo a Gerusalemme, ma i discepoli sono rimasti zitti. Gesù allora li interroga. Hanno fatto una conversazione a cui Gesù non ha partecipato. Gesù fa una domanda diretta, perché si vede che la questione che essi hanno trattato è una questione importante.
“Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande”. Ecco, vedete ora per quale motivo, in maniera figurata, l’evangelista dice che non sono entrati nella casa con Gesù, perché questi continuano a pensare chi è il più grande. Nella casa di Gesù, non c’è posto per questi, non possono entrare quelli che ancora alimentano ideologie basate sul potere, sulle gerarchie o sulle divisioni. Sono loro stessi che non si trovano al loro posto lì dentro, da qui il silenzio imbarazzato.
Loro vanno comunque per la loro strada, nonostante Gesù abbia fatto un insegnamento preciso “Se qualcuno vuol venire dietro di me, rinneghi sé stesso e si carichi della sua croce”. Questi continuano a discutere chi è il più grande, il maggiore, ed evitano il confronto con lui.
Marco è grandioso nello scrivere questo testo. Gesù dice: «Di che cosa parlavate sulla strada?»  Lui è positivo nel modo di avvicinarsi ai discepoli, pensa che abbiano parlato di qualcosa di interessante. L’evangelista interviene per dire “sulla strada avevano discusso”, non “parlato”. Qui c‘è una sfumatura nei verbi che in greco risulta ancora più evidente.
Trattare il tema su chi è il più grande, crea subito la polemica, la confusione, il dibattito, chi urla di più e chi è più prepotente dell’altro…
Gesù vuole riportare questo gruppo al suo insegnamento, affinché si inserisca sulla sua strada e lasci l’altra strada, quella dell’aspirazione al potere, che è quella fallimentare: quando si comincia a discutere su chi è il più grande, vuol dire che quella storia di rinnegare sè stesso e caricarsi la croce non interessa affatto, non tocca minimamente.
“Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servitore di tutti»”.
Gesù si trova nella casa, figura della comunità, e si mette seduto. Questo atteggiamento vuol dire: la dimora stabile di Gesù è la casa di persone che si amano come lui ci ama.  Non c’è altra dimora per Gesù, non luoghi santi, santuari, cattedrali, Gesù prende dimora in una casa dove esiste una comunità di fratelli, che vivano secondo il suo stile di vita(4). Qui l’evangelista inserisce i Dodici: prima ha parlato dei discepoli, ora vuole dare un colpo più preciso sulla identità di quelli che si oppongono all’insegnamento di Gesù, quelli che vogliono camminare per un’altra strada.
I Dodici (numero che richiama le tribù di Israele) sono i rappresentanti dell’Israele messianico; questi dodici non sono i dodici che vediamo nei quadri, bellissimi, di Leonardo e di altri artisti, è un numero simbolico per rappresentare tutti quelli che provengono dall’Israele messianico per fare parte della nuova comunità. Sono quelli che fanno più fatica ad aderire a questo messaggio, proprio perché imbevuti dalle idee religiose della tradizione ebraica.
È interessante che in questo versetto Gesù li deve chiamare. Questo ‘chiamare’ vuol dire usare la voce per appellare qualcuno, vuol dire che questi non stanno vicino a Gesù: se stessero vicino, non avrebbe avuto bisogno di chiamarli. Vuol dire che li deve distogliere da quella strada, dove stanno camminando, per portarli nella sua.
Gesù, pur consapevole di questa mentalità gretta e limitata dei discepoli, non li rifiuta né li rimprovera. Da parte di Gesù non c’è un atteggiamento duro, ma un atteggiamento delicato e offre loro una nuova opportunità. Non tutti potranno essere “il più grande”, uno può essere il più grande dell’altro, il più prepotente, finché non arriva un altro più prepotente e dice: «adesso tocca a me». Gesù dice “Se uno vuol essere il primo”: è diverso che “il più grande” perchè dire “il più grande” riguarda una gerarchia che Gesù rifiuta completamente nella sua casa; però ci può essere il primato, questo sì, il primo nel senso di essere vicino a lui, il primo anche nel senso di chi sta più vicino agli altri. Il primato lo possono conquistare tutti, dice Gesù, basta che si fanno ultimi e servi di tutti.
Siate l’ultimo di tutti, il servo di tutti, e in questa maniera state vicino a me. Questo è quello che avvicina a Gesù, è l’unica possibilità di stare vicino a lui, è quella di farsi ultimo, servo di tutti, è questo l’ideale che Gesù propone ai discepoli per liberarli dalla loro ambizione. Questo è il significato di “rinnegare sé stesso”, ma attenti, rinnegare se stessi non vuol dire umiliarsi; quando vi fanno quella predica (un vero terrorismo ecclesiale), che siete nulla, che non valete niente, chiudete le orecchie e pregate per chi vi parla: è un poverccio che non ha capito niente del cristianesimo! Noi valiamo molto, agli occhi di Dio siamo preziosi, ma il valore di questa nostra persona lo scopriamo nel momento in cui mettiamo le nostre qualità al servizio e per il bene degli altri.
Dio ha una grande stima dell’uomo. Ma l’uomo non capisce che questa stima la si manifesta nella capacità di mettersi al servizio degli altri, o farsi ultimo di tutti, come chiede Gesù, quando dice «se tu ti fai ultimo, sei più vicino a me».
C’è chi pensa: io vorrei stare vicino a Gesù così mi farò dieci ore davanti al Santissimo, davanti al tabernacolo! No!!! Non è questa la vicinanza a Gesù, non è stare vicino al tabernacolo che mi può dare la vicinanza a Gesù, non lo sono minimamente le ore passate in adorazione eucaristica, in preghiera, in meditazione. Magari le ore in cui porto il grembiule, lavando i piatti, dando una mano in casa, facendo il mio lavoro in maniera giusta: questo sì che mi permette di sperimentare la vicinanza con lui. Questo sì che mi porta al primato.
Colui che si fa ultimo fra tutti e servitore di tutti ha lo stesso atteggiamento di Gesù, si colloca pertanto nel posto più vicino a Gesù. Per questo Gesù, seduto come sta ora, può prendere colui che gli è prossimo: “E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo,…”
Nella casa dove Gesù è con i Dodici appare un personaggio che sta a fianco di Gesù e non c'è bisogno di chiamarlo come ha fatto per i Dodici. Se la distanza di questi indicava la differenza di atteggiamento con Gesù, la vicinanza di questo personaggio significa che costui mostra l'identico atteggiamento di Gesù. Cerchiamo di capire chi è questo personaggio.
Il termine greco tradotto con bambino (paidion)(5), è un diminutivo di pais, che significa figlio, ragazzino o servo, e viene usato per indicare un ragazzo tra i sette e i dodici anni (Marco designa con questo termine la figlia di Giairo, che aveva dodici anni, cfr. Mc 5,39.42).
Nella lingua italiana il vocabolo equivale a garzone, l’individuo che per età e ruolo sociale è all'ultimo posto nella società ed è incaricato dei lavori meno importanti. Il termine paidion racchiude pertanto i due aspetti enunciati prima da Gesù:
- per la sua età è l'ultimo di tutti;
- per il suo servizio è il servo di tutti.
Il suo atteggiamento uguale a quello di Gesù, ultimo e servo di tutti, dimostra che con la denominazione paidion s’intende indicare tutti quelli che seguono da vicino Gesù.
Il garzone, ultimo e servo di tutti, è modello della sequela, mentre i Dodici, attaccati alla tradizione e alle categorie del giudaismo, non si decidono a seguire Gesù.
Ponendo il garzone in mezzo, Gesù lo colloca al suo posto, quale manifestazione visibile della gloria divina e come esempio ai Dodici. Gesù abbraccia il ragazzino compiendo, con questo un gesto d'amore, l’identificazione con quelli che portano a compimento il disegno di Dio (“Chiunque avrà fatto la volontà di Dio, mi è fratello, sorella e madre, Mc 3,35).
“…disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato»”.
Nei discepoli l’ambizione alla grandezza aveva suscitato rivalità. Gesù li invita a non pensare di scalare la vetta del successo, ma ad abbassarsi al livello del garzone, scendendo nella scala sociale e mettendosi dalla parte degli ultimi, come erano considerati i ragazzini nella cultura dell'epoca, individui ritenuti ancora senza ragione, degli imbecilli con i quali è inutile chiacchierare (cfr. Sap 12,24; 15,14).
Il seguace di Gesù, che ha il suo stesso atteggiamento di servire volontariamente per amore, si identifica con lui e manifesta la presenza di Gesù stesso, che a sua volta si identifica nel Padre che lo ha inviato, sicché l'individuo, attraverso Gesù, è unito pure al Padre, fonte della vita.
Il discepolo che volontariamente, per amore, pone la sua esistenza a servizio degli altri diventa così l’unico vero santuario dal quale s’irradia l’amore del Padre.

Note: 1. La presente esegesi è liberamente tratta dall’intervento tenuto da P. Riccardo Perez OSM durante la X Settimana Biblica svoltasi dal 30.06 al 05.07.2003 presso il Centro Biblico G. Vannucci di Montefano (Mc). – 2. Mi sembra utile ricordare che la locuzione “tre giorni” non vuole affatto dire che Gesù, una volta morto, ha atteso tre giorni nella tomba il momento di risorgere. Questa interpretazione, maturata nel Medio Evo, era dovuta alla assoluta ignoranza che, in quel periodo,  la chiesa aveva della lingua e delle usanze della cultura ebraica. Nel mondo ebraico il numero tre rappresenta il tutto, la perfezione, la completezza, quindi tre giorni vuol dire immediatamente e completamente. Gesù è quindi risorto in modo completo immediatamente dopo morto. – 3. Ancora oggi, sia nella Chiesa Cattolica che fuori di essa, esistono strutture di potere che contrastano il modello di umanità che Gesù ha proposto. – 4. Questo è un impotantissimo insegnamento: la presenza del Risorto non è sicura nemmeno nelle chiese, se queste non appartengono a comunità dove ciascun componente è servo degli altri, vescovo e parroco in testa. – 5. L’uso, secondo la CEI del 2008, del termine bambino mette in evidenza il fatto che la commissione che ha effettuato materialmente la traduzione o quella che ne ha approvato il lavoro, hanno evidentemente una conoscenza poco profonda della esegesi del brano.

lunedì 7 settembre 2015

XXIV Domenica del Tempo Ordinario



XXIV Domenica del Tempo Ordinario – Mc 8,27-35

Poi Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?». Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elia e altri uno dei profeti». Ed egli domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno.
E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell'uomo doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere. Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: «Va' dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».
Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà.

Questo brano è posto a metà del vangelo di Marco: i primi otto capitoli del vangelo sono utilizzati dall’evangelista per portare i lettori alla conoscenza dell’identità di Gesù, gli altri otto sono tesi alla comprensione della sua morte. Questa posizione dà al brano un’importanza unica nella narrazione di Marco.
Presentato(1) nel prologo del Vangelo di Marco come “il Messia, Figlio di Dio” (Mc1,1), Gesù resta ancora uno sconosciuto proprio alle persone che gli sono più intime e vicine, i discepoli, che continuano a chiedersi “Chi è costui?” come al termine dell’episodio della tempesta sedata (cfr. Mc 4,41).
Per questo, per far comprendere la sua vera identità ai discepoli, Gesù li porta in terra pagana, lontano dall’influsso nazionalista del giudaismo bloccato sull’attesa del “Messia figlio di Davide”(2). L’episodio è collocato da Marco nella regione di Cesarea di Filippo, località che prende il nome dalla città che Filippo, uno dei figli di Erode, aveva dedicato all’imperatore Cesare Augusto nel luogo dell’antica Paneas.
“…per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?»”.
Durante il cammino verso Cesarea, Gesù chiede ai discepoli chi la gente crede che egli sia. “Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elia e altri uno dei profeti»”. Nelle risposte dei suoi seguaci, Gesù viene identificato con tutti i personaggi del passato o comunque in linea con la tradizione giudaica: Giovanni Battista, in quanto si credeva che i martiri sarebbero subito risorti; il profeta Elia, il cui ritorno era stato previsto dal profeta Malachia per preparare la strada al Messia (Ml 3,1.23); oppure uno dei profeti, continuatori dell’opera di Mosè, come lo stesso Mosè aveva annunziato (Dt 18,18).
“Ed egli domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo».”
Gesù insiste e rinnova la domanda; ma la risposta di Pietro, inpostata sui concetti della tradizione, non soddisfa Gesù e vieta loro di divulgarla. Da notare che, per esprimere la proibizione, l’evangelista adopera, in greco, lo stesso verbo usato da Gesù per eliminare le idee e le tradizioni che impediscono all’uomo di accettarlo, idee e tradizioni che nei vangeli sono racchiuse nella parola “demoni”; ciò significa che quanto risposto da Pietro non solo non corrisponde al piano di Dio sul Messia, ma gli è contrario.
Pietro e i discepoli seguitano a vedere in Gesù “il Messia figlio di Davide”, quello atteso e sperato dalla tradizione giudaica, che diverrà il re di Israele, e non, come l’evangelista lo ha presentato all’inizio del suo vangelo, “il Messia Figlio di Dio”.
“E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell'uomo doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere”.
Gesù avverte i discepoli che il suo cammino non conduce al trionfo ed alla vittoria, ma che il suo destino è quello di essere messo a morte dal Sinedrio, massimo organo giuridico di Israele, composto dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi.
“Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo”.
A questo punto esplode il contrasto tra Pietro e Gesù; Pietro comincia ad ostacolarlo, con una opposizione che culminerà nel tradimento, quando griderà spergiurando: ”Non conosco quest’uomo” (Mc 14,71). Il discepolo non comprende e non accetta che il Messia possa andare incontro alla morte. Per descrivere l’azione del discepolo che sgrida il suo maestro, l’evangelista, in greco, adopera lo stesso verbo usato poco prima da Gesù per proibirgli di divulgare l’immagine del Messia.
La ripetizione dello stesso verbo in bocca a Pietro è un artificio letterario per sottolineare il pensiero di Pietro: indica cioè che per lui l’itinerario di Gesù non è quello di Dio e per questo lo ferma, lo afferra e lo trascina verso di sé, impedendogli così di continuare il suo cammino. Nell’atto di Pietro è configurato il profondo significato della metafora posta da Marco nel primo capitolo: la seduzione da parte del satana(3) nel deserto (Mc 1,12).
Quella metafora sta ad indicare che durante tutta la sua vita(4), ed in particolare quella pubblica, Gesù è rimasto solo nel “deserto”(5), “digiunando”(6) perché non vi è nessuno che condivida con lui, che gli doni vita, perché sostanzialmente è incompreso; di fronte a tale cocente incomprensione Gesù ha subìto la tentazione di diventare proprio quel Messia che gli ebrei aspettavano, senza subire insulti e senza salire il calvario, ed occupare il trono di Davide tra gli osanna e le benedizioni di tutti, Sinedrio compreso. Una tentazione enorme, insopportabile, che solo la comunione con il Padre gli ha permesso di superare; piangendo, però, lacrime di sangue.
Pietro viene definito satana perché vuole impedire, vuole “opporsi” alla passione ed alla morte di Gesù. Nella morte di Gesù viene sconfitto il potere, espressione massima di tutto ciò che impedisce all’uomo di accogliere l’amore di Dio; per questo la morte del Messia è in realtà la morte del satana, definitivamente annientato.
Il comportamento di Pietro è dovuto al fatto che pensa secondo gli uomini e non secondo Dio. Secondo gli uomini il Messia crocifisso è inaccettabile, è uno “scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani”, come dice Paolo nella prima lettera ai Corinti.
Gesù reagisce contro Pietro smascherando il suo comportamento da satana, offrendogli però la possibilità di un cambiamento. Per questo non allontana da sé il discepolo, ma lo invita a occupare il posto che gli spetta: è lui che deve seguire Gesù e non il contrario, e gli rinnova l’invito che gli fece quando, assieme al fratello Andrea, l’invitò a seguirlo: “vieni dietro di me”.
Da questo momento in poi il satana scompare e nel vangelo di Marco non se ne parlerà più.
“Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà.”
Non si può seguire Gesù, senza prima accettare queste condizioni. Il seguire viene dopo il rinnegare se stesso e caricarsi la propria croce(7).
Gesù ponendo le condizioni per essere suoi discepoli non invoca l’autorità divina (“o fate così o sarete puniti”), non si appella a un decreto divino, ma l’unica cosa che fa è confididare nella razionalità degli esseri umani: infatti Gesù parla di perdere la vita, o di mettere in salvo la vita, qualcosa che tutti possiamo comprendere appieno.
C’è un concetto di salvezza che può essere legato alla sicurezza fisica: evitare in qualunque modo la morte e far sì che questa sicurezza possa poi essere sostenuta da una serie di gratificazioni nel campo economico, politico o sociale. Per alcune persone la salvezza è questo: allontanare il più possibile dalla vita la morte fisica e far sì che questo campare possa essere nel modo più possibile prestigioso ed esaltante. Però chi pensa e ragiona in questa maniera, in fondo non è libero, perché ha una enorme paura che qualcuno gli possa togliere quel prestigio, quel ruolo che è riuscito a costruirsi, o che gli prenda un colpo e crepi; vive con questa angoscia che gli possa succedere qualcosa, che qualcuno lo possa minacciare dicendogli: «Ti posso togliere la vita».
Non è perciò libero di dire quello che pensa, di manifestare quello che ha dentro e di impegnarsi verso una causa precisa perché sarà sempre in balia di quelli che dicono: «Guarda, questo non mi piace, sta zitto. Questo non lo puoi dire, altrimenti noi ti destituiamo dal tuo posto o ti possiamo togliere la vita fisica».
Gesù parte da questo presupposto “chi vuol mettere la sua vita in salvo, in questa maniera la perde”, perché vive sempre con questa paura, per lo meno con questa tensione che qualcosa, qualcuno gliela possa togliere; vive una vita infame.
Gesù vuole farci entrare in un concetto di salvezza molto più profondo di quello descritto finora; la salvezza che propone Gesù deriva dalla capacità di perdere la propria vita a causa del vangelo. Perdere la vita significa, in questo caso, attuare le condizioni che Gesù ha posto: rinnegare sé stesso e caricarsi la propria croce. Gesù ci ha insegnato che – mediante la capacità di mettersi al servizio degli altri, di non sfruttare gli altri, di non dominarli, di non avere nessuna paura di perdere la propria faccia per portare fino in fondo questo impegno di lealtà e di manifestare l’amore che Dio ha manifestato in Gesù - io dimostro di essere una persona veramente libera, perché la morte di per sé non mi fa paura. Nessuno mi può togliere quella vita, che già nasce da questa mia apertura alla vita stessa che Gesù mi ha comunicato, dando lui stesso la sua vita per me. È un discorso che Gesù presenta come un gioco: mettere in salvo, perdere per mettere in salvo.
Tante volte, nella teologia, si dice che Gesù è venuto a salvarci per potere andare in paradiso, ma non è proprio così il discorso. Se uno pensa che Gesù sia venuto per portarci una salvezza che comporti poi l’accesso diretto al paradiso, si sbaglia.
Questa non è la salvezza di Gesù. Se voi prendete il vangelo di Marco, quando quel giovane ricco va a chiedere a Gesù “Che cosa devo fare per avere la vita eterna?” (cfr. Mc 10,17-22). Gesù dice: “Ci sono i comandamenti, perché lo chiedi a me?”. “Quali?” chiede il ricco. E Gesù gli fa una lista dei comandamenti dove gli impegni nei confronti di Dio sono completamente assenti, ma gli impegni con il prossimo sono ben chiari.
Gesù dice in buona sostanza “se tu ti impegni a favore del prossimo, questa vita la possiedi già, anche se non credi in Dio” perchè Gesù non ha nominato Dio in questo elenco di comandamenti ricordati al giovane ricco.
Gesù sta dicendo che la salvezza che vuole dare, già la si sperimenta in questa vita. Non si deve aspettare dopo la morte per dire: sono in paradiso, ma già qui, mentre vivo, sento una qualità di vita che mi rende completamente diverso, che mi fa apprezzare fino in fondo tutto quello che passa per le mie mani, tutto quello che incontro nella mia vita. La vita non è una “valle di lacrime”(8), ma il posto dove iniziare a vivere felici, nonostante i problemi, le difficoltà ed i dolori(9).
Arrivato il momento della morte, questa morte non sarà altro che un passaggio verso una dimensione ancora più grande di questa pienezza che sto vivendo.

Note: 1. La presente esegesi è liberamente tratta dall’intervento tenuto da P. Riccardo Perez OSM durante la X Settimana Biblica svoltasi dal 30.06 al 05.07.2003 presso il Centro Biblico G. Vannucci di Montefano (Mc). – 2. La figura del Messia figlio di Davide era profondamente radicata nella mentalità giudaica, e rappresentava il nuovo grande re atteso da secoli che avrebbe salvato Israele, uccidendo i peccatori e sconfiggendo tutti i nemici, riducendo il mondo in schiavitù sotto Israele. Da non confondere con il Messia Figlio di Dio, il cui significato è totalmente diverso. Gesù non ha mai accettato il titolo di “Messia figlio di Davide”, perché questo avrebbe stravolto completamente il senso della sua predicazione. Ha rifiutato anche il titolo “Messia Figlio di Dio”, almeno fino al confronto con Pilato, quando ormai ogni cosa era compiuta, perché non voleva essere arrestato per bestemmia prima del tempo. Ha invece sempre accettato il titolo “Figlio dell’uomo” perché questo si rifaceva al senso datogli da Daniele (cfr. Dn 7,13), cioè di uomo che raggiunge la massima pienezza della natura umana. – 3. Satana, in ebraico, non è un nome proprio di persona, ma un nome comune che indica una attività, quella del pubblico ministero, dell’avversario in un processo, quindi di un oppositore. Il satana era un funzionario della corte persiana che girava per le regioni e guardava il comportamento dei governatori: se uno si comportava bene lo segnalava al re per farlo promuovere, per premiarlo; se uno si comportava male lo segnalava al re per castigarlo, eventualmente anche con la morte. Inoltre Marco usa nella sua opera una tecnica letteraria, molto in voga in quei tempi, detta inclusione, che consiste nell’iniziare due frasi o due brani con la stessa parola; questa tecnica permette a Marco di collegare il brano ove per la prima volta nomina il satana (la tentazione nel deserto) con quello in cui lo nomina per l’ultima volta (che è il brano in esame), mettendo in stretta relazione i due episodi. Ovviamente questo lo si può apprezzare solo leggendo il testo originale greco. – 4. 40 giorni, nella numerologia ebraica simboleggiano una intera vita, come 40 anni simboleggiano una intera generazione (vedere Genesi, la fuga degli ebrei nel deserto). – 5. Nel vocabolario ebraico la parola “deserto” non ha lo stesso significato che ha in italiano. Non si intende un luogo senza acqua, ma un luogo senza abitanti. Le due cose, ovviamente, possono coincidere. – 6. Mangiare insieme, per la tradizione giudaica, assume il significato di “scambiarsi la vita”, quindi un qualcosa di molto intimo che si fa con i parenti e gli amici che condividono le tue idee, le tue azioni, i tuoi comportamenti. Il “digiuno” di Gesù nel deserto non indica quindi un digiuno effettivo (del resto è impossibile digiunare per 40 giorni sia il giorno che la notte, si morirebbe), ma un digiuno affettivo, cioè la mancanza di condivisione con persone che la pensassero come lui. Una conferma di questa impostazione si trova soprattutto in Luca: tutti i pasti che i farisei tentano di fare con Gesù, invitandolo, si interrompono o non cominciano neppure a causa di contrasti, spesso aspri, che sorgono tra Gesù e i commensali.  – 7. Ricordo che “caricarsi della croce” nei vangeli non vuol dire assolutamente accettare supinamente le disgrazie che Dio vorrà darci (frase profondamente blasfema), ma perdere la faccia per seguire la volontà di Dio. La dicitura prende lo spunto dal fatto che il condannato alla morte in croce veniva caricato del legno superiore della croce (l’altro era stato precedentemente infisso nel terreno e vi rimaneva per le esecuzioni successive) e fatto passare tra due ali di folla che lo insultavano, lo coprivano di sputi, di feci e di ogni tipo di immondizia, cosa che lo distruggeva moralmente. Gesù così intende che il seguirlo comporterà un trattamento similare da parte di coloro che non accettano il pensiero di Cristo, per cui, prima di decidere di seguirlo, è necessario valutare la propria capacità di sopportarne le conseguenze.  – 8. Questo concetto non è cristiano ma è stato assorbito dalla filosofia greca, in particolare dalla filosofia cinica e neoplatonica. – 9. Bisogna stare attenti perché la mancanza di questa sensazione di pienezza, di serenità, di felicità nonostante tutto, deve suonare come un campanello d’allarme: esaminando bene la mia vita potrei scoprire che, sia pure agendo con le migliori intenzioni, potrei avere sbagliato strada. Un esempio, anche se banale: con l’intenzione di aiutare i bisognosi, faccio una bella donazione ad un istituto benefico e penso di avere risolto il problema. Non è vero, non ho pensato che è il contatto umano, il dono di se, il donare ma anche il ricevere durante il rapporto con l’altro, che genera la pienezza della vita. Ecco perché anche chi non ha nulla è in grado di aiutare donando se stesso a chi ha bisogno non solo di aiuto economico ma anche di comprensione e di affetto. E la condivisione dei problemi scaccia la solitudine e genera serenità.

lunedì 31 agosto 2015

Ventitresima Domenica del Tempo Ordinario



XIII Domenica del Tempo Ordinario – Mc 7,31-37

Di nuovo, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidone, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

L’evangelista(1) introduce l’episodio con una indicazione di luogo: “Di nuovo, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidone, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli”. Anche questo episodio avviene nell’ambito delle peregrinazioni di Gesù al di fuori del territorio palestinese causate dal suo scontro con gli ispettori inviati da Gerusalemme. Gesù lascia la zona di Tiro, città della Fenicia, dove aveva guarito la figlia della donna siro-fenicia, passa per Sidone e si dirige verso il mare di Galilea, ma invece di fermarsi in questa regione, si reca nella zona orientale (Decapoli) abitata anch’essa da popolazioni non giudaiche.
“Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano.” La collocazione geografica del segno che sta per narrare, non importa dove esso effettivamente sia avvenuto, interessa a Marco per qualificare il destinatario: anche lui, come la siro-fenicia, è un gentile, un non ebreo. A parte questa indicazione implicita e la malattia da cui è afflitto, nulla si dice del personaggio e di coloro che lo conducono da Gesù. Questo è un artificio letterario frequentemente usato nei vangeli sinottici (e qualche volta anche da Giovanni) per generalizzare l’evento e far si che qualunque lettore o ascoltatore possa liberamente identificarsi nel protagonista del fatto.
Il personaggio è un sordomuto; noi potremmo accettare questa malattia come un problema fisico, ma più correttamente dovremmo coglierne la valenza simbolica: la capacità di ascoltare la parola di Dio rappresenta infatti una delle caratteristiche principali del popolo di Dio (cfr. Dt 6,4). Ognuno di noi è chiamato non solo ad ascoltare, ma anche a rispondere a ciò che Dio gli dice. La risposta prende forma nel culto, ma è soprattutto nella vita, mediante l’osservanza del comandamento dell’amore (cfr. Gv 13,34), che si manifesta la risposta a Dio. Il sordomuto è il simbolo di chi è impedito in tutto questo da precetti religiosi, convinzioni personali, remore ad esprimere il proprio pensiero, senso di indegnità. L’atto di Gesù lo guarisce da tutto questo.
L’imposizione delle mani era il gesto consueto con cui si invocava la benedizione divina su una persona, e già altre volte era stato richiesto a Gesù o usato da lui e dai suoi discepoli per compiere un’azione straordinaria (cfr. Mc 5,23; 8,23.25; 16,18).
Alla richiesta di imposizione della mano Gesù risponde più con i gesti che con le parole: “Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!»”.
La presenza della folla viene qui menzionata in modo inaspettato. Gesù non si sottrae alla richiesta di coloro che accompagnano l’uomo e neppure solleva obiezioni, come aveva fatto con la donna siro-fenicia: tuttavia il fatto di compiere il segno in disparte indica già di per sé una certa ritrosia, dovuta certamente al fatto che si trova in territorio non abitato da giudei; è questa forse anche la causa per cui egli, per la prima volta, fa ricorso a gesti inusuali come il toccare gli orecchi con le dita e mettere la saliva sulla lingua, che sono simili a quelli usati dai guaritori dell’epoca. Il guardare verso il cielo sta però ad attestare che egli attribuisce non a questi gesti, ma a Dio, l’opera di guarigione.
I gesti di Gesù hanno un effetto immediato: “E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. E comandò loro di non dirlo a nessuno”.
Gesù non vuole che si diffonda troppo la notizia della sua presenza, anche se non si trova in Israele: qualche fondamentalista ebreo può essere in zona per affari e le conseguenze sarebbero immaginabili. Gesù vorrebbe che il segno rimanesse un fatto privato.
L’evangelista però osserva “Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e…”. Il verbo «proclamare» traduce il greco ekerysson, che letteralmente significa «annunziare»: è questo un verbo tipico della missione cristiana, che indica il primo annunzio del vangelo. Usandolo in questo contesto l’evangelista mette in luce un paradosso: mentre Gesù, essendo fuori del territorio giudaico, vorrebbe tenere nascosto il fatto, i gentili diventano gli annunciatori del messaggio che egli ha portato loro.
Marco osserva infine che i presenti, “…pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!»”.
Questa frase si ispira da una parte al primo racconto della creazione (cfr. Gen 1,1-2,4a) dove si sottolinea più volte la bontà delle cose fatte da Dio («... e vide che era cosa buona»), e in modo speciale dell’uomo, fatto a sua immagine e somiglianza («vide che... era cosa molto buona»); d’altra parte le parole della folla alludono a un testo di Isaia in cui è già presente lo stile e il messaggio del Deuteroisaia: «...si schiuderanno gli orecchi dei sordi... griderà di gioia la lingua del muto») (cfr. Is 35,5-6). Per l’evangelista la guarigione del sordomuto, così come, secoli prima, il ritorno dall’esilio, rappresenta una nuova creazione.
L’insegnamento di Gesù procede attraverso forti provocazioni da parte sua e interpellanze da parte dei presenti, i quali sono spinti a dibattere tra di loro le idee del Maestro. La capacità di dialogo tra coloro che compongono la comunità dei discepoli diventa così lo strumento per eccellenza dell’ascolto della parola di Dio e il segno più efficace della salvezza. Solo coloro che sanno aprirsi all’altro, ascoltando e parlando, dimostrano di essere entrati nella logica della salvezza, che implica solidarietà e comunione reciproca. L’ascolto formale e silenzioso di uno che predica in nome di Dio non è mai causa e segno convincente di un cambiamento interiore, perché non implica il superamento delle proprie barriere e l’uscita dalla propria solitudine. Senza il dialogo l’annunzio della salvezza è vuoto e inefficace(2).

Note: 1. L’esegesi che segue è stata liberamente tratta da un articolo di P. Alessandro Sacchi pubblicato su www.NICODEMO.net. – 2. Questa è una delle cause del ridimensionamento in atto nella Chiesa Cattolica: le verità imposte dall’alto e non frutto della discussione e della scoperta personale, perdono ogni significato e divengono inefficaci perché prive dello Spirito.