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Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


lunedì 11 gennaio 2016

II Domenica del Tempo Ordinario



II Domenica del Tempo Ordinario - Gv 2,1-11
Il terzo giorno vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c'era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».
Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: «Riempite d'acqua le anfore»; e le riempirono fino all'orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono. Come ebbe assaggiato l'acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto - il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l'acqua - chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all'inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora».
Questo, a Cana di Galilea, fu l'inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

La lettura del Vangelo può avvenire in tre modi(1). Si può leggere in modo letterale: c’è un matrimonio, manca il vino, per l’intervento della madre Gesù trasforma seicento litri d’acqua in seicento litri di vino di prima qualità per della gente, lo dice il testo, già ubriaca. Ma c’è dell’altro; stranamente, quando finisce l’episodio, l’evangelista dice: Gesù manifestò la sua gloria. Gesù manifesta la sua gloria per un miracolo veramente di modesta importanza al confronto con la resurrezione di Lazzaro, o con la guarigione di un cieco, al termine dei quali i vangeli non fanno commenti. C’è da rimanere, come minimo, sorpresi. Poi c’è una lettura dei vangeli ad un livello già più profondo, cioè vedere, dal punto di vista biblico, il significato delle espressioni usate seguendo i riferimenti che, a lato del testo, si trovano il qualunque bibbia post-conciliare.
Infine c’è il livello di chi si pone la domanda: cos’è che l’evangelista ci vuol dire?
Quando si legge il vangelo, bisogna sempre distinguere quello che l’evangelista vuol dire, da come lo dice adoperando il linguaggio, le tecniche letterarie, le figure e i simboli della sua epoca. I vangeli sono un’opera complessa, che non era letta direttamente dalle persone perché allora la gente era analfabeta, ma veniva interpretata dal lettore, una figura ormai scomparsa che era il teologo della comunità(2). Inoltre, perché il lettore interpretasse bene, l’evangelista metteva nel testo quelle che sono chiamate le chiavi di lettura. Ad esempio, ogni qual volta si trova il termine “villaggio”, si è sicuri che l’episodio significa: incomprensione o ostilità all’accoglienza del messaggio di Gesù. Ogni volta che si trova “mare” significa andare verso i pagani per essere liberati, e così via.
Il brano delle nozze di Cana non è di facile lettura, è abbastanza complesso perché è ricchissimo di simboli, quindi bisogna seguire le frasi una ad una e cercare di comprenderle.
“Il terzo giorno vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c'era la madre di Gesù.”
”Il terzo giorno”: il terzo giorno, nella tradizione biblica, era il giorno in cui Dio, sul monte Sinai, aveva manifestato la sua gloria (cfr. Es 19,16). Ecco perché, unico episodio nel vangelo di Giovanni, al termine abbiamo la frase “egli manifestò la sua gloria”. Ma non solo. Questo terzo giorno, sommato agli altri tre giorni che nel vangelo lo precedono, diviene il sesto giorno; nella simbologia tutta ebraica dei numeri, il sesto giorno indica il giorno della creazione dell’uomo (cfr. Gen 1,26-31). Allora qui c’è qualcosa che ha a che fare con la creazione, forse con una nuova creazione.   
“…vi fu una festa di nozze…”. Altra chiave di lettura. Nell’AT il rapporto tra Dio e il suo popolo, dal profeta Osea in poi, viene raffigurato come un rapporto matrimoniale: Dio era lo sposo e Israele la sua sposa. Quindi queste nozze ci rimandano al patto di alleanza tra Dio e il suo popolo.
“…a Cana di Galilea…” Cana di Galilea è un paese o villaggio che non esiste e non è mai esistito dal punto di vista geografico(3). All’evangelista interessa solo il significato del termine “kenet”, che, in ebraico, significa “acquistare” e si rifà ad una espressione dell’AT dove si dice che Israele è il popolo acquistato da Dio (cfr. Es 15,16).
“…e c'era la madre di Gesù”. Tutti i personaggi presenti in questo episodio, sono tutti anonimi, l’unico personaggio che porta un nome è Gesù; anche la madre di Gesù non è nominata come Maria, che poteva essere un riferimento storico. Quando un personaggio è anonimo, per la struttura tradizionale dei racconti ebraici, significa che è un personaggio che rappresenta un concetto.
Ricapitoliamo: ci sono delle nozze, che rimandano all’alleanza tra Dio e il suo popolo, e li sta la madre, quindi l’origine di Gesù.
“Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli.” Gesù non appartiene alle nozze, ma partecipa come invitato. Si tratta del Gesù, il messia, l’inviato da Dio, che va dal suo popolo che è ancora sotto l’antica alleanza, un’alleanza che era fallita miseramente. Tra Dio e il suo popolo non c’era più comunicazione, non c’era più colloquio.
Ed ecco il colpo di scena in queste nozze: “Venuto a mancare il vino…”. Nel rito matrimoniale ebraico, il punto culminante è quando lo sposo e la sposa bevono entrambi da un unico calice il vino, perché il vino, nella simbolica ebraica,  rappresenta l’amore; poi il calice viene gettato per terra e rotto perchè nessuno possa più infrangere quest’amore. La mancanza del vino simboleggia il fatto che nell’alleanza tra Dio e il suo popolo è venuto a mancare l’amore. In seguito vedremo le cause e le responsabilità di questa mancanza d’amore.
“…la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino»”. Notare, non verrà mai citata per nome. L’evangelista sta attento: non è il raccontino della mamma che si preoccupa per qualcosa, è qualcosa di più serio. Le donne, nel banchetto nuziale, stavano in cucina(4), per cui ci si sarebbe aspettati che lei dicesse non abbiamo più vino cioè la madre si dissocia da questa mancanza di vino; dice: non hanno più vino, cioè non c’è più l’amore tra Dio e il suo popolo. E vedremo chi è responsabile di questa mancanza.
“E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me?...” E’ strano: mai nella letteratura si è trovato un figlio che si rivolgesse alla madre in questa maniera, che sembra dura, ostile. Secondo la tradizione ebraica il termine “donna” significa letteralmente, “moglie, donna sposata”(5). E’ comprensibile ora perché l’evangelista non la chiama con il suo nome, Maria: essa rappresenta l’Israele sempre fedele all’antica alleanza, quel Israele che ancora conserva il rapporto d’amore (cioè che ha il vino) con Dio.
“…che vuoi da me?...”; Gesù non è un riformatore dell’antica alleanza. Gesù non è venuto a purificare le istituzioni dell’antico Israele, è venuto a eliminarle. Lo dimostra l’episodio del tempio: Gesù non è venuto a purificare il tempio ma ha detto che non c’è più bisogno del tempio. Ecco perché dice: che vuoi da me, è inutile che io agisca; Gesù è venuto a fare qualcosa di nuovo, non a rabberciare il vecchio (cfr. Mc 2,21-22).
“…Non è ancora giunta la mia ora». L’ora di Gesù, nel vangelo di Giovanni, è quella della sua morte, della crocefissione, che anziché essere descritta come una scena di morte viene descritta come una esplosione di vita. Non sono ancora pronti a ricevere la vita.
“Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».” Quando Mosè promulgò, a nome di Dio, l’alleanza sul Sinai, scrive il libro dell’Esodo: “quanto il Signore ha ordinato noi lo faremo” (Es 24,7). Le stesse identiche parole che la madre rivolge ai servi: quanto vi dice, qualunque cosa vi dica, fatela. Anche senza conoscere i piani di Gesù, la madre afferma che bisogna accettare Gesù, quale nuovo Messia, e accettare senza condizioni il suo programma: quanto vi dirà, fatelo!
“Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri.”. Secondo la numerologia ebraica, scienza imperante in qualunque azione che l’ebreo compisse (ad esempio: le dodici tribù, i dieci comandamenti, i sette giorni della settimana, i quaranta anni nel deserto, i quaranta giorni della tentazione di Cristo, ecc.), il numero sei, quando è da solo, significa sempre ‘ciò che è imperfetto’, perchè la perfezione è rappresentata dal numero sette. Allora erano collocate lì sei giare di pietra (non sei anfore di coccio come talvolta riportano alcune rappresentazioni pittoriche), cioè qualcosa di inamovibile. Questo è il versetto principale di tutto il testo. Se noi prendessimo quanto scritto dal punto di vista letterale, si rivelerebbe una incongruenza: una famiglia normale non teneva in casa sei anfore di pietra, per più 600 litri d’acqua, anfore, tra l’altro, non maneggevoli quindi di difficile utilizzo; è una evidente esagerazione, un’iperbole destinata a sottolieare l’inutilità di queste anfore.
Qui l’evangelista spiega perché manca l’amore tra Dio e il suo popolo: queste sei giare di pietra sono destinate alla purificazione dei giudei. Gli ebrei avevano bisogno di purificarsi continuamente perché non erano mai sicuri di meritare l’amore di Dio: secondo la concezione dell’AT, l’amore di Dio andava meritato con i propri sforzi, con i propri impegni, e con tutte le purificazioni rituali. Quindi la mancanza dell’amore tra Dio e il suo popolo, è dovuta ad una religione che ha deformato il volto di Dio, lo ha reso inaccessibile, lo ha reso esigente e l’uomo non si sente mai a posto(6). Ecco allora gli ordini che adesso darà Gesù.
“E Gesù disse loro: «Riempite d'acqua le anfore»…”. Veniamo a sapere, adesso, che le anfore erano vuote, quindi perfettamente inutili. L’evangelista vuol dire che tutta questa purificazione era inutile, perché non rendeva possibile la comunicazione con Dio; “…e le riempirono fino all’orlo”. Gesù fa prendere coscienza al suo popolo che queste giare sono vuote. Facendole riempire fino all’orlo, Gesù indica che lui sta per offrire la vera purificazione che (e questa è la novità portata da Gesù ed è il significato di tutto questo brano) non consiste nei meriti dell’uomo, ma nel dono gratuito dell’amore da parte di Dio. Questo è il cambio, è la liberazione che Gesù fa dalla religione portandoci alla fede.
“Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono.“
Qui appare un altro personaggio. Abbiamo visto la madre, i servitori, ed ora c’è il maestro di tavola, tutti rigorosamente senza nomi. I matrimoni, nel mondo palestinese, erano aperti a tutto il paese, non c’erano le partecipazioni, tutto il paese era invitato. Per dirigere il matrimonio c’era un maestro di tavola, era la persona che doveva controllare se c’erano vivande a sufficienza, se c’era il vino a sufficienza (il termine greco che indica “maestro di tavola”, ha la stessa radice dalla quale viene anche in nome di sommo sacerdote). Quindi l’allusione dell’evangelista è molto, molto precisa: colui che doveva sovrintendere al corretto funzionamento del matrimonio non si è accorto per niente che mancava il vino. La denuncia che fa Gesù è grave: per i dirigenti, per le autorità religiose, non c’è nulla di anomalo che Dio si sia allontanato dal popolo a causa della legge che loro hanno deformato. Per loro, che il popolo non sperimenti l’amore di Dio, non interessa niente. Soltanto il popolo rappresentato dalla madre, quella parte del popolo ancora legato all’amore di Dio, avverte questa sofferenza.
Quindi l’evangelista ci sta facendo vedere uno spaccato della vita giudaica: da una parte c’è un popolo, rappresentato dalla madre, che sente che manca il vino. Le autorità non se ne accorgono, per loro va bene così, perché le autorità hanno il terrore che le persone possano entrare in comunicazione con Dio. Quando le persone, grazie alla parola di Cristo, aprono gli occhi e vedono che Dio non ha incaricato nessun mediatore tra lui e il popolo, che Dio non ha stabilito nessuna regola per amare le persone, per loro i giorni sono contati.
Per le autorità religiose che la gente stia nel dispiacere, nella sofferenza, nella paura, è bene, così rimangono sottomessi a loro, perché nella sofferenza si cerca Dio, e per farlo, secondo il Deuteronomio, bisogna passare per i sacerdoti e pagarli.
Ebbene questo maestro, il sommo sacerdote, non si è accorto che mancava il vino. Non solo, ma, assaggiata l’acqua tramutata in vino, protesta. Notare che le giare non conterranno mai il vino di Gesù: l’acqua si tramuta in vino quando viene tolta dalla giara. Quindi le giare, simbolo della legge e della purificazione, non conterranno mai l’amore di Dio.
“Come ebbe assaggiato l'acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto - il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l'acqua (notare attingono l’acqua, non attingono il vino) - chiamò lo sposo e gli disse:…”
Lo sposo, altro personaggio, anche questo senza nome. Il maestro di tavola, abituato a un sistema di dare-avere con Dio, non capisce e non accoglie un regalo gratuito.  E lo rimprovera: “«Tutti mettono in tavola il vino buono all'inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora»”.
Rivolgendosi allo sposo, il maestro di tavola manifesta tutta la sua sorpresa, ma anche il suo rimprovero, perché il vino che arriva adesso, il vino nuovo è migliore dell’antico.
Nell’istituzione religiosa si vede sempre con diffidenza il nuovo: il meglio appartiene al passato. Il nuovo, tutto quello che viene proposto come nuovo, viene sempre visto con sospetto e diffidenza e sempre ostacolato. Il maestro non è d’accordo nell’ordine con il quale i vini vengono offerti. Il suo ragionamento è logico: quando la gente arriva al matrimonio, offri il vino buono, poi quando ormai è ubriaca dagli quello peggiore tanto ormai il palato non distingue più il sapore. Quindi per lui è impossibile che il meglio possa venire dopo.
Questa è la caricatura che Giovanni fa ai rappresentanti dell’istituzione religiosa: sono uomini del passato che non si accorgono della sofferenza del popolo, e di fronte alla novità, anziché accoglierla rimproverano coloro che l’accolgono. I dirigenti religiosi non aspettano nè miglioramenti nè cambiamenti in una situazione che per loro è quella stabile, quella definitiva. Mentre la madre ha prontamente riconosciuto in Gesù il salvatore da questa situazione, il maestro di tavola non si accorge, per lui andava bene così.
E conclude l’evangelista: “Questo, a Cana di Galilea, fu l'inizio dei segni compiuti da Gesù; (attenzione, non miracoli, in nessun vangelo, né negli atti degli Apostoli, né tantomeno nelle lettere di Paolo o degli Apostoli, compare il termine “miracolo”; questo termine comparirà nelle traduzioni medioevali) egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.”
Arrivati alla conclusione di questo brano che avevo annunciato come difficile, qual’è il significato, che è valido anche per noi? Mentre la religione insegna che l’amore di Dio va meritato, Gesù insegna che l’amore di Dio viene regalato come offerta gratuita da parte del Suo amore. Questo è il cambio tra l’antica e la nuova alleanza. E questo cambio incide profondamente nella vita del credente. Se io penso che devo meritare l’amore di Dio, di conseguenza, penso che anche gli altri debbano meritare il mio amore.
Con Gesù, l’amore di Dio non va più meritato, ma va accolto come dono gratuito del suo grande amore. Di conseguenza non cambia solo il rapporto con Dio – io non ho più nulla da temere da Dio -, ma cambia anche il rapporto con gli altri. Anche verso l’altro, non potrò dire che non lo merita: non si ama perché uno lo meriti o meno, ma si ama perché si è amore.

Note: 1. La presente esegesi è liberamente tratta da una conferenza dal titolo “Vangeli: storia o Teologia” tenuta da P. Alberto Maggi OSM dal 22 al 24 febbraio 2002 presso il Centro Pastorale Stella Maris (Archidiocesi di Ancona Osimo). – 2. Il presbitero, che noi brevemente chiamiamo prete, raramente è un teologo o un’esegeta in grado di spiegare i vangeli perché la sua preparazione non è mai completa ed inoltre, con tutti i problemi pratici che vi sono nelle parrocchie, non ha il tempo di studiare ed aggiornarsi. Ecco perché le parrocchie non dovrebbero essere gestite dai presbiteri, ma da comitati di laici consentendo ai presbiteri di studiare a beneficio dei parrocchiani. – 3. Per permettere ai pellegrini di esercitare le loro devozioni, i francescani che dal 1217, con alterne vicende, custodiscono i luoghi santi, hanno “inventato” un posto e lo hanno chiamato Cana di Galilea (Kenet el-Jalīl); questo sito, prima del XIII secolo, non è mai esistito dal punto di vista geografico. Natanaele (o Bartolomeo) che nel vangelo di Giovanni, presentato da Filippo, si dice proveniente da Cana, deve intendersi persona che ha superato le tradizioni religiose ebraiche per accettare Gesù, cioè ha vissuto in se la trasformazione dell’acqua in vino. – 4. Nella cultura ebraica le donne non solo non erano presenti al banchetto (nemmeno la sposa), ma non servivano nemmeno i commensali; questo compito era riservato ai servitori maschi. Dato che le donne non erano ammesse al banchetto, la comunicazione diretta tra Gesù e Maria era impossibile, il che dimostra ulteriormente che tutto il brano è un’allegoria. – 5. Vi sono altre due donne alle quali Gesù si rivolgerà con il termine “donna”: la prima è la Samaritana. Anche l’episodio della Samaritana non è, come piace molto ai bacchettoni, Gesù che fa un rimprovero ad una donna un po’ vivace; essa rappresenta la tragedia della Samaria che è adultera: adora Yahvè ma anche altre cinque divinità. Infine, il  personaggio femminile al quale Gesù si rivolgerà chiamandola “donna”, sarà Maria di Magdala che rappresenta la sposa della nuova comunità. – 6. Secondo la concezione ebraica, espressa nel Deuteronomio e nel Levitico, Dio sta nella sfera della santità totale, cioè lui è la purezza assoluta. L’uomo può rivolgersi a Dio soltanto quando è nella condizione rituale di purezza. Ma basta un niente per diventare impuro: non occorre commettere qualcosa di male, ma le semplici funzioni fisiologiche rendono l’uomo impuro. Basti pensare alla condizione tragica della donna (era emarginata ed era considerata poco più di una bestia) che per il fatto fisiologico delle mestruazioni era impura. Poteva unirsi con il marito soltanto al termine delle mestruazioni, ma l’unione con il marito la rendeva impura, quindi la donna era in una condizione di perenne impurità. Non solo, un avvenimento nel quale si tocca con mano l’opera creatrice di Dio, la nascita di un bambino (bisognerebbe parlare di miracolo) rendeva impura la donna. È forse il crimine più grosso perpetrato dalla religione, è la dimostrazione che è la religione (da non confondersi con la fede) che impedisce la comunicazione di amore tra Dio e l’uomo. La stessa situazione, più o meno, era anche per noi cattolici, prima del Concilio Vaticano II, quando c’era il concetto di grazia: non si sapeva mai se si era in grazia di Dio oppure no, perché bastava un pensiero che ti passava per la testa, che non eri più sicuro se eri nella grazia o no.

giovedì 7 gennaio 2016

Battesimo del Signore



Battesimo del Signore – Lc 3,15-16.[17-20].21-22

Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. [Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».
Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo.
Ma il tetrarca Erode, rimproverato da lui a causa di Erodìade, moglie di suo fratello, e per tutte le malvagità che aveva commesso, aggiunse alle altre anche questa: fece rinchiudere Giovanni in prigione.]
Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento».

Giovanni era un nazireo (Lc 1,15), cioè un uomo che sceglieva di trascorrere una parte, in genere piccola, della sua vita consacrato a Dio secondo quanto previsto in Nm 6,1-21; aveva scelto un particolare modo di predicare attraverso il battesimo(1); del resto in quel periodo in Israele vi erano diversi movimenti battisti che invitavano a cambiare la propria vita in attesa del Messia(2).
Giovanni annunciava la venuta imminente del Messia e invitava il popolo a fare un gesto concreto di preparazione, minacciando punizioni terribili. Scendendo nell’acqua del fiume Giordano, questi esprimevano il loro bisogno di perdono e la loro disponibilità ad accogliere il Messia con un cambiamento nel modo di vivere; però Giovanni precisava che quel gesto non era che una preparazione: dopo di lui un altro, superiore a lui, sarebbe venuto per «battezzare in Spirito Santo e fuoco».
“Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo:…” Questa frase si apre presentando un “popolo in attesa”. Tale popolo è lo stesso Israele, che dal tempo della profezia di Natan al re Davide(3) (1010-970 a.C.) attendeva la venuta di un messia liberatore e restauratore del regno di Israele. La frase introduce il tema delle identità di Giovanni e di Gesù. Essa è costruita in tre parti: le prime due distinte da due verbi con diverso soggetto (a: “il popolo era in attesa”; b: “tutti si domandavano”); la terza parte deve definire se Giovanni è il preannunciato Messia atteso dalle genti.
Analizziamo un attimo la porzione di frase “tutti si domandavano”. Se da un lato il termine “popolo” definisce storicamente Israele, l’espressione “tutti” è onnicomprensiva e abbraccia oltre che il popolo anche tutti coloro che, pur ponendosi vicino ad Israele, tuttavia se ne stanno fuori. Luca è il teologo della storia della salvezza universale, la quale pur partendo da Israele si espande “fino ai confini della terra” (At 1,8). Pertanto, se da un lato l’attesa era propria di Israele, dall’altro l’interrogarsi sull’identità di Giovanni apparteneva all’intera umanità credente. Il verbo greco, che è stato tradotto con “si domandavano”, è “dialoghizoménon” che letteralmente significa: “pensare, giudicare, valutare, discutere, computare, calcolare”. Non si trattava quindi semplicemente di qualche interrogativo che ci si poneva intimamente, ma di un vero e proprio dibattito che coinvolgeva interamente ogni uomo ed era posto al centro della sua vita(4). L’attesa del Messia spingeva dunque il popolo e tutti i timorati di Dio(5) ad interrogarsi e ad interpretare i segni dei tempi in un ampio dibattito comunitario.
“«Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco….” La frase riguarda il confronto personale tra Giovanni e Gesù, due figure che fin da subito Luca contrappone l’una all’altra(6). Le grandezze dei due personaggi e delle epoche, che essi in qualche modo incarnano, sono definite dalle espressioni: " ...è più forte di me", "...non sono degno di slegare i lacci dei sandali".
Il termine “ischiroteros” (più forte), esprime una netta e inequivocabile superiorità vincente di Gesù sul Battista. La qualità di questa forza è definita dall’espressione “non sono degno di slegare i lacci dei sandali". Essa fa riferimento alla legge ebraica del Levirato che prevedeva, nel caso di morte di un marito, che il fratello del defunto ne sposasse la moglie per garantire continuità alla famiglia. In caso di rifiuto del fratello, toccava ad un altro parente che, per accettare la sposa, esprimeva il consenso con l’atto di sciogliere i sandali a chi si era rifiutato, sputarci dentro e rimettere i sandali ai piedi. Giovanni afferma così che non sarà lui a sposare(7) Israele, ormai da tempo vedovo, ma Gesù.
La diversità dei due personaggi, che Luca pone tra loro a confronto, e la distanza che li separa vengono rilevate anche dalla sostanziale diversità dei due battesimi: "Io vi battezzo nell'acqua ... costui vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco".
L’azione del battezzare di Giovanni è posta nel presente, che è il tempo proprio in cui egli opera, cioè quello dell’AT; un tempo che trova in lui il suo compimento e la sua conclusione.
La figura di Gesù è caratterizzata da due verbi uno posto al presente (“viene uno”), l’altro al futuro (“costui vi battezzerà”). I due movimenti sono tra loro strettamente correlati dallo stesso soggetto. Viene evidenziato il senso del battezzare di Giovanni, mettendone in rilievo la natura: l’acqua che lo diversifica, ma non lo contrappone allo Spirito Santo e fuoco del battesimo proprio di Gesù.
Acqua e Spirito non sono due realtà contrapposte, ma complementari, l’una richiama da vicino l’altra e ne è una sorta di prefigurazione. Già nella prima pagina della Bibbia acqua e Spirito sono poste in uno stretto connubio: “Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.” (Gen 1,2). Anche in Ezechiele l’acqua viene abbinata allo Spirito e prelude ad una nuova creazione, che rigenererà l’uomo a Dio(8).
L’acqua veterotestamentaria è figura pertanto dello Spirito che viene donato da Dio a tutti i credenti rigenerandoli al suo mondo e ricollocandoli nella stessa dimensione divina. Essa parla di una nuova creazione che troverà il suo compimento soltanto per mezzo dello Spirito, di cui essa è figura.
L’azione battezzante di Gesù oltre che dallo Spirito Santo è caratterizzata anche dal fuoco. Esso rappresenta Dio stesso, ne è simbolo e metafora (cfr. Dt 4,24; 5,25; 9,3; Is 33,14; Ger 20,9; 23,29; Ml 3,2 Eb 12,29) come la nube che di notte illuminava il cammino di Israele e lo difendeva dagli assalti degli egiziani (Es 13,21;14,24); esso accompagna la venuta di Dio (Is 4,5;66,15) e costituisce quasi il suo habitat naturale, esprimendone la presenza (cfr. Es 3,2; 19,18; Dt 4,33; 9,10; 10,4; Is 30,30; Dn 7,10; Gl 2,3).
Gesù, dunque, battezzerà in Spirito Santo e fuoco, cioè immergerà l'uomo in una nuova dimensione, quella divina, che Luca, come Matteo, associa qui al fuoco.
“Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile». Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo”. L’immagine che viene riportata è tratta dal mondo agricolo del tempo: il contadino dopo aver mietuto il grano lo raccoglie sull’aia. Il grano, avvolto dalla pula, deve esserne liberato. Pertanto il contadino prende il ventilabro, una pala in legno, e getta in aria il grano. Il vento porta via la pula, mentre il grano ripulito cade nuovamente sull’aia. La pulitura del grano quindi è l’ultimo atto prima che il grano venga riposto nei granai.
Ritorna qui la concezione del giudizio che la chiesa primitiva renderà evidente nell’Apocalisse.
Ciò che opera le pulitura dalle scorie del grano è il vento, che nel linguaggio biblico è figura stessa dello Spirito Santo (cfr Gv 3,8; At 2,2).
L’immagine di Gesù che Giovanni presenta nel vangelo di Luca è ancora caratterizzata da forti tinte giudiziali, come era proprio della tradizione Q, utilizzata anche da Matteo. È probabile che questa tradizione riproduca più da vicino una caratteristica tipica del personaggio storico del Battista, come risulta anche dal fatto che egli, ormai in carcere, manderà due discepoli da Gesù per chiedergli se sia veramente lui quello che deve venire o se devono aspettarne un altro (cfr. Lc 7,18-19; Mt 11,2-3) perché constatava una evidente diversità di comportamento di Gesù da quello che lui aveva predicato.
In effetti questo brano mette in evidenza un aspetto problematico della figura di Gesù: è stato anche lui un annunziatore del giudizio di Dio, come lo presentano alcuni testi evangelici (pochi, in verità), oppure ha concentrato tutto il suo insegnamento sulla paternità di Dio, lasciando cadere ogni riferimento alla minaccia e al castigo? Alla luce del messaggio evangelico preso nella sua globalità si può dire che egli ha messo l’accento in modo unilaterale sulla bontà infinita di Dio (lieto annunzio), non escludendo però il richiamo alla responsabilità che si assume chi la rifiuta e si chiude alle esigenze di una vita di amore e di servizio nei confronti degli altri.
“Ma il tetrarca Erode, rimproverato da lui a causa di Erodìade, moglie di suo fratello, e per tutte le malvagità che aveva commesso, aggiunse alle altre anche questa: fece rinchiudere Giovanni in prigione.”
Erode Antipa (4 a.C.- 39 d.C.), verso il 27 d.C., aveva conosciuto Erodiade a Roma, dove viveva, e l'aveva convinta a lasciare il marito Erode Filippo, violando le severe leggi d'Israele (Lv 18,16;20,21), poiché i due Erode erano figli dello stesso padre Erode il Grande. Non solo, ma l'Antipa (che aveva ripudiato la prima moglie) era anche zio e cognato di Erodiade, in quanto questa era figlia di Aristobulo, altro fratello dell'Antipa (Erode il Grande aveva avuto sette figli da diverse mogli. Nella sua famiglia tali unioni consanguinee erano frequenti e spesso caratterizzate da eventi delittuosi).
Giovanni non rimproverava a Erode il divorzio né, tanto meno, il suo modo di governare la nazione: semplicemente gli constatava una violazione della legge ebraica.
Ma perché Giovanni s'interessava così tanto alla situazione giuridica del tetrarca? Per quale motivo aveva indirizzato le sue accuse al sovrano, quando fino a quel momento aveva preso di mira solo gli scribi e i farisei? E perché aveva cominciato ad attaccare il potere politico filoromano quando si era sempre limitato ad attaccare quello dei capi religiosi? E perché proprio quello di Erode e non quello, molto più importante, di Pilato? Come poteva sperare che l'Antipa si sentisse indotto ad osservare, lui che era legato agli interessi di Roma, le prescrizioni dell’AT in materia di diritto matrimoniale?
Qui si può pensare che il Battista, probabilmente, si era ormai accorto di aver raggiunto una popolarità tale per cui non poteva più fare a meno d'interessarsi anche della situazione (in questo caso etico-giuridica) del vertice governativo della Perea (il territorio ove il Battista aveva prevalentemente agito). La ragione vera del comportamento rischioso del Battista forse non la sapremo mai.
“Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento»”.
Diversamente da Marco e da Matteo, Luca non menziona la sequela di Gesù nei confronti di Giovanni, ma si limita ad accennare, in una duplice frase subordinata, il battesimo di tutto il popolo e quello di Gesù. L’accenno al battesimo di “tutto il popolo” vuole dire che erano effettivamente stati battezzati non tutti gli israeliti, ma solo tutti quelli che avevano aderito al movimento di Giovanni. Il battesimo di Gesù viene indicato, nel testo greco, mediante un genitivo assoluto con il verbo all’aoristo (= ed essendo stato battezzato Gesù); si tratta quindi anche qui di un fatto ormai compiuto, che per Luca non riveste più un ruolo specifico, ma rappresenta semplicemente l’occasione della sua proclamazione messianica.
La frase che accenna al battesimo di Gesù come un fatto ormai compiuto, nel testo greco si prolunga con un verbo al genitivo, ma questa volta al presente, che riferisce un evento prolungato nel tempo: dopo il battesimo, cioè al momento della rivelazione divina, Gesù stava pregando. Secondo Luca la preghiera contraddistingue le tappe più importanti della vita di Gesù: l’evangelista vuole così sottolineare la perfetta consonanza di Gesù con il volere del Padre e al tempo stesso indicare al credente la necessità di rivolgersi personalmente a Dio in occasione dei momenti più significativi della sua vita di fede, quale è appunto il battesimo.
Dopo le due subordinate, viene la frase principale, che stilisticamente è anch’essa una subordinata rispetto all’iniziale egeneto (“avvenne che...”): “…il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba e venne una voce dal cielo…” L’evento centrale viene espresso con tre verbi all’infinito: si aprì il cielo, scese lo Spirito, vi fu una voce. Essi non indicano più, come per Marco, un’esperienza avuta esclusivamente da Gesù, ma un seguito di fatti oggettivi, che quindi, si suppone, potevano essere visti da tutti. Riguardo al cielo (al singolare, diversamente da Marco) Luca parla, come Matteo, di un semplice “aprirsi”, sostituendolo al verbo “squarciarsi”, molto più forte, usato da Marco. L’immagine del cielo aperto (cfr. Is 63,19; Gv 1,51; At7,56; Ap 4,1) non indica un particolare fenomeno atmosferico (d’altronde difficilmente immaginabile), ma un evento che riguarda il mondo superiore, cioè la ripresa dei rapporti diretti tra Dio e l’umanità, interrotti dal peccato, e quindi l’inizio degli ultimi tempi.
Lo Spirito discende su Gesù “come colomba”: è probabile che l’immagine della colomba sia qui usata non per descrivere il modo in cui lo Spirito discende, ma per caratterizzare simbolicamente lo Spirito stesso. Non è facile però spiegare come mai lo Spirito sia stato raffigurato come una colomba. Forse sullo sfondo vi è la concezione rabbinica, secondo la quale lo Spirito di Dio all’inizio della creazione aleggiava sulle acque (cfr. Gn 1,2) come fa una colomba con i suoi piccoli: in questo caso la discesa dello Spirito su Gesù sarebbe presentata come un segno della nuova creazione da lui inaugurata. Non è escluso che vi sia anche un’allusione alla colomba inviata da Noè fuori dell’arca, che attesta la fine del diluvio (Gn 8,8-21). Ma è più probabile che lo Spirito sia raffigurato come una colomba anzitutto perché questa era simbolo di Israele in quanto popolo eletto. Questo simbolismo appare già nel mondo culturale biblico (cfr. Sal 68,14; Os 11,11; Ct 1,15; 2,14; 4,1). Il termine ebraico jonah, “colomba”, che si trova nel titolo del Sal 56 (LXX 55), viene tradotto dai LXX con “popolo”; nel Targum lo stesso titolo viene così parafrasato: «Per la comunità di Israele, fatta come una colomba del silenzio, nel tempo in cui sono stati allontanati dalle loro città». Negli apocrifi giudaici si trova questa significativa affermazione: «Tra tutte le città tu hai santificato Sion e tra tutti gli uccelli hai scelto una colomba» (4Esd 5,25-27). Lo Spirito dunque assume la forma di colomba per indicare che viene conferita a Gesù la missione di portare a termine il raduno escatologico del popolo di Dio. Questa intuizione viene resa più esplicita da Luca mediante l’accenno al battesimo di tutto il popolo ormai compiuto da Giovanni. Nello stesso modo Luca racconterà che a Pentecoste lo Spirito assunse l’aspetto di lingue di fuoco (cfr. At 2,3), in quanto doveva guidare e sostenere gli apostoli nell’annunzio della salvezza. Luca aggiunge che lo Spirito scese su Gesù “in forma corporea” (dal greco somatikôs): anche questo avverbio ha lo scopo di accentuare il carattere oggettivo e verificabile della discesa dello Spirito.
Insieme alla visione dello Spirito si fa sentire (genesthai, avvenire) dal cielo una voce. Essa è senza dubbio la voce di Dio. Anche secondo i rabbini Dio si fa a volte sentire dai suoi fedeli mediante una voce (bath qôl, che letteralmente significa figlia della voce).
Alla comunicazione attraverso i segni si aggiunge quindi una spiegazione esplicita e verbale di ciò che sta accadendo. La voce dice: “«Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento»”.
Così come in Matteo e in Marco, anche nel vangelo secondo Luca, le parole dette dalla "voce dal cielo" sono le stesse, ma esistono forti probabilità che le parole siano state sostituite dal Magistero della Chiesa all’incirca nel V o VI secolo.
Il testo originale sembra essere stato «Tu sei mio Figlio, l’amato, oggi ti ho generato», come riporta la Bibbia di Gerusalemme nelle traduzioni non italiane. Tale testo è stato poi modificato rendendolo conforme agli altri vangeli. Questa modifica è dimostrata da diversi documenti: in un manoscritto greco (Codex Bezae Cantabrigensis9) e in alcuni manoscritti latini, le parole della voce celeste sono «Tu sei mio Figlio, oggi ti ho generato».
Il testo in questa forma era inoltre molto diffuso presso i Padri della Chiesa tra il II e il III secolo, cosa che costituisce una testimonianza importante in quanto la maggior parte dei manoscritti del Nuovo Testamento che sono giunti fino a noi è posteriore a queste testimonianze; ebbene, in quasi tutti i casi, in testimonianze che vengono dalla Spagna alla Palestina e dalla Gallia al Nordafrica, è la forma «Oggi ti ho generato» ad essere attestata. Depone inoltre a favore dell'autenticità di questa versione il fatto che l'altra parte della frase è identica a quella riportata in Marco e la convinzione che coloro che copiavano tendevano ad uniformare i testi, invece che a introdurvi discostamenti.
La ragione della modifica del testo da «Tu sei mio Figlio, oggi ti ho generato», la versione originale di Luca, a «Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto» sarebbero da ricondurre a un tentativo di rimuovere ogni possibile appiglio agli Adozionisti, una corrente delle origini del cristianesimo per la quale Gesù non era nato Figlio del Padre ma era stato da lui adottato all'atto del battesimo nel Giordano; rimuovendo il riferimento alla «generazione» dal vangelo secondo Luca, si toglieva forza alla posizione degli adozionisti(10).
È anche interessante notare un altro fatto. Epifanio di Salamina, un cristiano del IV secolo che compose un'opera contro le eresie, narra che nel Vangelo degli Ebioniti (un vangelo utilizzato dalla corrente cristiana degli Ebioniti(11) nel II secolo, e ora andato perduto) vi era scritto: “E mentre usciva dall'acqua, i cieli furono aperti, ed egli vide lo Spirito Santo discendere nella forma di una colomba ed entrare in lui. E una voce dal cielo disse «Tu sei il mio figlio prediletto; in te mi sono compiaciuto»; e, continuando, «Oggi ti ho generato»(12).
Come si vede, gli Ebioniti tentarono di risolvere le contraddizioni tra le varie versioni facendole confluire in un'unica versione che diceva tutte e due le cose. Non diversamente da molti esegeti moderni o presunti tali!
Al di là di ogni discussione, non è sbagliato vedere il nostro battesimo come il gesto attraverso cui il Cristo mette il suo braccio attorno alla nostra spalla: noi moriamo con lui ad un’esistenza segnata dalla falsa sufficienza e dall’isolamento per entrare in una vita nuova, una vita di comunione(13). Figli e figlie nel Figlio, noi possiamo ora continuare la missione stessa di Gesù in ogni ambito della nostra vita: testimoniare la venuta del Regno di Dio che irrompe nel nostro mondo e lo trasforma dall’interno. Il battesimo,  immergendo i nostri limiti e anche i nostri rifiuti nelle acque della misericordia divina, apre in noi una breccia in cui Dio può farsi presente, attraverso di noi, nel cuore della storia.

Note: 1. Il rito di immersione, simbolo di purificazione rituale e di rinnovamento era conosciuto dalle religioni antiche e dal giudaismo post-esilico e veniva applicato ai proseliti (non ebrei che volevano seguire la religione ebraica) e ai componenti del movimento monastico di Qumran. Con Giovanni il battesimo perde il suo significato rituale ed assume quello morale di purificazione dai peccati. – 2. A cavallo tra il I sec. a.C. ed il I sec. d.C., l’attesa del Messia da parte di Israele diviene spasmodica. Secondo gli scribi del I secolo il Messia tardava a venire e a manifestarsi a causa della presenza in terra di Israele di grandi peccatori quali i pubblicani (esattori delle imposte in favore dei romani) e le prostitute. I movimenti battisti miravano ed eliminare questo impedimento. Giovanni estenderà la categoria dei peccatori anche ai farisei e ai sadducei provocando scandalo. – 3. L’attesa di un messia che avrebbe reso stabile e forte il Regno d’Israele trova la sua origine nella promessa che il profeta Natan aveva rivolto a Davide: “Ora dunque riferirai al mio servo Davide: Così dice il Signore degli eserciti:  io ti presi dai pascoli, mentre seguivi il gregge, perché tu fossi il capo d'Israele mio popolo; sono stato con te  ovunque sei andato; anche per il futuro distruggerò davanti a te tutti i tuoi nemici e renderò il tuo nome grande come quello dei grandi che sono sulla terra. Fisserò un luogo a Israele mio popolo e ve lo pianterò perché abiti in casa sua e non sia più agitato e gli iniqui non lo opprimano come in passato, al tempo in cui avevo stabilito i Giudici sul mio popolo Israele e gli darò riposo liberandolo da tutti i suoi nemici. Te poi il Signore farà grande, poiché una casa farà a te il Signore. Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu giacerai con i tuoi padri, io assicurerò dopo di te la discendenza uscita dalle tue viscere, e renderò stabile il suo regno. Egli edificherà una casa al mio nome e io renderò stabile per sempre il trono del suo regno. Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio. Se farà il male, lo castigherò con verga d'uomo e con i colpi che danno i figli d'uomo, ma non ritirerò da lui il mio favore, come l'ho ritirato da Saul, che ho rimosso dal trono dinanzi a te. La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a me e il tuo trono sarà reso stabile per sempre». Natan parlò a Davide con tutte queste parole e secondo questa visione.” (2Sam 7,8-17). – 4. L’espressione “in cuor loro” non significa intimamente, ma interamente, pienamente. Il cuore non è per l’ebreo la sede dei sentimenti, ma esprime l’interezza della persona, la centralità della sua vita. – 5. Con l’espressione “timorati di Dio” venivano definiti tutti i pagani che pur non appartenendo al popolo ebraico, tuttavia ne erano simpatizzanti e si aggregavano al culto di Jhwh osservandone la Legge. – 6. La contrapposizione tra Giovanni e Gesù è significata in greco dalle due espressioni “egò mèn ùdati baptìzo màs [...] érchetai dè iscuròteros mu”. Le due particelle “mèn” e “dè” evidenziano la contrapposizione dei soggetti ai quali sono riferite: la prima riguarda Giovanni, la seconda Gesù. Nella traduzione italiana la contrapposizione è resa con il “ma”. – 7. In tutto l’AT il rapporto di Israele con Dio è descritto come il rapporto tra due sposi. – 8. “Vi prenderò dalle genti, vi radunerò da ogni terra e vi condurrò sul vostro suolo. Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli; vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi.” (Ez 36, 24-27). – 9. Il Codex Bezae Cantabrigensis è un importante codice del Nuovo Testamento datato 380 - 420 (secondo altri è più tardo, V-VI secolo). È scritto in latino e greco. Contiene in maniera frammentaria solo i Vangeli, gli Atti degli Apostoli, la Terza lettera di Giovanni. – 10. Vedi anche: Bart Ehrman, Gesù non l'ha mai detto: millecinquecento anni di errori e manipolazioni nella traduzione dei vangeli, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2007. pp. 183-185. – 11. Ebioniti è il nome con cui alcuni scrittori cristiani indicano un gruppo di fedeli, di orientamento giudaizzante, dapprima considerati scismatici e quindi eretici da diversi Padri della Chiesa; rifiutavano la predicazione e l'ispirazione divina di Paolo. – 12.  Vangelo degli Ebioniti, citato nel testo: Epifanio di Salamina, Contro gli eretici, 30/13,7-8. – 13. Vedi anche Rm 6,3-6.