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Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


venerdì 25 dicembre 2015

Natale del Signore - Messa della Notte



Natale del Signore
Messa della Notte – Lc 2,1-14

In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città.
Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta.
Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio.
C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia».
E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva:
«Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».

Per comprendere a pieno la narrazione della nascita di Gesù bisogna un po’ distaccarsi dalle tradizioni, dalle pie leggende, dalle devozioni che l’hanno accompagnata, avvolta ed addirittura offuscata per secoli. Infatti per la maggior parte dei cristiani, la nascita di Gesù è più quella che viene narrata nei presepi che quella descritta nei Vangeli, in particolare quello di Luca.
“In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra”. Cesare Ottaviano era nipote adottivo di Giulio Cesare ed è stato il primo imperatore che si fece insignire del titolo di Augusto, che significa sublime, per indicare che la sua condizione non era semplicemente umana, ma era una condizione divina(1).
Augusto si faceva chiamare anche figlio di dio e questo è importante per comprendere quello che l’evangelista sta scrivendo; un altro dei suoi titoli era salvatore del mondo. Questo grande rapinatore, questo assassino, questo uomo che distruggeva persone, case e popoli, si faceva chiamare il salvatore del mondo; Cesare Augusto celebra il suo potere indicendo il censimento di tutta la terra abitata. La finalità del censimento è chiara: tutti quanti dovevano essere schedati e censiti, affinché nessuno potesse sfuggire al pagamento delle imposte; quindi il salvatore del mondo, Cesare Augusto, celebra il suo trionfo mediante quella che si configura come una grande rapina perché in allora le tasse non servivano a realizzare servizi ai cittadini, ma ad arricchire l’imperatore e a finanziare le guerre di occupazione.
In questo momento in cui l’impero manifesta tutto il suo splendore, nasce il bambino che, con il suo insegnamento dell’amore opposto ad ogni potere e dominazione, ne minerà le basi e lo farà crollare, come dirà più avanti Zaccaria: “Sta per sorgere colui che sarà la luce di coloro che camminano nelle tenebre” (Lc 1,79). Zaccaria non sta parlando dell’oscurità del peccato, come erroneamente insegnavano i teologi del medioevo, ma sta parlando dell’oscurità dell’oppressione, quando la vita è difficile e non si vede ancora la luce in fondo al tunnel.
“Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria”. Questa precisazione di Luca ci permette una datazione: dopo il 6 d.C., data confermata da Giuseppe Flavio, storico ebreo del I sec. d.C.(2).
“Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide…”. Fermiamoci un attimo perché la denominazione che segue “…chiamata Betlemme…è per lo meno strana: nella Bibbia la città di Davide è sempre considerata Gerusalemme; evidentemente questa stranezza sottintende un significato che Luca vuole trasmettere. La città di Davide si chiama Betlemme perché se Gerusalemme è stata la città dove Davide fu re, Betlemme è stata la città dove Davide fu pastore (Cfr. 1Sam 16,1-13).
Luca vuol far capire che colui che nascerà non avrà i tratti del Davide monarca, ma sarà il pastore, il pastore atteso (Ez 34,23) che era il terrore dei sommi sacerdoti: infatti le profezie, da Ezechiele in poi, dicevano che il Signore, riferendosi ai pastori (i governanti allora venivano chiamati pastori!), diceva: ecco io mando un pastore che farà piazza pulita di tutti voi, falsi pastori (Ez 34,10).
“...egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta”. La traduzione purgata della CEI non inganni: Luca adopera lo stesso termine che usa all’annunzio dell’angelo, “promessa sposa” anche se la traduzione parla di “sposa”. Quindi Maria e Giuseppe si trovano ancora nella prima parte del matrimonio e non sono passati alla seconda. Questo crea sconcerto perché due che erano nella prima parte del matrimonio non potevano convivere ed era inammissibile, scandaloso, che potessero fare un viaggio insieme. Ebbene Luca ci presenta qui una coppia che è irregolare, una coppia che non ha compiuto tutti i termini del matrimonio(3).
“Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto.” È importante sottolineare tutte le piccole cose; forse sono troppo pedante, ma lo faccio per sbarazzarci di tutte le leggende che hanno offuscato la bellezza di questo brano: ricordo che alle elementari, in occasione del Natale, ci facevano imparare una filastrocca, mi pare di Gozzano, che metteva angoscia; presentava Maria e Giuseppe come una coppia di sprovveduti che arriva a Betlemme proprio il giorno che doveva partorire il figlio; è mezzanotte ed ancora non sanno dove andare, bussano di là, no, non c’è posto e così via. 
Ecco questo fa parte dell’immaginario popolare che nulla ha a che fare con la serietà dei Vangeli. Infatti Luca non scrive che mentre arrivavano là o mentre giungevano là arrivarono le doglie, ma “mentre si trovavano in quel luogo”.
Una donna in quello stato di gravidanza non poteva percorrere tutti quei chilometri che separavano Nazareth da Betlemme, circa 140, tanto più che l’immagine di Giuseppe a piedi e Maria sull’asinello non si sarebbe mai potuta verificare in oriente: in oriente, ancor oggi, vedrete l’uomo sull’asino e la donna incinta a piedi e con i bagagli sulla testa o sulle spalle(4). Non era ammissibile che una donna sedesse su un mezzo di trasporto perché la donna non era considerata allo stesso livello del maschio, ma a livello della bestia da soma.
Di conseguenza una donna in avanzato stato di gravidanza non poteva percorrere tutti quei chilometri a piedi e pertanto il viaggio da Nazareth a Betlemme è sicuramente avvenuto nei primi mesi di gravidanza, quando per una donna incinta era ancora possibile percorrere a piedi questo tragitto.
“Diede alla luce il suo figlio primogenito”: perché questa espressione primogenito, significa che poi ce ne furono altri? I Vangeli e gli altri scritti del NT lo affermano (Mc 3,31-34.5,3-4; Mt 12,46-50.13,55-56; Lc 8,19-21; Gv 2,12.7,3-10; Att 1,14; 1Cor 9,5; Gal 1,19), ma la tradizione della Chiesa lo esclude. Comunque sia, Luca adopera l’espressione primogenito perché, secondo la tradizione ebraica, ogni primogenito veniva consacrato al Signore (Es 13,2) e questo rito, unitamente alla purificazione di Maria, viene descritto da Luca più avanti (Lc 2,22-38).
“..lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio”. Con la traduzione CEI 2008 finalmente è stata eliminata la parola albergo e sostituita dalla parola alloggio! Sinceramente continuo ancora a chiedermi dove l’avevano trovata la parola albergo perché nel testo greco originale non esiste(5).
E’ importante una esatta traduzione dei testi biblici perché proprio da una errata interpretazione del testo nacque poi la leggenda che non c’era posto per loro nell’albergo di Betlemme; Luca adopera lo stesso termine che usa per l’ultima cena di Gesù: “ha detto il Maestro, dov’è la stanza dove posso mangiare la Pasqua con i miei discepoli?” (Lc 22,11), e non usa il termine greco che si può tradurre con locanda che è il termine che troviamo nella parabola del buon samaritano (Lc 10,29-37), dimostrazione, ammesso che ce ne fosse bisogno, che Luca conosceva perfettamente la differenza di significato tra i due vocaboli.
Altra traduzione imprecisa, che non è stata ancora corretta, è “mangiatoia” perché oggi tutti gli esegeti parlano di “scaffale” anche perchè una mangiatoia non è mai posizionata dentro una casa. Ma andiamo con ordine.
Vediamo qual è il significato della frase “perché per loro non c’era posto nell’alloggio”.
Leggendo il Vangelo, dovremo sempre fare lo sforzo di collocarlo nell’ambiente palestinese, nel quale è nato. Ancor oggi possiamo vedere i resti delle case palestinesi dell’epoca: c’era la parte posteriore della casa che era scavata nella roccia ed era la parte più sana, più sicura e più protetta, anche dal caldo nella stagione estiva. Lì c’era il magazzino, la dispensa, gli alimenti disposti sopra scaffali per non farli divenire preda di animali che potevano entrare. Sul davanti c’era, costruita in muratura, una stanza dove tutta la famiglia viveva. Lì si cucinava, si mangiava e la sera si gettavano delle stuoie per terra e tutta la famiglia, che normalmente comprendeva anche i genitori del marito e, alle volte, anche cugini e zii, vi dormiva(6).
In questa stanza dove tutti dormono, dove tutti alloggiano, non c’è posto “per loro” (ovvero per la madre e il neonato) perché la legge ebraica segnalava che la donna al momento del parto era impura(7). Impuro significa che le viene impedita la comunione con Dio. Perciò, sempre secondo la tradizione ebraica, una donna che partorisce non può stare in mezzo agli altri, perché essendo impura, rende impuro tutto ciò che tocca e tutti quelli che si avvicinano a lei o entrano in contatto con lei. Maria e il bambino vengono quindi confinati in questa parte della casa che oltretutto era anche la più pulita poiché ci stavano gli alimenti.
Immaginare che Giuseppe si accosti a Maria e al neonato come si vede nei presepi vuol dire non conoscere la leggi rituali ebraiche scritte nella Bibbia.
La descrizione che Luca ne fa è molto sobria, appena due versetti, ma tutta la descrizione serve a preparare la incredibile novità che adesso viene presentata.
C’erano in quella regione alcuni pastori…: i pastori(8) dell’epoca non erano come le nostre figurine del presepio, tanto bellini e carini con i loro agnellini sulle spalle: vivendo tra le bestie diventavano persone abbrutite, erano considerati come dei criminali, dei ladri; si rubavano il bestiame tra di loro, si uccidevano e, secondo il Talmud, erano considerati non-persone, non godevano di nessun diritto civile e, dice sempre il Talmud, se per strada trovi un pastore che è caduto in dirupo, non tirarlo fuori: tanto per lui non c’è speranza di resurrezione e allora lascialo lì. Naturalmente, abbrutiti da questo lavoro, essi non avevano né il tempo, né la possibilità di fare le purificazioni quotidiane o di andare al tempio, cosa che li emarginava sempre di più.
Gli ebrei attendevano la venuta del Messia e avevano redatto un elenco di dieci cose che il Messia avrebbe fatto alla sua venuta; tra queste cose c’era l’eliminazione fisica di tutti i peccatori: al primo posto, nella lista dei peccatori, c’erano i pastori.
I pastori erano perciò l’immagine dei peccatori per i quali non c’è nessuna speranza.  “..che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce”(9). Leggendo i salmi, (ad esempio nel salmo 37 si legge: tutti i peccatori saranno distrutti; oppure un altro che dice: il Signore si alza al mattino e distrugge tutti i peccatori della terra), è possibile prevedere solo terrore per i pastori: è arrivata la fine, perché queste erano sicuramente tra le persone che andavano eliminate. Invece ecco la novità clamorosa, sconvolgente, “...e la gloria del Signore li avvolse di luce. La gloria del Signore è la manifestazione visibile, concreta di ciò che Lui è, ed il Signore è amore(10).
I pastori, immagine dei peccatori per eccellenza, coloro che andavano castigati da Dio, quando Dio li incontra non solo non li castiga, ma li avvolge con il suo amore.
Qui c’è qualcosa che non va: non c’è più religione! Nell’AT ci viene presentato un Dio che castiga e che premia (e purtroppo ancora oggi molti cristiani hanno ancora questa idea in testa). Lo troviamo anche nelle conversazioni quotidiane, quando sentite una persona che è scampata o è sfuggita alla giustizia, sentirete sempre quelle persone che dicono: si, ma non sfuggirà alla giustizia divina: sei scampato agli uomini, ma prima o poi ti arriverà addosso la giustizia divina.
Ecco, Luca smentisce questa immagine: Dio è amore e l’unica maniera che ha Dio di relazionarsi, di comportarsi con gli uomini è quella di una comunicazione incessante di amore. L’uomo lo ama? L’uomo lo odia? Dio non cambia il comportamento: Lui è soltanto comunicazione incessante di amore. Ecco perché, quando si presenta a questi uomini, ai pastori, a questi peccatori, non li avvolge con la sua ira, il castigo di Dio, ma li avvolge con il suo amore.
L’AT insegna che l’uomo deve essere puro per avvicinarsi a Dio; Gesù al contrario insegna: accogli il Signore e diventerai puro(11).
Loro però furono presi da grande spavento, meglio non fidarsi, ci hanno sempre detto che questo qui ci farà fuori. Allora l’angelo deve prendere delle precauzioni.
“«Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia».
Quante persone, ancor oggi, vivono con l’angoscia di un giudizio da parte di Dio! Se queste persone leggessero il Vangelo, vedrebbero che da parte di Dio non c’è nessun giudizio. Dio non giudica, Dio ama e nell’amore non c’è nessun giudizio. Dio non ha mandato il Figlio per giudicare il mondo, dice Giovanni nel suo Vangelo, ma per salvare il mondo. Gesù non è venuto a distruggere ma a vivificare, a dar vita a quello che è morto.
Ma non è finita qui: “E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama»”.
Ricordate in passato, l’errata traduzione che era espressione di una certa mentalità religiosa, che deformava anche il contenuto del Vangelo pur di affermare il proprio pensiero: “agli uomini di buona volontà”. Solo a chi se lo merita, a quelli di buona volontà! E’ l’idea che l’amore di Dio va meritato. Vedete come una mentalità, una ideologia, può travisare persino il significato del testo evangelico, ma nelle vostre Bibbie trovate ormai la  traduzione esatta: “sulla terra pace agli uomini, che egli ama”
Attenzione: per una completa comprensione occorre conoscere che il termine pace deriva da una parola ebraica che molti conoscono, shalòm, che significa pienezza di vita. Pace perciò non significa soltanto assenza di conflitti, ma significa tutto quello che concorre alla pienezza di vita dell’uomo: felicità, salute, lavoro, sazietà, amore.
Smentendo una mentalità che vedeva un Dio aguzzino, che godeva nel far soffrire gli uomini, un Dio che puniva mandando disgrazie, Luca ci dice che la pace, cioè la felicità degli uomini, è lo scopo del progetto di Dio.

Note: 1. L’analisi del brano è liberamente tratta dalla conferenza “I vangeli del Natale: storia o teologia?” tenuta da P. Alberto Maggi il 18 dicembre 2009 a Padova. – 2. Come già spiegato domenica scorsa, i primi due capitoli di Matteo e i primi due capitoli di Luca non vanno d’accordo: non è possibile conciliare la nascita di Gesù come è scritta da Matteo e la nascita di Gesù come è descritta da Luca perché sono due realtà differenti. Quella di Matteo è drammatica: Gesù nasce ed Erode decide di ammazzare il bambino e la sua famiglia fugge in Egitto; questo fatto pone la nascita di Gesù prima del 4 a.C., anno della morte di Erode; Matteo inoltre pone la nascita di Gesù a Betlemme senza spiegarne il motivo. Invece secondo Luca Gesù nasce a Betlemme a causa del censimento il che pone il tempo della nascita dopo il 6 d.C., quindi almeno dieci anni dopo, cosa che lo mette al sicuro dalle reazioni di Erode. Inoltre Matteo fa di tutto per escludere ogni responsabilità di Giuseppe nel concepimento (cfr Mt 1,25) mentre Luca non sembra escluderla (anche se la Chiesa l’ha poi esclusa a partire dal VI secolo d.C. nel Concilio di Costantinopoli). In effetti gli Evangelisti non fanno una cronistoria esatta di quello che è successo, come oggi si usa nel giornalismo, ma vogliono trasmettere ai credenti di tutti i tempi la profonda verità di questo messaggio, cioè che in Gesù si realizza la nuova, vera, definitiva creazione. – 3. Questa sottolineatura di Luca lascia intravedere conoscenze di fatti che Luca non riporta e che saranno oggetto di innumerevoli scritti (molti chiaramente leggendari) riportati nei vangeli aposcifi come il Protovangelo di Giacomo. I vangeli apocrifi, anche se non sono considerati ispirati, ci forniscono interessanti notizie storiche che facilitano l’interpretazione dei vangeli canonici. – 4. Studi risalenti agli anni ‘70 (cfr. per esempio Yigal Shiloh, The Population of Iron Age Palestine in the Light of a Sample Analysis of Urban Plans, Areas, and Population Density, Bulletin of the American Schools of Oriental Research , No. 239,  1980) indicano in circa 25 anni la vita media della donna del I secolo in Israele, conseguenza delle gravidanze (almeno dieci), della fatica e della riduzione drastica delle ore di sonno (Pr 31, 15-18). La vita media dell’uomo nello stesso periodo è stimata in circa 40 anni. A titolo di confronto oggi la vita media in Italia è di 84,3 anni per la donna e 79,1 per l’uomo (fonte ISTAT anno 2010). – 5. Il termine greco katalyma può indicare una stanza, al limite un alloggio, mai una locanda (che in greco si dice pandocheion). Vedere anche la nota riportata nella Bibbia di Gerusalemme, ed. 2009, a pag. 2439 punto 2,7. – 6. Luca mette in evidenza questo fatto quando Gesù, parlando della preghiera, dice: immaginate uno che va a bussare a notte fonda ad una porta e dall’interno un uomo dice no, non posso venire alla porta perché sveglierei i miei bambini, perché sono tutti quanti sulle stuoie e andare alla porta significa disturbare qualcuno (Lc 11,5-8). – 7. Una donna, quando partoriva un bambino, era impura per 7 giorni (se era un maschietto, ma 14 se era femmina) e poi per 33 giorni doveva fare continue abluzioni per purificarsi, al solito 33 giorni se era un maschio, 66 se era una femmina (Lv 12,1-8). Prima del Concilio Vaticano II, queste cose c’erano anche nella nostra tradizione: le mamme, dopo il parto, prima di entrare in chiesa, avevano bisogno di una benedizione. Questo è il crimine orrendo che può compiere una tradizione male intesa: il miracolo della vita considerato impuro. – 8. In questo caso si sta parlando delle persone che gestiscono le greggi e non dei governanti di Israele: l’ebraico antico ha solo 900 vocaboli e, se non si sta attenti, si possono creare confusioni. Anche Luca, pur scrivendo in greco, per chiarezza, specifica quale era il loro lavoro, dato che i lettori erano prevalentemente greci di tradizione semitica. – 9. Ricordo che “l’angelo del Signore” è una espressione con la quale non si intende mai un messaggero inviato da Dio, ma Dio stesso quando entra in contatto con gli uomini. – 10. Cfr.  “Deus Caritas est” lettera enciclica di Benedetto XVI del 2006. – 11. Ricordate Gesù che lava i piedi ai discepoli (Gv 13, 1-20): questo è un gesto di enorme importanza perché i piedi degli individui erano la parte più impura del corpo umano, perché allora prevalentemente camminavano scalzi e le strade, i sentieri dell’epoca erano polvere, escrementi, sudore; ebbene Dio non attende che l’uomo si purifichi, ma scende lui in basso per purificarlo e per innalzarlo. Questa è la grande novità e non per niente il Vangelo è stato chiamato la buona notizia.

mercoledì 16 dicembre 2015

Quarta Domenica di Avvento



Quarta Domenica di Avvento – Lc 1,39-45

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell'adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

Il brano che ci accingiamo a leggere più che descrivere un fatto, produce delle affermazioni teologiche. Per comprenderne il significato dobbiamo ricordarci che Maria è una ragazza di circa 13 anni (forse meno)1, che è incinta di Gesù e che è solo fidanzata e non sposata con Giuseppe(2). Sono particolari che a quell’epoca contavano molto.
In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.” Quindi Maria, dal nord, dalla Galilea, si mette in viaggio, in fretta verso una città di Giuda, nel sud. Sono all’incirca 150 chilometri se si passa attraverso la Samaria; un po’ di più se si segue la valle del Giordano; ovviamente da fare a piedi(3).
In entrambi i casi il percorso è pericoloso; in Samaria i galilei ed i giudei non erano ben visti ed era molto facile rimediare una coltellata. La valle del Giordano è abitata da pastori, gente brutale, abituata a vivere più con le bestie che con gli uomini: uno stupro era il minimo da preventivare. A tutto questo occorre aggiungere che Maria non può contare su nessuno: non può essere accompagnata dal padre o da uno della famiglia perché è in attesa di un figlio senza essere sposata; non può essere accompagnata da Giuseppe perché non sono sposati. Fare un viaggio del genere da sola camminando per quattro giorni e dormendo dove capita è veramente inconcepibile. Forse nemmeno una prostituta si azzarderebbe a compiere un viaggio simile. 
E’ sconcertante quello che Luca sta narrando, è evidente che il racconto, più che descrivere un fatto storico, vuole affermare una verità teologica: il collegamento, nel piano di Dio, tra Giovanni (il Battista, il precursore, l’Elia atteso) e Gesù.
Inoltre Maria è spinta dalla fretta: l’evangelista non ci dice quale sia il motivo di questa fretta, probabilmente è una licenza letteraria per sottolineare l’importanza del fatto; comunque Maria, che è stata dichiarata piena di Spirito Santo, inizia una attività all’insegna della fretta e questa attività la mette di fronte a pericoli consistenti.
Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta”. Ci saremmo aspettati che all’ingresso nella casa del sacerdote Zaccaria, Maria salutasse il sacerdote. Nella cultura ebraica era l’atto principale, anzi, era l’unico atto che avrebbe consentito a Maria di entrare e rimanere nella casa. Invece anche qui c’è qualcosa che sconcerta: “…salutò Elisabetta”.
E il povero Zaccaria? Il povero Zaccaria è escluso: è stato sordo alla voce di Dio (cfr. Lc 1,18), refrattario allo Spirito; Maria, piena di Spirito Santo, con la vita che trabocca in lei, può dirigere il suo saluto solamente alla parente nella quale ugualmente palpita la vita. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo…. L’attività di Gesù sarà definita proprio da questo bambino, da questo personaggio, da Giovanni chiamato il Battista, colui che battezzerà in Spirito Santo, cioè immergerà le persone nello spirito.
Luca quasi anticipa questa attività nella figura di Maria: Maria, piena di Spirito Santo (noi non abbiamo più questa sensibilità, ma il saluto non è soltanto una espressione verbale, è una trasmissione di vita, una messa in comune di vita), con il saluto trasmette lo Spirito Santo ad Elisabetta, ed Elisabetta potremmo dire che è battezzata nello Spirito Santo, cioè è permeata da questo amore di Dio, tanto che il bambino le sussulta, le salta nel grembo.
Elisabetta inaugura, con Maria, la serie delle donne profetesse: essere piena di Spirito Santo significa essere in piena sintonia con Dio e ricordo, per far comprendere il clamore di questa affermazione, che Dio, che nell’AT non si rivolge mai alle donne, qui comunica invece anche alle donne la sua stessa forza e le donne profetizzano.
“…ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell'adempimento di ciò che il Signore le ha detto»”.
Quello che dice Elisabetta non è soltanto ammirazione per Maria, ma suona anche disapprovazione per il marito; qui Luca presenta due contrasti: Maria ha creduto a qualcosa che non era mai accaduto nella storia di Israele e si è fidata; Zaccaria, il sacerdote, invece non ha creduto a qualcosa che era già accaduto nella storia di Israele.
Questa beatitudine che si rivolge a Maria suona perciò come un rimprovero al marito. La prima beatitudine che compare nei Vangeli, nel Vangelo di Luca, è rivolta a Maria.
L’ultima beatitudine che compare nei Vangeli, non in Luca, ma nel Vangelo di Giovanni, è probabile possa essere attribuita anche a Maria, anche se non ci sono prove e quindi si è soltanto a livello di ipotesi.
La prima beatitudine è quella che abbiamo appena letto: beata colei che ha creduto nell'adempimento di ciò che il Signore le ha detto”, qualcosa di nuovo, qualcosa di incredibile.
L’ultima beatitudine che chiude i Vangeli è, in Giovanni, “beati quelli che crederanno senza aver bisogno di vedere. In Maria potrebbero essere racchiuse queste due beatitudini. E’ beata colei che ha creduto alle parole del Signore e questa fede non le ha creato la necessità di vedere.
Dico questo perché molti autori, credendo di esaltare il ruolo di Maria (specialmente qui in Italia, o nella zona mediterranea, dove tutti sono dei cocchi di mamma) pensano che Gesù, una volta resuscitato, la prima cosa che ha fatto è stata quella di andare dalla mamma(4).
Questo è tipicamente italiano, la mamma al di sopra di tutto!
Quindi Gesù resuscitato, secondo questi autori, la prima persona alla quale si faceva vedere era la mamma: dai Vangeli però, le apparizioni di Gesù sono sempre per le persone tarde e dure di testa, di comprendonio. Le apparizioni sono sempre accompagnate da un rimprovero: perché non avete creduto, gente di poca fede?
Credo quindi che far apparire Gesù resuscitato a Maria non significa esaltare il ruolo di Maria, ma diminuirlo o perlomeno escludere Maria dall’ultima beatitudine, beati quelli che credono senza aver bisogno di vedere; questa, ripeto, è una ipotesi, una proposta di studio.
La visita di Maria a Elisabetta è l’occasione della prima manifestazione dello Spirito su Giovanni e l’inizio della sua missione già nel grembo di sua madre; è anche il momento della manifestazione dello Spirito su Maria, la quale viene proclamata beata a motivo della sua fede ed esprimerà nel Magnificat il suo animo ricolmo di gioia.

Note: 1.  Maria, come tutte le donne ebree del suo tempo, è divenuta maggiorenne a undici anni e, a dodici anni al più tardi, ha l’obbligo di sposarsi (Talmud, Nidda M 6,11). Obbligo, non possibilità: nel mondo ebraico e orientale non è concepibile la figura della donna indipendente e la verginità è una maledizione; senza un marito od un figlio maggiorenne, la donna ebraica è considerata un essere senza testa (cfr. Ef 5, 23). – 2. Ricordo che il matrimonio giudaico non è un atto religioso e nemmeno sociale, ma un contratto tra privati. Lo sposalizio si tiene in casa della donna; raggiunto l’accordo sul prezzo, lo sposo copre con il proprio mantello la sposa e pronuncia la formula “Tu sei mia moglie” e la sposa risponde “Tu sei mio marito”. Con questa semplice cerimonia Maria è divenuta “promessa sposa di Giuseppe”. Dopo un anno, quando la maturità sessuale di Maria lo permetterà, avrà luogo la seconda fase del matrimonio, la convivenza. Ma in questo anno accade il concepimento di Gesù, qualcosa di imprevedibile. – 3. Secondo le usanze ebraiche, alla donna non era concesso l’uso di animali da soma, riservati ai lavori dei campi e quindi agli uomini. Se si pensa di fare riferimento a certe illustrazioni rappresentanti la fuga in Egitto con Maria sull’asino, Gesù in braccio e Giuseppe a piedi che guida l’asimo, si ha una visione edulcorata del mondo ebraico. La rappresentazione reale prevede Giuseppe sull’asino e Maria con Gesù in braccio e sulla testa i bagagli, racchiusi in un grande telo annodato, che segue a piedi. – 4. Ammesso e non concesso che fosse ancora viva: Maria al momento della crocifissione di Gesù avrebbe dovuto avere circa 42 o 43 anni e la vita media delle donne in Israele a quell’epoca raramente superava i 25 anni.

sabato 12 dicembre 2015

Avviso a coloro che seguono il post

Il commento all'enciclica Laudato Sì è finito. Sono stato pessimista sui tempi, ma meglio così. In giornata lo spedirò via e-mail a tutti coloro che, tramite e-mail, me l'avevano richiesto e a coloro che penso siano interessati.. Se altri che seguono il blog volessero il testo del commento, mi facciano conoscere il loro indirizzo che provvederò ad inviarlo.