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Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


lunedì 4 aprile 2016

Terza Domenica di Pasqua



Terza Domenica di Pasqua – Gv 21,1-19

Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla.
Quando già era l'alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri.
Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po' del pesce che avete preso ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti.
Quand'ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore». Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi».
[Pietro si voltò e vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, colui che nella cena si era chinato sul suo petto e gli aveva domandato: «Signore, chi è che ti tradisce?».
Pietro dunque, come lo vide, disse a Gesù: «Signore, che cosa sarà di lui?». Gesù gli rispose: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa? Tu seguimi». Si diffuse perciò tra i fratelli la voce che quel discepolo non sarebbe morto. Gesù però non gli aveva detto che non sarebbe morto, ma: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa?».]1

L’ultimo capitolo del vangelo di Giovanni(2) fa seguito al racconto delle apparizioni di Gesù ai discepoli nel Cenacolo (cfr. Gv 20), al termine del quale l’autore aveva posto una breve conclusione. Sembrava quindi che il vangelo fosse terminato. Invece viene riportato il racconto di un’ulteriore apparizione, questa volta non più a Gerusalemme ma in Galilea. Esso proviene da un antico frammento della tradizione giovannea, dotato di alcune caratteristiche proprie, che è stato collocato in questo punto dell’opera al momento della sua redazione finale, a cavallo tra il I ed il II secolo dopo Cristo.
Il testo ha un significato fortemente simbolico e riprende l’antica tradizione, attestata dai sinottici, secondo cui le apparizioni del Risorto hanno avuto luogo in Galilea (cfr. Mc 16,7; Mt 28,7.16). Si noti come la scena della pesca straordinaria trovi un parallelo in Luca (cfr. Lc 5,1-11), dove fa da sfondo alla vocazione dei primi discepoli.
Al termine il redattore finale ha posto una seconda conclusione del libro che ha un profondo significato e che quindi riporto e commento nonostante che il liturgista non la prenda in considerazione.

“Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade.” Con questa frase Giovanni intende raccordare questo episodio con le apparizioni narrate precedentemente, mostrando come esso ne rappresenti il normale sviluppo: nel v. 14 dirà che si tratta della terza apparizione. Da notare che il verbo greco phaneroô usato da Giovanni indica una manifestazione trascendente: in Gesù risorto è Dio stesso che si manifesta.
“E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla.” L’evento ha luogo sul “mare di Tiberiade”, altrove chiamato Genesaret ed è pervaso da un senso di vuoto. I discepoli si riuniscono ma non hanno più la guida, non sanno cosa fare. Per tentare di riempire questo vuoto sei dei discepoli si recano con Pietro a pescare. Essi pescano tutta la notte, ma senza risultato. La notte è simbolo dell’assenza di Gesù, luce del mondo: per questo il risultato della pesca è nullo.
“Quando già era l'alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No».”
Gesù si rivolge a loro con l’appellativo affettuoso di ragazzini (paidia) qui tradotto con figlioli che non rende del tutto il senso dell’affettuosità della parola di Gesù(3); chiede se hanno qualcosa da mangiare. Sembra un modo come un altro per attaccare discorso, ma nella cultura ebraica il mangiare insieme è il simbolo della comunità, un modo intimo di scambiarsi vita, esattamente quello di cui hanno bisogno i discepoli.
“Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci.”
Sentendo che non avevano preso nulla, dice loro di gettare la rete, indicando di farlo sul lato destro dell’imbarcazione: questa indicazione di luogo, assente nella versione lucana dell’episodio, serve per sottolineare come la pesca abbondante non è frutto di casualità, ma dell’intervento di Gesù, che ha indicato lui stesso dove gettare le reti. Essi obbediscono e la rete si riempie di pesci, senza per questo spezzarsi.
“Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri.”
Il discepolo che Gesù amava non è Giovanni, o meglio, non è solo Giovanni: come tutti i personaggi senza nome dei vangeli, esso rappresenta tutte le persone che vengono a trovarsi in situazioni simili, quindi rappresenta tutti i discepoli passati, presenti e futuri di Gesù. Simon Pietro, al riconoscimento, non attende che la barca accosti alla riva e si butta impetuosamente a nuoto, mentre i discepoli sulla barca cercano di portare a riva la rete strapiena.
“Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po' del pesce che avete preso ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò.”
I discepoli, una volta a terra, trovano la colazione in parte pronta, occorre solo arricchirla con altro pesce. Notate il protagonismo di Simon Pietro, prima si butta in acqua perché ha fretta, poi, nonostante sulla barca ci siano cinque discepoli, è lui che va a tirare su la rete. Vedremo più avanti come questo protagonismo viene valutato da Gesù. L’evangelista non lo giudica male (lo chiama sia col nome che con il soprannome), ma nemmeno lo prende come esempio.
Il numero di pesci catturati è segno dell’universalismo della missione, in quanto sembra che esso corrisponda a quello delle specie di pesci conosciute nell’antichità(4). Nella pesca straordinaria viene simboleggiata, come nel brano parallelo di Luca, la missione conferita da Gesù ai discepoli: essi sono inviati nel mondo perché invitino tutti gli uomini ad entrare nel regno, aggregandosi alla chiesa, che ne rappresenta l’anticipazione e il nucleo originario (cfr. la parabola della rete in Mt 13,47-50); il loro successo è assicurato, purché agiscano con Gesù e seguano la sua parola (cfr. Gv 15,5b: “Senza di me non potete far nulla”). In questo contesto la grande quantità di pesci raccolti rappresenta il successo della missione. Il fatto che la rete non si rompa simboleggia infine l’unità della chiesa (cfr. la veste senza cuciture in Gv 19,24).
“Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti.” La comunità è riunita intorno alla mensa che, anche se non è specificato dall’evangelista, dobbiamo considerare eucaristica; a questa comunità Gesù inizia un importante discorso e, per farlo, si rivolge a Pietro.
Questa era la terza volta che Gesù si manifestava ai suoi discepoli dopo essere resuscitato dai morti. Ricordo che il numero tre non va mai preso in maniera matematica, ma sempre in maniera figurata: vuol dire che Gesù si è manifestato completamente. “Quand'ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?».”
Inizia qui un racconto pieno di grande tensione, in crescendo; Gesù prende l’iniziativa perché, se Simone è testardo, Gesù è più testardo di lui. Abbiamo visto che questo discepolo è stato un disastro finché, spergiurando, lo ha tradito.
Lo chiama il figlio di Giovanni(5), è questo il motivo che lo ha portato al tradimento, perché è rimasto legato all’idea di un Messia trionfatore come l’aveva il Battista. E non era presente quando Giovanni ha capito che Gesù era l’agnello di Dio che veniva a togliere il peccato dal mondo! Pietro è rimasto discepolo di Giovanni.
“…mi ami tu più di costoro?»”. Il pallino fisso di Pietro è stato quello di essere il leader, il protagonista, il portavoce, il capogruppo. Gesù gli dice: va bene, vuoi essere il portavoce, il leader di questo gruppo? Allora ti chiedo se mi ami. E qui, nel testo greco, c’è tutto un gioco di parole tra il verbo amare e il verbo voler bene. Per il verbo amare l’evangelista adopera il verbo greco ‘agapaô’ da cui deriva una parola che conosciamo tutti: agape, che significa un amore che si fa dono generoso e gratuito nei confronti degli altri.
Ogni volta che Gesù fa una domanda al gruppo, risponde sempre lui, lui è il solista. “Mi ami più di tutti questi?”. E figuratevi se il povero Simone può rispondere: è l’unico in questo vangelo, a parte Giuda, che lo ha rinnegato. Gesù gli chiede: “che credenziali hai per essere il capogruppo, il leader: mi ami di un amore incondizionato più di tutti gli altri?”. In Simone l’evangelista fotografa tutti noi, sempre furbi, sempre abili a svicolare le richieste del Signore.
“Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli».”  
Attenti a quelli che rispondono “sì, Signore.” Nei vangeli sono sempre quelli che fregano, meglio quelli che dicono no, ma poi lo fanno. Pietro non può dire a Gesù che lo ama e usa il verbo volere bene che in greco è ‘phileô’, da cui  filantropia, filosofia, che significa un voler bene di amicizia, un affetto che però richiede un contraccambio, e cioè: “io voglio bene al mio amico perché anche lui ne vuole a me”.
Gesù sembra accettare la risposta e lo invita a “pascere” (letteralmente “alimentare”) i suoi agnelli. Tutte le volte che Gesù parlerà di agnelli e di pecore, dirà sempre: sono mie, non scordarti, tu non sei il padrone del gregge.
Ma Gesù non è soddisfatto e torna alla carica. “Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore».”
La domanda è identica alla prima, ma Gesù evita la comparazione con gli altri. Anche la risposta di Simone è identica alla precedente. Gesù accetta anche questa risposta e dice letteralmente (è un po’ difficile tradurre letteralmente): “Pastura le mie pecore”. Prima aveva parlato degli elementi deboli, gli agnelli, adesso degli altri elementi della comunità. Agnelli e pecore significano tutta quanta la comunità. Al posto di pascere c’è un verbo, che è difficile da usare in italiano: essere pastore, pasturare, verbo che si rifà all’attività del pastore con un particolare accento sulla cura e sulla protezione del gregge. Di conseguenza, il volere bene a Gesù si dimostra nel farsi alimento per gli altri e nel proteggere gli altri.
Ma Gesù non è ancora soddisfatto. Simone non ha risposto a quello che Gesù gli ha chiesto. “Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore.”
Per due volte Gesù gli ha chiesto: Mi ami? E lui per due volte ha risposto: “Si Signore, ti voglio bene”. Il povero Pietro sembra un pugile ormai suonato alle corde, è frastornato, Gesù lo ha veramente demolito con questo incontro. Per due volte gli ha chiesto se lo ama e per due volte Pietro ha risposto che gli vuole bene. Adesso, la terza volta, Gesù gli chiede: «Mi vuoi bene?» E finalmente assistiamo al crollo di Simone.
Finalmente compare il dolore(6) e crolla: era ora! Lui ha sempre ritenuto di conoscersi più di quello che il Signore sapesse di lui. Gesù aveva detto: voi tutti mi tradirete e lui: io, no! - “Signore tu sai tutto”. E non può dire che lo ama, non può dire che lo ama incondizionatamente, generosamente, e dice: “Tu sai che ti voglio bene”. Si ferma a questo livello, non è capace di dire che lo ama.
“Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore.” La risposta di Gesù racchiude il verbo adoperato nella prima risposta, nutri, pascola e il nome della seconda, non gli agnelli ma le pecore. Questa unione riassume il compito di Pietro: procurare vita e proteggere il gregge di Gesù. Gesù non lo chiama alla funzione di pastore! Nel vangelo di Giovanni l’unico pastore è il Cristo. Quando Gesù parla di sé con quella inesatta traduzione “io sono il buon pastore”, non intende una qualità morale del pastore: lui è buono e gli altri sono cattivi. Il termine che traduciamo con “buono”, significa l’eccellenza. Gesù dice: io sono il pastore per eccellenza, nessun altro può esercitare questo ruolo.
Il pastore è colui che guida il suo gregge e quindi l’unica guida della comunità è Gesù, nessun altro deve prendere il suo posto. Poi ci sono discepoli che possono collaborare con Gesù in questa attività. Ecco che Gesù dice allora: fai l’erba, dai da mangiare e proteggi questo gregge. Ma l’unico pastore della comunità è Gesù.
Gesù gli fa capire che si può procurare agli altri la vita soltanto quando si è capaci di donare la propria. Donare la propria vita agli altri significa orientarla al servizio degli altri, orientarla al bene degli altri. Solo così si trasmette vita. Quanti sono dominati, come Pietro, dall’ambizione, dalla carriera, dal successo, possono vestire paramenti religiosi o liturgici importanti ma non trasmettono vita e il contrario della vita è trasmettere morte. Soltanto quando una persona orienta la propria esistenza verso il bene degli altri trasmette vita.
Per questo Gesù aggiunge ora una predizione della morte del discepolo. “In verità, in verità ti dico:…”; quando incontriamo l’espressione “in verità, in verità” specie nel vangelo di Giovanni, significa una affermazione sicura da parte di Gesù, potremmo tradurre, in termini più comprensibili per noi, “vi assicuro”.
Ecco la predizione(7) della morte di Pietro: “…quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi».”.
Il condannato alla crocifissione doveva portare il patibolo e poi era condotto sul luogo della esecuzione. Proprio quella croce che Pietro aveva evitato per tutta la sua esistenza ed era stata la causa del suo rinnegare Gesù, Gesù gliela mette come obiettivo finale del suo seguire. Pietro tenderà le mani sul patibolo, verrà condotto sul luogo del supplizio, ed il destino di Pietro sarà la croce come Gesù e non il successo con il Messia.
Pietro non seguiva Gesù, lo accompagnava. Nei vangeli si sottolinea la differenza tra il seguire (che vuol dire accogliere l’individuo e il suo messaggio) e l’accompagnare. Lui accompagnava Gesù, animato dai sui desideri di gloria e di predominio.
“Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio.” Qui c’è una stranezza, ma è la linea dei vangeli. Sembra strano, un avvenimento come la morte (e qui si tratta di una esecuzione, di una crocifissione!) Gesù la associa alla glorificazione di Dio. Gesù qui usa l’identica espressione per indicare la sua morte in croce: “quando io sarò elevato da terra attirerò tutti a me. Questo diceva per indicare con quale morte stava per morire”. La stessa morte in croce sarà la fine del discepolo, morte che non sarà il fallimento di una esistenza, ma il momento culminante dell’esistenza dell’uomo nel quale si manifesta la gloria di Dio, che si rende visibile nel momento in cui c’è il dono della propria vita per gli altri.
È la linea teologica di Giovanni, un evangelista che ubriaca i credenti, portandoli a grandi altezze. Secondo l’evangelista, ogni persona che accetta Gesù e come lui orienta la propria esistenza verso il bene degli altri, diviene l’unico vero santuario nel quale si manifesta e si irradia la gloria di Dio. Gloria significa la manifestazione visibile di ciò che è Dio. Dio non è più da cercare nel tempio, ma dove ci sono persone che volontariamente, liberamente, per amore, mettono la propria esistenza a servizio degli altri, lì si manifesta Dio.
“E, detto questo, aggiunse: «Seguimi».”
Gesù, nel vangelo di Giovanni, non invita Pietro a seguirlo quando lo incontra, perché sa cosa c’è in questo uomo. Soltanto ora che gli ha messo in chiaro che anche lui passerà per la croce - e già Gesù è passato attraverso il supplizio dei maledetti da Dio - soltanto adesso gli dice: “segui me”. Adesso sai che seguire me non significa fare carriera, andare a regnare, ma significa passare attraverso l’ignominia della croce. Occorre però comprendere che, nel vangelo di Giovanni come negli altri evangelisti, Gesù non è una vittima sacrificale. L’immagine del Cristo che porta la croce nella via crucis e cade tre volte (teniamola, se proprio volete, come devozione!) non esiste: nei vangeli il Cristo crocifisso non è una vittima che viene portata al supplizio, ma è l’eroe che trionfa, che non vede l’ora, attraverso questo supplizio, di manifestare tutto l’amore di Dio per l’umanità. Non è una sconfitta, non è un patibolo, ma è un trionfo. Gesù, sulla croce, non solo non viene distrutto, ma manifesta tutto sé stesso.
“«Seguimi».” Credete che l’abbia seguito? Non per niente lo chiamavano Pietro, il Testardo. Per questo dicevo all’inizio che era opportuno riportare e commentare anche i versetti finali del capitolo.
L’evangelista qui è quasi comico: “Pietro si voltò e vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, colui che nella cena si era chinato sul suo petto e gli aveva domandato: «Signore, chi è che ti tradisce?».” Gesù gli dice: segui me e lui si volta da un’altra parte! Fino all’ultimo, ma lo vedremo poi negli Atti degli Apostoli, per decenni Pietro continuerà in questo atteggiamento. Per questo penso che è una figura consolatoria: se Gesù c’è riuscito con Pietro, ci riuscirà senz’altro anche con noi.
Pietro ha sbagliato tutto, ha fallito tutto, non ne ha imbroccata una giusta. Quando l’evangelista dice: “il discepolo che Gesù amava”, non è che Gesù aveva un discepolo prediletto, ma l’amore è la relazione normale di Gesù con qualunque suo discepolo. Gesù amava questo discepolo come amava Lazzaro, amava Marta, amava Maria. Non c’è il discepolo prediletto. L’unico prediletto nei vangeli è Gesù, che è il prediletto del Padre.
“Pietro dunque, come lo vide, disse a Gesù: «Signore, che cosa sarà di lui?».”.
Qui la traduzione è sinceramente un po’ arzigogolata; la traduzione più semplice è «Signore, è lui?». Pietro si trova ad un bivio, ha combinato un disastro, non ne ha imbroccata una e di fronte a Gesù che gli dice: «Segui me», guarda il discepolo che non ha mai sbagliato! Dice: è lui? Cioè: voglio seguire te, però voglio camminare dietro a lui.
In maniera un po’ umoristica, Pietro vuole un padre spirituale, vuole qualcuno che lo consigli esattamente su cosa, come e quando fare. Pietro, il discepolo che non è stato capace di seguire Gesù, che ha finito col rinnegarlo, vuole avere come guida spirituale il discepolo che invece gli è stato sempre fedele. Adesso che finalmente Gesù lo ha invitato a seguirlo e sa che questo itinerario finirà sulla croce, vuole seguire il discepolo, quello che – lui sì - era presso la croce. A Gesù che gli ha chiesto di seguirlo, Pietro dice: sì, ma preferisco camminare dietro l’altro.
“Gesù gli rispose: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa? Tu seguimi».” La frase è un po’ complessa, vediamo di spiegarla: Gesù dice a Pietro che non deve interessargli il fatto che un altro discepolo lo segue, l’importante è che Pietro segua Gesù. Quello che Gesù dice a Pietro, lo dice ad ogni credente. Gesù gli rinnova l’invito, che viene ripetuto con maggiore forza: prima gli aveva detto: “seguimi”, adesso dice: “tu segui me”.
Pietro non deve seguire l’altro discepolo; questa è una indicazione importante anche per la comunità cristiana: ognuno ha il suo cammino diverso da compiere, ma tutti devono seguire l’unico Gesù. Nessuno, in questo seguire Gesù, è chiamato a imitare un’altra persona per quanto santa possa essere, per quanto grande possa essere la sua fedeltà e la sua santità. Gesù sa che ognuno di noi è una realtà unica, irripetibile e nessuno deve scimmiottare un’altra persona. Ognuno deve realizzare pienamente sé stesso attraverso la sequela di Gesù. Gesù non ammette che lo si possa seguire attraverso un mediatore, un intermediario, fosse pure il discepolo modello, quello più vicino a lui. Ogni imitazione di discepoli (parliamo pure di imitazione di santi) sarebbe di ostacolo alla piena e intima comunicazione che Gesù vuole con i suoi.
Ognuno di noi deve realizzare sé stesso, non deve imitare un altro. Chi fa questo rovina la propria esistenza, perché pensa che così com’è non è gradito al Signore, l’altro invece ha dei pregi, lui solo difetti e si sforza, violenta sé stesso per essere simile all’altro. Gesù non accetta questo.
Seguire Gesù significa che ogni persona è chiamata a realizzare pienamente sé stesso, così com’è, con i propri limiti, come vediamo con Pietro, con i propri difetti. Qualunque imitazione è negativa, perché impedisce lo sviluppo della persona.

Note: 1.  Questa parte del brano non è compresa nella liturgia del giorno, ma è stata aggiunta per migliorare la comprensione degli avvenimenti descritti nel brano liturgico. – 2. L’esegesi di questo brano è stata, in parte, liberamente tratta da un articolo di P. Alessandro Sacchi pubblicato su Nicodemo.net. – 3. Da notare che la parola figlioli usata dal traduttore comporta una nota paternalistica del tutto assente nelle intenzioni di Gesù che, semmai, si pone più nella posizione di un fratello che di un padre.  – 4. Questo è il parere di Girolamo In Ezechielem (PL 25, 294-295): “… i quali pesci, al comando del Signore, Pietro tirò su dal lato destro: erano 153, tanto che per la loro quantità le reti minacciavano di rompersi. Coloro che hanno scritto circa la natura e le proprietà degli animali e che, sia di lingua greca sia di lingua latina, hanno studiato gli “alieutika” (fra i quali è Oppiano di Cilicia, poeta dottissimo), dicono che i generi di pesci sono 153 e che tutti furono catturati dagli apostoli, così che nulla rimase di non pescato, mentre nobili e ignobili, ricchi e poveri, e ogni genere di uomini vengono pescati dal mare di questo mondo”.  Anche Agostino ha provato a spiegarlo in “De Diversis Quaestionibus Oc Toginta Tribus” 57, 1-3, ma si è talmente impappinato nei calcoli che non si capisce dove è andato a parare. Cito invece una spiegazione di Enzo Bianchi che sembra più convincente: "Gesù chiede ai discepoli di portare anche il pesce che avevano preso, ed è Pietro che, riemerso dalle acque, esegue l’ordine e «trae a terra la rete piena di 153 grossi pesci» (Gv 21,11). Nella profezia sul tempio escatologico Ezechiele aveva contemplato sul lato destro del tempio acque pescose e sulle rive di En-Eglaim una distesa di reti (cf. Ez 47,1.8-10); forse nell’annotazione sui 153 pesci vi è un rimando a questo brano, perché il calcolo numerico delle lettere ebraiche che compongono il toponimo En-Eglaim, la cosiddetta ghematria, dà come risultato proprio 153. Saremmo così condotti alla visione della chiesa come tempio escatologico, della comunità cristiana come luogo della missione universale e della presenza di Dio manifestata dal Risorto. Secondo Girolamo, d’altra parte, i 153 pesci simboleggiano tutte le genti della terra, essendo questo il numero delle specie di pesci marini esistenti. In ogni caso, quella che qui viene evocata è l’universalità della missione della chiesa e l’universalità della raccolta degli uomini intorno al Risorto e alla sua comunità." – 5. Qui si intende Giovanni il Battista, del quale Pietro era discepolo. – 6. Il dolore che non era apparso al momento del triplice rinnegamento, compare qui per la prima volta. Quando Pietro ha tradito Gesù, non si parla di dolore per il tradimento, si parla di scomparsa dell’uomo. Gesù, pienamente libero, perché la libertà è interiore, di fronte ai suoi carcerieri che lo stanno per arrestare risponde: «Io sono». Io sono era il nome di Dio. Simon Pietro che è apparentemente libero, ma è legato dalle sue paure risponde: «Non sono». Gesù conferma la sua identità e dignità, Pietro perde identità e dignità. Chiamato da Gesù ad essere libero, è incapace di seguirlo e, anziché stare con Gesù, libero, sta con i servi. È chiamato ad essere libero, invece sta con i servi; chiamato a stare con Gesù, si è messo dalla parte dei suoi nemici. – 7. Questo vangelo è scritto almeno 40 anni dopo la morte di Pietro; più che una preddizione è una cronaca.

mercoledì 30 marzo 2016

Seconda Domenica di Pasqua



II Domenica di Pasqua – Gv 20,19-31

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Povero Tommaso! Con questo brano Giovanni lo ha additato per l’eternità come il capostipite di tutti coloro che non credono se non fanno un’esperienza diretta di un fatto. E dire che era chiamato Didimo, gemello, perchè la pensava sempre come Gesù al punto da essere disposto a pagare di persona questo fatto(1). O, forse, Giovanni lo ha scelto proprio per questo.
La presenza di Tommaso vi è solo nel testo giovanneo(2) per cui viene spontaneo chiederci prima di tutto quale scopo ha questo racconto: il racconto è stato scritto presumibilmente verso l’anno 100 d.C. dalla scuola giovannea probabilmente in Efeso; questo già ci fa capire quale era l’ambiente nel quale si era sviluppato e quali erano le problematiche che investivano la giovane chiesa cristiana in quegli anni. Prima fra tutte l’influenza della filosofia greca: è vero che la scuola giovannea aveva già assorbito al suo interno parti della filosofia gnostica come dimostrano le contrapposizioni luce/tenebre, bene/male oppure la descrizione “sui generis” della eucaristia (“…chi mangia la mia carne…” Gv 6,54-56) proprie del vangelo di Giovanni. Ma ora l’attacco veniva da un colosso della filosofia che minacciava alla base il cristianesimo: la dottrina di Platone(3) con la sua divisione della persona in corpo e anima che cozzava contro il concetto unitario di individuo proprio del messaggio di Gesù e di conseguenza contro il concetto stesso di risurrezione così come era stato enunciato da Paolo nella lettera agli abitanti di Corinto(4) cinquant’anni prima.
Bisognava quindi contrapporre all’immagine di un Cristo solo spirito proposta dal platonismo un’altra immagine che riproponesse con evidenza il concetto di ri-creazione, di nova creazione connesso all’evento risurrezione. L’idea di far svolgere tale funzione a Tommaso, visto il rilievo che tale figura ha avuto nei secoli, è stata sicuramente vincente.

L’apparizione di Gesù a Maria Maddalena(5) aveva avuto un carattere personale ed era finalizzata a preparare i discepoli all’incontro con lui. Prima di vederlo essi dovevano sapere che egli era ormai salito al Padre per prendere possesso in modo pieno e definitivo delle sue prerogative di mediatore finale della salvezza. In questa veste egli si presenta ora ai discepoli per conferire loro, insieme al mandato missionario, anche il dono dello Spirito che li guiderà nel loro cammino.
L’evento ha luogo nello stesso giorno della risurrezione, cioè il primo dopo il sabato: si tratta dunque del primo giorno della settimana, che, come l’inizio della creazione, segna la nascita di un mondo nuovo. È anche il giorno dell’assemblea cristiana.
I «discepoli» non sono semplicemente i Dodici (ora ridotti a undici), ma tutti i seguaci di Gesù, sia attuali che futuri: infatti Giovanni sa distinguere, quando lo ritiene opportuno, i Dodici da tutti gli altri (cfr. Gv 6,66-67).
Sebbene le porte del luogo in cui si trovano i discepoli siano chiuse per timore dei giudei, Gesù non ha difficoltà a entrare: egli “si ferma” (estê, stette in piedi) in mezzo a loro, inizio questo di un nuovo modo di stare con loro diverso da quello precedente la sua morte in croce. Presentandosi in mezzo ai discepoli, egli dice loro: “Pace a voi” (shalôm). Questo saluto è tipico del costume ebraico(6); ma fra poco apparirà che con esso egli intende esprimere qualcosa di più di un semplice saluto.
Dopo essersi presentato ai discepoli, Gesù mostra loro le mani e il costato. Con questo gesto egli intende non soltanto dimostrare la realtà della sua presenza, ma anche ricordare come sia proprio in forza della sua morte in croce che egli si presenta a loro nella sua nuova realtà. In questo momento, in cui Gesù sta per dare lo Spirito ai suoi discepoli, l’evangelista non può non ricordare che dal fianco squarciato del crocifisso erano usciti sangue ed acqua, simbolo dello Spirito (cfr. Gv 19,34-37).
L’apparizione di Gesù provoca nei discepoli una reazione di profonda gioia: non si tratta semplicemente della soddisfazione di rivedere in vita una persona cara, ma piuttosto della gioia escatologica, strettamente collegata con la pace, che la presenza di Gesù porta con sé, in quanto significa l’adempimento della salvezza.
L’evangelista non dà altri dettagli circa l’apparizione del Risorto, ma si limita a riferire il messaggio da lui rivolto ai discepoli. Anzitutto Gesù ripete il saluto: “Pace a voi”. L’usuale formula di saluto diventa qui espressione di un dono che ha per oggetto la pace, promessa da Gesù durante l’ultima cena (cfr. Gv 14,27) e attuata in forza della sua morte: si ricordi che la pace in senso biblico implica la piena riconciliazione degli uomini con Dio e tra di loro.
Egli poi prosegue: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. Il dono della pace non riguarda solo i discepoli, ma deve essere esteso a tutta l’umanità. Perciò si giustifica il loro invio, che è chiaramente universale: esso infatti non è solo modellato su quello che era stato l’invio di Gesù da parte del Padre, ma ne è anche e soprattutto la conseguenza e il prolungamento. Si attuano così le parole con cui Gesù, nell’ultima cena, ha affidato ai discepoli il compito di continuare nel mondo l’opera da lui attuata nella sua morte (cfr. Gv 13,20; 17,17-19).
Gesù poi, alitando sui discepoli, conferisce loro lo Spirito. Anch’esso era stato promesso nei discorsi della cena (cfr. Gv 14,16-17.26; 15,26; 16,13): il gesto di alitare (emphysaô), che è suggerito dal termine «Spirito» (pneuma, soffio), richiama il racconto della creazione del primo uomo, che è diventato un essere vivente solo in forza del soffio divino (Gen 2,7), suggerendo così nuovamente che la venuta dello Spirito rappresenta una nuova creazione. Lo Spirito viene direttamente da Gesù, rappresenta quindi la potenza di Dio che promana dalla sua persona, dalla sua opera e dalla sua morte in croce, dove egli «ha dato lo Spirito» (Gv 19,30). Solo lo Spirito è in grado di assimilare profondamente i discepoli al Maestro, mettendoli in piena sintonia con le sue aspirazioni e i suoi progetti.
Come conseguenza di questo dono egli dà ai discepoli il potere di rimettere i peccati: «A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi».
Giovanni fa uso a modo suo di questo antico detto per delineare il compito che i discepoli, guidati e animati dallo Spirito, dovranno portare a termine in questo mondo: in sintesi essi dovranno rendere presente la salvezza operata da Cristo, significata nel termine “pace”, che comporta l’eliminazione del peccato e la riconciliazione di tutti gli uomini con Dio e tra di loro.
Non si dice in che modo dovranno attuare il mandato di Gesù, ma si suppone che essi dovranno farlo secondo le modalità da lui adottate, cioè mediante l’annunzio, l’insegnamento, l’esempio, impegnandosi per la formazione di comunità vive in cui tutti fanno l’esperienza dei nuovi rapporti instaurati da Gesù(7). Solo in seguito, il brano sarà letto, come spesso hanno fatto i padri e i teologi nei secoli successivi, in riferimento ai sacramenti che significano e attuano il perdono (battesimo e confessione8).
L’ultimo degli eventi connessi con la risurrezione di Gesù consiste in una sua seconda apparizione ai discepoli. L’evangelista racconta che al momento della prima era assente uno dei dodici, Tommaso detto Didimo. Egli apparteneva al gruppo dei Dodici, anche se in questo momento essi sono rimasti solo in undici.
Sentendo che gli altri “avevano visto il Signore”, egli, invece di unirsi a loro nella fede, afferma: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò» Questa frase rispecchia stranamente le parole alquanto critiche dette da Gesù al funzionario regio: «Se non vedete segni e prodigi, non credete» (Gv 4,48).
Per Tommaso, però, il desiderio di fare un’esperienza personale e diretta del Risorto, come l’avevano fatta gli altri discepoli, è legittimo, in quanto anche lui, insieme con loro, dovrà testimoniare quello che ha visto. Esso è criticabile solo nella misura in cui diventa una pretesa, a cui per di più si unisce la richiesta non solo di vedere, ma anche di toccare le ferite dei chiodi e della lancia. Il suo comportamento si contrappone a quello dei primi due discepoli che, andati al sepolcro, avevano creduto, pur senza aver visto il Signore in carne ed ossa (cfr. Gv 20,8). 
Esattamente otto giorni dopo la Pasqua, quindi nuovamente in giorno di domenica, Gesù, come la prima volta, riappare ai discepoli e li saluta nello stesso modo: “Pace a voi”. Questa volta è presente tra loro anche Tommaso. È a lui che Gesù si rivolge direttamente con queste parole: «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo, ma credente!» Con queste parole Gesù dimostra di conoscere, come aveva fatto con Natanaele (cfr. Gv 1,47-51), che cosa il discepolo desiderava fare. Egli non critica Tommaso per la sua richiesta, anzi si dichiara disponibile a soddisfarla. Per l’evangelista il fatto che Tommaso, incredulo com’era, abbia potuto vedere e toccare il corpo di Gesù risorto è chiaramente una conferma della sua realtà.
Alle parole di Gesù Tommaso risponde: «Mio Signore e mio Dio». Quando Gesù gli appare, egli non sente più il bisogno di toccare le sue ferite, ma subito, come gli altri, passa dall’incredulità alla fede più piena. Anzi la confessione di fede, con cui attribuisce a Gesù i due nomi divini per eccellenza di Signore (dal greco kyrios, traduzione dell’ebraico adonai) e di Dio (greco: theos, ebraico: ’elohîi) (cfr. Sal 35,23), è in certo modo la sintesi di tutto ciò che l’evangelista ha voluto dire della persona di Gesù, a cominciare dalle prime parole del prologo (Gv 1,1: “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio”) fino all’affermazione secondo cui chi vede Gesù vede il Padre (Gv 14,9).
Gesù allora conclude: «Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!».
Tommaso è dunque entrato nel gruppo di coloro che, avendo visto, hanno creduto. Le parole di Gesù non rappresentano certo una critica nei confronti di coloro che appartengono a questa categoria, ma piuttosto esprimono un grande apprezzamento per tutti quelli che, pur non avendo avuto un’esperienza diretta di Gesù, hanno creduto sulla parola dei testimoni oculari (cfr. Gv 17,20).
L’evangelista pensa qui ai suoi lettori, i quali, essendo privi dell’esperienza diretta di Gesù, possono pensare di essere cristiani di seconda categoria: ad essi egli, con le parole del Risorto, dice di non temere, perché non sono inferiori a quelli che l’hanno visto e toccato, anzi li superano, in quanto dimostrano di avere una fede più grande della loro. 
Negli ultimi due versetti del capitolo l’evangelista dice in sintesi i motivi che l’hanno spinto a scrivere il suo vangelo: “Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi poi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome” (Gv 30-31). Questa frase si ricollega sia alla conclusione del “Libro dei segni” (cfr. Gv 12,37), sia alle ultime parole rivolte da Gesù a Tommaso: se è vero che si può giungere alla fede senza aver visto, è necessario però che, perché ciò avvenga, qualcuno riferisca i segni mediante i quali Gesù ha chiamato alla fede i primi discepoli.
La fede a cui l’evangelista vuole condurre i suoi lettori ha per oggetto Gesù, in quanto Cristo e Figlio di Dio. Attraverso i suoi segni, ognuno è chiamato dunque a riconoscere in lui, come avevano fatto i primi discepoli (cfr. Gv 1,41.49), il Messia inviato da Dio e a lui unito mediante un rapporto unico e filiale. Unendo così i due titoli l’evangelista collega la speranza messianica di Israele con la comprensione che i cristiani hanno avuto di Gesù in quanto Figlio unico e trascendente, nel quale il Padre si è manifestato pienamente. Questa fede ha lo scopo di conferire a chi ne è dotato il dono salvifico della vita eterna: essa non consiste dunque in una adesione puramente intellettuale, ma implica un coinvolgimento di tutta la persona nel rapporto strettissimo che unisce il Figlio con il Padre.
Nel racconto dell’apparizione di Gesù ai discepoli, Giovanni collega strettamente il mandato missionario con l’infusione dello Spirito, che Luca riserva al giorno di Pentecoste. È chiaro che non si tratta di due eventi diversi, ma di diverse formulazioni della stessa realtà. Quella giovannea mette più chiaramente in luce il significato cristologico dello Spirito, sottolineando come esso provenga da Dio per mezzo del Risorto e tenda a rendere vivo e operante nell’intimo dei discepoli il suo progetto di salvezza. Mediante la venuta dello Spirito si attua così quanto era stato preannunziato dalle grandi profezie dell’AT, prima tra tutte quella di Ez 36,27, collegata con Ez 37,1-14.
La missione che Gesù conferisce ai discepoli viene chiaramente delineata nel quarto vangelo come eliminazione del peccato e instaurazione della pace non solo in Israele ma in tutta l’umanità. Pace e perdono sono due temi strettamente collegati in tutto l’AT, dove rappresentano la rimozione delle barriere che separano gli uomini tra loro e nei confronti di Dio.
Il compito di attuare il perdono si concretizza nella comunità cristiana, formata da persone che, mediante i profondi legami interpersonali che si realizzano tra loro mediante la fede, fanno l’esperienza della riconciliazione e la attestano al mondo. In questa prospettiva è chiaro che il potere di perdonare viene affidato non solo agli undici discepoli rimasti fedeli a Gesù, ma anche a tutti coloro che aderiranno a lui mediante la fede. L’idea di una funzione riservata agli apostoli e da loro trasmessa ai loro successori è chiaramente legato a una concezione elaborata in un periodo posteriore(9), che non deve essere letta anacronisticamente nel testo giovanneo.
Il perdono dei peccati presuppone la fede in Gesù, accettato e proclamato come Cristo e come Figlio di Dio. Questa fede però non consiste nella semplice accettazione di due titoli cristologici, ma nel riconoscere ciò che essi significano, e cioè la centralità della proposta cristiana nel progetto di Dio. A questa fede conduce l’esperienza fatta dai primi testimoni a contatto diretto di Gesù e il racconto che ne hanno fatto mediante la loro predicazione e mediante il vangelo giovanneo. Tuttavia questo annunzio non nasce dal nulla, ma è già presente e radicato nel cuore umano, al punto tale che non sono necessarie delle prove per credere in lui. La sua parola, riferita dai discepoli, si attesta da sola, in quanto risveglia esigenze e attese presenti nel cuore di ogni persona. La centralità dell’opera di Gesù per i cristiani non esclude, anzi esige, la presenza universale del suo messaggio, attestata chiaramente nel prologo del vangelo.

Note: 1. Di lui Giovanni aveva già parlato quando, in seguito alla morte di Lazzaro, aveva commentato la decisione di Gesù di recarsi a Betania dicendo: «Andiamo anche noi a morire con lui» (Gv11,16). – 2. Il resoconto giovanneo si avvicina a quello della tradizione sinottica, specialmente come è riportata da Luca (24,36-49), con il quale ha in comune alcuni elementi specifici: l’aspetto corporeo di Gesù, la gioia, la missione, la remissione dei peccati, il dono dello Spirito. Il testo di Luca, di pochi anni più giovane, dimostra che l’influenza platonica stava facendo breccia da tempo. – 3. La Chiesa cristiana (e cattolica in particolare) ha sempre duettato con la filosofia platonica: si ricorda qui l’influenza di Plotino nel III secolo con l’introduzione del concetto che il corpo è la parte immonda dell’individuo (con buona pace dell’incarnazione di Gesù) generando così un movimento sessuofobo, mai presente nei vangeli, che ancora oggi crea profondi disagi ai fedeli. Ma si ricorda anche il movimento neo platonico del XIX secolo che ha portato non solo ad una diversa interpretazione dei comandamenti, ma addirittura alla modifica del testo di alcuni per adeguarli al pensiero del movimento. Ne è esempio il VI comandamento che da “Non commettere adulterio”, nel catechismo di Pio X divenne “Non commettere atti impuri” stravolgendone il significato originale. Infatti L’ebraico na’af ha un senso più ampio che non il tradimento della fedeltà cui gli sposi sono tenuti; na’af non è solo l’adulterio ma qualsiasi adulterazione del comportamento dell’uomo o della donna, nei loro rapporti con gli altri o con se stessi. Il nef è perciò un adultero, un corrotto, un corruttore, un truffatore, un traviato, un dissoluto portato a ogni comportamento indebito o sleale (A. Chouraqui, Il mio testamento.Il fuoco dell’alleanza, Queriniana, Brescia 2003, p. 126). – 4. 1Cor 15, 35.53: “Ecco io vi annunzio un mistero: non tutti, certo, moriremo, ma tutti saremo trasformati, in un istante, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba; suonerà infatti la tromba e i morti risorgeranno incorrotti e noi saremo trasformati. È necessario infatti che questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta di immortalità”. – 5. Quanto segue è liberamente tratto da una esegesi pubblicata su NICODEMO.NET. – 6. Il significato di questo saluto nella cultura ebraica va al di là di quello che è il significato etimologico della parola pace; con questa parola si augura all’oggetto del saluto la prosperità materiale, figli maschi numerosi, una moglie operosa e una morte “sazio di anni”, quindi una vita in accordo con Dio e con gli uomini. – 7. La Celebrazione Comunitaria del sacramento della Riconciliazione tramite la lettura ed il commento di un brano di vangelo, in sostituzione della formula tridentina (vedi Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1482), parte esattamente da questa constatazione teologicamente molto importante. Sottolineo il rammarico che questa modalità celebrativa sia quasi mai applicata nelle parrocchie italiane in contrapposizione a quanto fatto in quelle estere (ho avuto esperienze dirette in Francia, Svizzera, Olanda, Germania ed in USA) ove spesso è affiancata anche dalla assoluzione dall’altare, visto l’esiguo numero di sacerdoti esistente. E la partecipazione dei fedeli è imponente, specie se paragonata a quanto accade in Italia. – 8. Penso sia opportuno ricordare che la frase: “a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati” non va intesa come una facoltà dei discepoli (che, del resto, sarebbe in contrasto con altre parole di Cristo e con il Padre Nostro) ma un avvertimento che sottolinea una responsabilità che tutti noi abbiamo nei confronti degli altri in caso di un nostro rifiuto al perdono. – 9. Nei primi secoli, quando un fedele peccava in modo scandaloso o addirittura pubblico (generalmente si trattava di omicidio, adulterio e abiura), veniva messo "fuori comunione" dalla comunità cristiana. Qualora egli avesse voluto "tornare in comunione", doveva umiliarsi e confessare pubblicamente davanti a tutta la comunità la sua colpa e chiederne il perdono. Dopo le grandi persecuzioni molti fedeli che, per paura delle sofferenze, avevano "abiurato" (cioè avevano rinnegato la fede), domandarono di essere riammessi nella chiesa: fu a questo punto che si chiese loro di fare una confessione pubblica, che con l'andar del tempo, si modificò comprendendo non solo il peccato di abiura, ma anche altri peccati. Di questo è rimasta traccia nel “confiteor” presente nella liturgia della messa. Nel 450 d.C. papa Leone Magno proibì la confessione pubblica e la sostituì con quella privata al sacerdote; in merito S. Agostino (354-430 d.C.) aveva già espresso parere negativo: “perché esporre agli uomini le piaghe della mia anima? E' Lo Spirito Santo che rimette i peccati; l'uomo non lo può fare, perché ha bisogno del "medico" al pari di chi cerca in lui il "rimedio"…E se mi dici: "come si adempie la promessa di Cristo fatta agli Apostoli "tutto quello che scioglierete in terra sarà sciolto nel cielo", rispondo che il Signore prometteva di mandare il suo Spirito dal quale dovevano essere rimessi i peccati. Or e' o Spirito di Dio, dunque, che rimette i peccati e non voi uomini!” (Serm. 99 de Verb. Evang. Luca 7). C’è da aggiungere che sulla base degli studi sui modi di dire ebraici sviluppati nel XX secolo, si è scoperto che la frase "tutto quello che scioglierete in terra sarà sciolto nel cielo" era la formula con la quale il Sommo Sacerdote ebraico conferiva l’autorizzazione ad uno scriba di interpretare la Bibbia e quindi Gesù, pronunciandola, autorizzava i propri discepoli a spiegare la Parola di Dio ai fedeli e nulla aveva a che fare con il Sacramento della Riconciliazione. Nel 1215 il IV Concilio Lateranense, regnante papa Innocenzo III, decretò la confessione un sacramento obbligatorio per tutti, cosa che sollevò l'opposizione violenta della maggioranza dei cattolici del tempo, clero e laici (vedi H. C. Lea, Storia della confessione auricolare e delle indulgenze nella Chiesa latina, 1911, p. 211).