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Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


lunedì 30 maggio 2016

Decima Domenica del Tempo Ordinario



X Domenica del Tempo Ordinario – Lc 7,11-17

In seguito si recò in una città chiamata Nain e facevano la strada con lui i discepoli e grande folla. Quando fu vicino alla porta della città, ecco che veniva portato al sepolcro un morto, figlio unico di madre vedova; e molta gente della città era con lei. Vedendola, il Signore ne ebbe compassione e le disse: «Non piangere!». E accostatosi toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Giovinetto, dico a te, alzati!». Il morto si levò a sedere e incominciò a parlare. Ed egli lo diede alla madre. Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi e Dio ha visitato il suo popolo». La fama di questi fatti si diffuse in tutta la Giudea e per tutta la regione.

Questo è un brano tipicamente lucano, e non ha brani paralleli negli altri due vangeli sinottici.
Basandoci sull’analisi letteraria si possono distinguere tre parti: 2 versetti introduttivi (vv. 11-12), 3 versetti che raccontano l’agire di Gesù (vv. 13-15) ed infine altri 2 che rendono conto della lode a Dio e del diffondersi della fama dell’accaduto e della figura di Gesù (vv. 14-17).
“In seguito si recò in una città chiamata Nain e facevano la strada con lui i discepoli e grande folla”.
Gesù proviene da Cafarnao dove ha guarito il servo di un centurione(1) e ha dichiarato che questo il centurione, un pagano, ha dimostrato una fede superiore a chiunque in Israele. Giunge a Nain(2) in corteo, con i discepoli ed una grande folla.
“Quando fu vicino alla porta della città, ecco che veniva portato al sepolcro un morto, figlio unico di madre vedova; e molta gente della città era con lei”.
Sembra di essere sul set di un film: questi due cortei, uno, quello di Gesù, allegro e festoso per le cose viste poche ore prima a Cafarnao e l’altro mesto, con le prefiche che piangono, gridano e si stracciano le vesti, ma soprattutto con la madre disperata che accompagna il figlio al sepolcro. Luca sottolinea che il morto era figlio unico di madre vedova, quindi la disperazione della madre è doppia: prima di tutto ha perso il figlio, poi ha perso l’unico sostegno legale che aveva. Senza il figlio lei è un essere senza diritti, inferiore ad un animale da soma; non può lavorare per guadagnate tanto da mangiare, non può possedere alcunchè, nemmeno un letto, una grotta dove dormire. Paolo afferma che una donna senza marito e senza un figlio maggiorenne(3) è un animale senza testa (cfr. Ef 5,23). Verrà abbandonata fuori le mura del villaggio senza acqua alla mercè degli animali selvatici. Ecco perché: “Vedendola, il Signore ne ebbe compassione e le disse: «Non piangere!»”.
E’ singolare come Luca non ci dica nulla sui sentimenti delle varie persone. Non sappiamo, ad esempio, se la madre gema, soffra, anche se l’invito di Gesù (“non piangere”) presuppone molto; non sappiamo se i presenti si profondano in lamenti, in consolazioni, oppure quali pensieri agitino le loro menti... Ciò non certo perché se ne scordi, bensì per il fatto che, lasciando tale vuoto, ottiene l’effetto di dar maggior risalto a ciò che è più importante: i sentimenti di Gesù. Quindi tale silenzio nella narrazione è voluto per manifestare la compassione e l’agire del Cristo.
La trama comincia qui, con il fatto che Gesù vede la scena del corteo funebre e al suo sguardo segue la parola e l’azione. Il suo è un vedere diverso, uno sguardo che non resta indifferente di fronte alla miseria, ma si ricolma di compassione. Il verbo avere compassione, nella cultura ebraica, è un attributo esclusivo di Dio: solo lui può avere compassione, cioè ridare la vita dove la vita non c’è più.
Lo sguardo di Gesù non si rivolge al figlio defunto, ma alla donna: non è la morte che provoca la sua compassione, ma la madre cha piange. E da ciò capiamo che la sofferenza della madre è insopportabile.
“E accostatosi toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Giovinetto, dico a te, alzati!»”.
Gesù poi si accosta alla bara: e qui accade l’inaudito! In contrasto con la Legge egli tocca la bara. La Legge vieta di toccare qualunque cosa che sia in contatto con un cadavere perché ciò renderebbe la persona impura impedendole qualunque comunicazione con Dio, anche la preghiera (Num 19,11). A Gesù non serviva toccare la bara, avrebbe potuto agire con la sola parola, ma il gesto è molto importante: viene a dimostrare che contravvenendo alla Legge di Dio si ha il ritorno alla vita(4), la vittoria sulla morte! Dimostra così che è ben più importante promuovere la vita, dare attenzione alle persone e consolare una madre in lutto che osservare una legge esteriore. Egli manifesta così la priorità del benessere dell’uomo su ogni legge, su ogni convenzione sociale, su ogni regola di buona educazione, su ogni considerazione pubblica. E per prima cosa si rivolge alla madre: “non piangere”.
Il versetto 15b ci dice: “Ed egli lo diede alla madre”. Con questo gesto il Signore ridona identità e dignità alla madre e al figlio: infatti la morte aveva spezzato questo rapporto (il figlio non era più e la madre non poteva più esser tale senza il figlio unico), ma Gesù lo ristabilisce.
E’ notevole, anche sulla scorta di quest’ultima frase, il parallelismo con il racconto della guarigione da parte del profeta Elia del figlio della vedova di Zarepta di Sidone (1Re 17,17-24). Ci troviamo di fronte ad una chiara rilettura in chiave cristologica.
“Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi e Dio ha visitato il suo popolo»”.
E’ questo un effetto dell’azione di Gesù: prima vi erano due gruppi, numerosi, ben diversi e distinti, che andavano in direzioni opposte, con opposti sentimenti; due gruppi che non si conoscevano e che non avevano motivo di comunicare tra di loro. Ora invece si forma un’unica folla, riunita ed unificata dalla lode a Dio. Tale folla si riconosce e comunica con il linguaggio del rendimento di grazie. L’agire di Gesù pertanto riunifica gruppi diversi, estranei, forse anche distanti tra loro e permette di creare armonia, comunicazione, unità.
Degno di nota è anche il fatto che l’espressione della gente: "Dio ha visitato il suo popolo" riecheggia il Benedictus (Lc 1,68.78) e richiama il verbo ebraico che fa riferimento all’intervento potente di Dio. Tra l’altro in entrambi i casi citati del vangelo di Luca si fa riferimento al dono di un figlio (qui resuscitato, lì concepito ad Elisabetta e Zaccaria, una coppia sterile) come a ribadire che Dio è attento alle sofferenze di tutti. Inoltre tale frase sottolinea che è finito il tempo dell’assenza di un profeta, che Gesù porta una speranza inattesa e impossibile, che Dio viene in mezzo agli uomini, nella nostra storia, rivelando in particolare il suo amore misericordioso che diviene visibile nella compassione di Gesù (e poi di coloro che seguiranno le sue orme).
Infine Luca ci riferisce che “La fama di questi fatti si diffuse in tutta la Giudea e per tutta la regione”. “Tutta la Giudea”, nel linguaggio lucano significa la Palestina e comprende anche la Galilea (il villaggio di Nain si trova appunto in questa regione). Ma proprio per rimarcare il fatto che la fama di Gesù non si ferma ad un territorio, egli aggiunge “per tutta la regione”. La parola usata per “regione” nel testo greco, usata anche nella Bibbia dei LXX che Luca spesso imita (anche se in maniera velata secondo il buon uso letterario del tempo) ci rimanda agli inizi, al momento in cui Abramo e Lot si separano e Lot sceglie la valle pingue ed irrigata del Giordano (cfr. Gen 13,11), mentre ad Abramo rimane Canaan. Tale vocabolo quindi fa riferimento a zone diverse e a popoli diversi, quasi prefigurando, attraverso il rapporto rinnovato tra madre e figlio con la risurrezione di quest’ultimo, attraverso l’unificazione dei due gruppi diversi e distinti in un’unica folla che loda Dio e attraverso questa indicazione geografica che accumuna ebrei e pagani, il rapporto nuovo che unirà popoli diversi nell’unica fede in Cristo, dai più vicini ai più lontani, dai primi agli ultimi.

Note: 1. Quindi ha infranto la Legge che imponeva di non avere rapporti di alcun tipo con i pagani. Talmud (Zohar I,46b,47a): "Ed egli creò tutte le cose viventi cioè gli israeliti, in quanto sono figli dell'Altissimo, e la loro anima viene da Lui. Ma da dove viene l'anima dei Gentili idolatri? Il rabbino Eliezer dice: dal lato sinistro, che rende le loro anime immonde. Essi sono perciò immondi e contaminano tutti coloro che entrano in contatto con loro." – 2. La pittoresca città di Naim sorge a pochi chilometri a sud di Nazareth. – 3. In Israele il maschio diveniva maggiorenne all’atà di 12 anni. – 4. Per questo Paolo ha affermato: “Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della Legge” (Gal 3,13).

sabato 28 maggio 2016

Commento al Vangelo di domenica prossima.

Ho ricevuto ieri questo commento, brevissimo ma pesante, di P. Alessandro Sacchi che mi permetto di diffondere:

"Un uomo è stato trovato morto in casa sua da cinque anni: nessuno se n’era accorto. Una bimba di nove mesi è giunta in Italia su un barcone con la mamma morta durante la traversata. Due episodi di questi giorni che ci pongono un problema: in che società viviamo? Questa domanda ci aiuta a capire la festa di domenica prossima. Una festa nella quale si è messo in primo piano il culto del Corpo di Cristo: devozione, adorazione, intimismo. Quale garanzia della benevolenza di Dio più grande del fatto di avere fra noi il suo Figlio in corpo e sangue? È spontaneo guardare al cielo. Il vangelo invece ci richiama sulla terra. Gesù ha dato il pane alle folle come segno di una solidarietà che coinvolge l’anima e il corpo: «Date voi a loro da mangiare». Nella seconda lettura Paolo sottolinea che mangiare lo stesso pane e bere dallo stesso calice è un modo per ricordare il Signore, la sua passione e la sua morte per noi. Come? Mediante quella solidarietà che i corinzi negavano, in quanto nei pasti comunitari i ricchi mangiavano e i poveri facevano digiuno. E la prima lettura lascia intendere che il sacerdote Melchisedek offre il suo sacrificio a Dio dando da mangiare ai compagni di Abramo. È possibile fare la memoria di Gesù e non accorgersi di un fratello che manca all’appello da cinque anni? È possibile andare a messa alla domenica senza pensare a quelli che arrivano con i barconi o muoiono in mare, anzi pensando a come difendersi nei loro confronti? Gesù è presente nelle nostre messe non per essere adorato ma per diventare il punto di riferimento di una fraternità senza confini. Ma come, se neppure ci si conosce e non si ha nulla in comune?"

lunedì 23 maggio 2016

SS Corpo e Sangue di Cristo



Santissimo Corpo e Sangue di Cristo – Lc 9,11-17

Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure.
Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta».
Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C’erano infatti circa cinquemila uomini.
Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti.
Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.

Il brano in questione, unitamente a quello, molto più ampio e particolareggiato, di Marco (Mc 6,30-40), e quello di Matteo (Mt 4,13-21) è un pezzo di alta economia politica, l’insegnamento che la condivisione annulla la povertà e la sofferenza. E’ l’ossatura di tutto il messaggio di Gesù.
“Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure”. Ecco la chiave di lettura che ci offre Luca: il brano è realtivo al Regno, alla comunità di Gesù dove l’amore disinteressato è l’unica legge che governa i rapporti tra le persone.
“Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta».” Luca sintetizza con un piccolo tocco la situazione: il giorno simboleggia lo scorrere della vita ed il sorgere dei bisogni: “…cominciava a declinare…”; i Discepoli si rivolgono all’autorità, rappresentata da Gesù, come erano abituati da secoli perché la soddisfazione dei bisogni dipendeva dalla magnanimità del principe. E qui esplode la sorpresa: “Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare».”. L’autorità non accoglie la richiesta e rimbalza: pensateci voi.
Non è chiaramente una fuga di Gesù dalle proprie responsabilità, è un’evidente azione pedagogica, un invito a diventare adulti e ad agire con i mezzi che si hanno a disposizione.
“Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C’erano infatti circa cinquemila uomini.”. La risposta è fortemente indicativa del pensiero prevalente in quella cultura: i discepoli parlano di "comprare" mentre Gesù parla di "dare”. In questo dialogo abbiamo la chiave per intendere il significato del brano e, in generale, dell'aspetto economico del progetto del Regno. Per comprare è necessario avere denaro. Ma la maggior parte del popolo che va con Gesù è povera, cosicché non sarà possibile comprare il necessario per mangiare.
Comprare è un'azione individuale: chi ha denaro mangerà e chi non lo ha si terrà la fame: le condizioni del popolo di Israele sono quelle tipiche di un'economia di accumulazione individuale. Inoltre la presenza dell’occupante romano stava realizzando l'incorporazione di Israele nell’impero distruggendo le piccole comunità contadine: infatti Erode Antipa aveva realizzato un programma di urbanizzazione, con la fondazione di Tiberiade e la ricostruzione di Seforis, che aveva provocato una vera crisi tra i contadini; le élite cittadine nuove o rinnovate a Seforis o a Tiberiade avevano bisogno di terre nei campi adiacenti alle città. Per fare questo si poteva usare la forza o la violenza per l’appropriazione delle terre, oppure realizzare una politica di prestiti, di debiti e di ipoteche con conseguenti appropriazioni forzate. La terra, che era un "dono divino", si era trasformata in un "bene commerciale".
Gesù, invece, propone un progetto radicalmente diverso, contrapposto, non molto diverso da quello della prima Confederazione di tribù dell’epoca dei Giudici (XI – X secolo a.C.), portato ad esempio dai profeti più radicali come Amos, Osea e Michea: la società si deve strutturare attorno al valore centrale del "dono", del dare, della generosità, della solidarietà.
Ma non si tratta semplicemente di dare come chi dà un'elemosina o chi fa un atto di carità. Non si tratta di "populismo", di risolvere il problema sociale mediante un programma di distribuzione tra i bisognosi, perché in questo progetto di società non possono esserci bisognosi. Nessuno deve avere fame, come avviene, invece, quando per mangiare è necessario andare a comprare.
Nella narrazione, con la semplice proposta del "dare" che fa Gesù, il progetto è già sufficientemente chiaro per chi ha memoria storica e ricorda i profeti. Ma poiché questo non sempre avviene, perché la memoria molte volte si perde, e i settori dominanti fanno tutto il possibile perché ciò avvenga, il "dare" si completa con il "dividere": "…spezzò [i pani] e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla.".
Se i pani erano solo cinque e quelli che avevano fame cinquemila, per quanto li si potesse dividere non sarebbe rimasta a ciascuno neanche una briciola. L'atto di dividere è, come tutto in questa narrazione, simbolico. Se si uniscono "dare" e "dividere", si ha "condividere". Dividere per dare, una parte a te e l'altra a me, "condividere". Il "dare" significa la generosità che deve animare questo "condividere".
Il suo significato è rivoluzionario, profondamente rivoluzionario. Si tratta di sostituire un'economia di accumulazione individuale o di gruppo (oggi la chiameremmo neo-liberismo), con un'altra del condividere. Si tratta di sostituire le relazioni verticali, di dominatori e dominati, con altre orizzontali, fraterne, intersoggettive, di mutuo riconoscimento. Implica cambiare le relazioni sociali, cosa che comporta, a sua volta, un cambiamento profondo dell'individuo.
È logico che questa proposta stupisca i discepoli e li sprofondi nello scetticismo: i discepoli continuano a pensare con la mentalità del "comprare", cioè dell'economia di accumulazione o mercantile. Per chi pensa così, la situazione si presenta come quella di chi deve risolvere il problema della fame di "cinquemila persone" mediante "cinque pani". Vede l’azione come assolutamente impossibile.
Tutta la descrizione è simbolica. I cinque pani sono in diretta contrapposizione con i cinquemila del racconto che alla fine saranno alimentati. Nella logica dell'accumulazione questo è impossibile.
Per la logica di Gesù o del condividere, il fatto che vi siano solo "cinque pani" è apparente. È lo sguardo individualista, di accumulazione. Sotto questo sguardo i beni sono sempre scarsi, non basteranno mai ad alimentare tutti.
Ma la realtà è diversa, poiché alcuni hanno un pane, altri cinque, altri dieci, altri nessuno. Se si condivide, ce n'è per tutti, si crea abbondanza. È questo che Gesù vuole comunicare, ma non lo farà mediante un discorso, bensì nella pratica.
“Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti.
Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla.”
Perchè li divide in gruppi di cinquanta? Perchè la suddivisione non deve farsi in maniera anarchica, disordinata, altrimenti alcuni ricevano più del dovuto e altri meno o niente.
La moltitudine riunita non è una semplice moltitudine, è un popolo, o deve arrivare ad essere popolo o, ancora di più, "movimento", forza agglutinante del popolo. Il movimento di Gesù non è un conglomerato confuso di individui. Porta ad un'organizzazione.
L'ordine di cui si tratta è la riunione dell'insieme in gruppi "di cento e di cinquanta", che erano le unità di combattimento delle milizie contadine all'epoca della Confederazione di tribù. Non si tratta di eserciti professionali, ma di milizie popolari che formulano modelli per l'organizzazione sociale. O forse, al contrario, l'organizzazione sociale formula modelli per l'inquadramento militare delle milizie. In realtà, milizia e organizzazione sociale conformano un'unità dialettica: il popolo è organizzato per risolvere tutte le sue necessità, tra cui quelle di difesa militare, senza esercito professionale.
Mille, cento, cinquanta, dieci: queste sono le unità di combattimento dell'antica Confederazione di tribù. Di fronte all'attacco degli eserciti professionali delle monarchie, la Confederazione metteva facilmente in piedi la sua organizzazione militare.
Questa organizzazione non è meramente militare, ma fondamentalmente sociale. Così lo era nell'antica Confederazione, come appare chiaramente nel consiglio che Ietro, il suocero, dà a Mosè. Il senso è che distribuisca il potere tra i diversi gruppi per risolvere i diversi problemi umani, religiosi, sociali, politici. È quanto appare con particolare vivacità nella narrazione evangelica.
“Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste”.
Vi sono qui tre temi di grande importanza: il cibo per tutti, la sazietà, le dodici ceste e i cinquemila.
In primo luogo, "Tutti mangiarono".
Si supera l'economia in cui mangiano solo quelli che possono comprare. Nello stesso processo di produzione di beni, questi arrivano a tutti. Le relazioni non sono di dominazione, ma orizzontali, fraterne, di mutuo riconoscimento. La scarsità di beni risponde alla visione distorta del dominatore. Il militante popolare vede che i cinque pani sono migliaia di pani.
L'idea tradizionale che si ha del messaggio di Gesù è questi che raccomanda o pone come condizione la povertà, il sacrificio, la mortificazione, la negazione di tutti i sensi. In questo modo, però, si capovolge il messaggio di Cristo e lo si trasforma in un messaggio di morte, quando in relatà è un messaggio di vita. L'affermazione che "tutti mangiarono a sazietà" non è circostanziale ma essenziale. Richiama l'essenza stessa del racconto.
Il messaggio del Regno di Dio comporta come momento essenziale la "sazietà" nel suo senso completo, cioè come realizzazione piena di tutte le aspirazioni, gli aneliti, le potenzialità, gli ideali, le utopie dell'essere umano. Sazietà a tutti i livelli, materiali e spirituali; nell'alimentazione, nel vestiario, nell'abitazione; nell'educazione, nella lettura, nell'arte, negli affetti.
Avanzano "dodici ceste". È il simbolo per eccellenza del popolo delle dodici tribù, della Confederazione in cui tutto si divideva. Dodici è la totalità, tutto il popolo liberato. Quelli che avevano mangiato "erano cinquemila uomini". Cinque pani per cinquemila uomini: così vedeva il problema chi si collocava nell'ambito del progetto sacerdotale. Così lo vede oggi chi si pone nell'ambito del progetto neoliberista. Se l'economia non cresce, non si può ridistribuire. Come se l'economia già non fosse cresciuta abbastanza per inondare l'universo di beni!
Le prime comunità cristiane compresero perfettamente il messaggio. Effettivamente, "tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno" (Att 2,44-45).
Il valore fondamentale che deve unire i membri del cristianesimo è il "dono", il dare, il condividere.
È per questo che una società basata sul lucro, sull'egoismo, come il capitalismo, è essenzialmente anticristiana ed infatti il cristianesimo, in questa società, tende a scomparire: lo sperimentiamo tutti i giorni.