Prima Domenica di Quaresima
– Lc 4,1-13
Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano
ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal
diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe
fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, dì a questa pietra
che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l'uomo».
Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». Gesù gli rispose: «Sta scritto: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto».
Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». Gesù gli rispose: «Sta scritto: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto».
Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del
tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto
infatti:
Ai
suoi angeli darà ordini a tuo riguardo
affinché essi ti custodiscano;
affinché essi ti custodiscano;
e anche:
Essi ti porteranno sulle loro mani
perché il tuo piede non inciampi in una pietra».
perché il tuo piede non inciampi in una pietra».
Gesù
gli rispose: «È stato detto: Non
metterai alla prova il Signore Dio tuo».
Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si
allontanò da lui fino al momento fissato.
Il brano in esame è
preceduto dall’episodio del battesimo di Gesù e dalla descrizione della sua
genealogia.
“Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato
dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo.”
Dal battesimo
partiamo per cercare di comprendere questo episodio che ha un grande valore
umano e teologico, ma non storico cioè non è mai accaduto, almeno nei termini
con cui è riportato da Luca. In questo episodio vi sono tre elementi che
occorre analizzare: lo Spirito, il deserto e il diavolo.
Lo Spirito: Gesù, immergendosi nell'acqua del Giordano
viene riconosciuto dal Padre come "Tu
sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento " (Lc 3,22)1, cioè colui che
eredita tutto. Quindi in Gesù, dopo il battesimo, c'è tutta la pienezza di Dio
e il Padre gli effonde lo Spirito, cioè la sua capacità d'amore. E’ proprio
questa capacità di amare che lo metterà in tale contrasto con il mondo che lo
circonda da fargli desiderare di non possederla e di pensare solo a se stesso.
Il deserto: nella parola deserto rivive tutta la storia
del popolo di Israele, che una volta liberato dall’Egitto, secondo quanto
riportato nel libro dell’Esodo, viene messo alla prova da Dio nel deserto per
vederne la capacità. Non solo, per gli ebrei la parola deserto rievocava un
luogo senza persone, disabitato, in contrasto con la nostra simbologia dove
deserto è un luogo senza acqua. L’ingresso di Gesù nel deserto da la
possibilità a Luca di far comprendere come Gesù nella sua predicazione,
nonostante fosse circondato da numerosi disepoli, si sentisse solo perché,
sostanzialmente, era incompreso.
Il diavolo: Luca, come Matteo, vuole innanzitutto
sottolineare che le prove della vita non vengono da Dio(2), e, per
farlo, utilizza la presenza di questo personaggio.
Anzitutto, bisogna
dire che questo episodio, e qui va compresa la tecnica letteraria degli
evangelisti, non indica un determinato e ben circoscritto periodo della vita di
Gesù, nel quale egli ha vissuto questa lotta, e una volta uscito vincitore ha
proseguito nella sua attività. L'evangelista, mettendo questo episodio
all'inizio dell'attività di Gesù, vuol dire che tutta la sua vita sarà
all'insegna della tentazione. Non quindi un episodio di quaranta giorni nella
vita di Gesù, ma un avvertimento dell'evangelista: attento lettore, perché in
tutta la sua esistenza Gesù verrà sottoposto a queste terribili tentazioni che
non sono facili da superare. La chiave di comprensione risiede in quel numero quaranta che, nella numerologia ebraica,
unito alla parola giorni, equivale a
“tutta la vita”.
Per la prima e ultima
volta, occorre sottolinearlo, nel vangelo appare questo personaggio; nei vangeli
il diavolo ha un ruolo estremamente marginale.
Normalmente noi
confondiamo tra di loro le figure del satana, dei demòni e del diavolo. Vediamo
se, in breve, riesco a spiegare chi sono e perché sono state introdotte nel
cristianesimo.
Il satana: gli ebrei pensavano che Dio inviasse il
satana per esaminare il comportamento di ciascuno (cfr Gb 1,6-17) e quindi punirli dei loro peccati(3).
Satana, in ebraico, non è un nome proprio di persona, ma un nome comune che
indica una attività, quella del pubblico ministero, dell’avversario in un
processo. Il pubblico ministero ha il compito di far risaltare le accuse, la
gravità del comportamento: questa è l’azione del satana nell’AT, mutuata
dall’organizzazione dell’impero persiano (Israele è stato per alcuni secoli
sotto il dominio persiano); infatti il satana era un funzionario della corte
persiana. Questo funzionario girava per le regioni e guardava il comportamento
dei governatori: se uno si comportava bene lo segnalava al re per farlo
promuovere, per premiarlo; se uno si comportava male lo segnalava al re per
castigarlo, eventualmente anche con la morte. Sempre secondo il pensiero
ebraico, per punire gli uomini Dio inviava loro le malattie la cui gravità era
proporzionata ai peccati commessi(4); la malattia era inviata
tramite il satana che, a sua volta, demandava l’applicazione della pena ad alcuni
dei minori fenici che, in lingua greca, venivano chiamati daimonios(5) come Beelzebùl (Baal Zebub, il dio delle
mosche), citato da Luca (Lc 11,14-23).
Nel NT, “il satana” perde il suo ruolo di accusatore, tipico
dell’AT. Nel vangelo di Luca, Gesù ne sancisce la fine: (Lc 10,17-18) “I
settantadue tornarono pieni di gioia dicendo: «Signore, anche i demòni si
sottomettono a noi nel tuo nome(6)». Egli disse: «Io vedevo il satana
cadere dal cielo come la folgore.”
La caduta dal cielo (cioè da una posizione di importanza) del satana è una
conseguenza diretta della presa di coscienza da parte dell’uomo della propria
capacità di costruire il regno di Dio.
I demòni(7): oltre
ad essere identificati negli dei fenici portatori di malattie, i demòni entrano
nella Bibbia con la traduzione dall’ebraico in greco fatta in Alessandria
d’Egitto nel II secolo a.C. da parte dei cosidetti “Settanta”. Non si tratta di
una semplice traduzione, ma anche di un arricchimento con glosse esplicative o
modifiche talora di considerevole importanza, la cui eco si sente anche nei
Vangeli. Scompaiono infatti tutti gli elementi mitologici tipici delle
tradizioni più antiche come i satiri, le sirene, i centauri, i fauni, le
streghe; i traduttori, che vivevano in una società greca cioè in una società
intellettuale, evoluta anche a livello teologico e spirituale e quindi lontana
dalle forme della mitologia antica, tutte le volte che hanno trovato queste
espressioni (se ne conoscono 19 casi), le hanno tradotte sistematicamente con
il termine “demòne” che in greco significa essere appartenente agli dei, sia
buono che malvagio, ma anche malattia, ossessione, superstizione.
Una
reminiscenza di questo significato l’abbiamo anche in italiano quando diciamo
che un tizio ha il “demone del gioco”, ha l’ossessione del gioco, è quindi
malato. La traduzione dei Settanta è stata il testo di riferimento degli
evangelisti che, non essendo più conoscitori della lingua ebraica antica, hanno
dovuto riferirsi alla traduzione in greco; un esempio chiaro di questa
influenza si ha nella traduzione di Isaia 7,14: “Ecco, la giovane (“almah”
in ebraico) concepirà e partorirà un figlio che chiamerà Emmanuele (Dio
con noi)”. Isaia si riferisce alla giovane moglie di Achaz, re di Giuda; i Settanta
tradurranno almah con vergine, consentendo la lettura del versetto come
profezia messianica.
Il diavolo: il termine, dal punto di vista etimologico(8),
ha lo stesso significato di “il satana”,
anche se in senso dispregiativo, ma ha assunto tradizionalmente il significato
di “tentatore” e tale è la sua
funzione nel vangelo di Luca. La figura del diavolo è, insieme a quella dello
“spirito impuro” del vangelo di Marco, una trasformazione antropologica(9)
dei sentimenti umani. Luca, come Matteo, sintetizza in questa figura il
sentimento dell’egoismo esattamente come Marco sintetizza negli spiriti impuri
i sentimenti di rabbia e rivolta violenta nei confronti delle parole di Gesù (Mc 1,21-28).
Nella Bibbia è
assente la leggenda di Lucifero(10), il bellissimo angelo caduto a
causa del suo orgoglio e della sua superbia, e degradato per sempre ad orrendo
diavolo. L’immagine tradizionale del diavolo (corna, zoccoli e coda) ha origine
dalla rappresentazione mitologica del dio greco Pan fatta propria
dall’immaginazione medioevale.
Una prima idea del
peccato d’orgoglio di un arcangelo, affiora in testi apocrifi dei primi secoli
del cristianesimo. La leggenda di Lucifero nasce dalla fusione di due brani
dell’AT: la satira contro Nabucodonosor re di Babilonia del profeta Isaia(11),
e quella contro Et-Baal re di Tiro del profeta Ezechiele(12).
Il primo autore
cristiano che identificò il diavolo con Lucifero, è Origéne nel II sec. d.C.
Dei due re delle satire di Isaia ed Ezechiele, fece un solo personaggio:
l’angelo decaduto. Questo divenne, in modo incomprensibile, l’indiscussa
tradizione nella Chiesa.
Nel IV sec. Girolamo
si adoprò per confutare quanto affermato da Origéne, ma a causa di un suo
errore di traduzione (Girolamo ha fatto molti errori che hanno pesato molto
sulle decisioni dottrinali), Lucifero divenne comunque l’angelo decaduto che
urla la sua disperazione.
Nel VI sec. Gregorio
Magno (lo stesso che, a torto, definì prostituta Maria Maddalena) legittimò
definitivamente la convinzione che il diavolo fosse un angelo decaduto;
Gregorio fu un papa grande, anche negli errori.
Il successo della leggenda dell’angelo caduto, ebbe come conseguenza la
fine della chiara distinzione presente nella Bibbia tra il satana, il diavolo e
i demoni; i tre termini furono uniti in uno solo, Lucifero, il demonio che
diventa il satana, il diavolo per eccellenza, perdendo così il significato
reale dei termini e la loro importanza teologica.
"Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono
terminati, ebbe fame.". Il digiuno di Gesù non è un digiuno
religioso. Luca trae questa indicazione da Matteo che mette in parallelo Gesù
con Mosè, che prima di ricevere da Dio la Legge sul Sinai digiunò quaranta
giorni e quaranta notti (Es. 34,28; Dt.
9,9-11).
Il
"digiunare" di Luca, così come in Matteo, indica una esperienza di
pienezza di Dio da parte di Gesù il cui "nutrimento" è nella sua
Parola che riempie la vita. Allo stesso modo, la "fame" di Gesù non
va intesa in senso fisico, ma come desiderio di Gesù di cibarsi di quanto
proviene da Dio e di poterlo comunicare agli altri.
" Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di
Dio, dì a questa pietra che diventi pane».”
Il tentatore si
avvicina a Gesù e gli dice: "Se sei Figlio di Dio...". Cioè,
trai dei vantaggi da questa tua condizione(13); se c'è Dio che ti
protegge, giacché sei il Figlio e quindi hai assicurata la sua protezione, usa
le tue capacità a tuo vantaggio, dì che queste pietre diventino pani. Per il
tentatore il pane serve per salvare se stesso, salvare la propria vita, mentre
Gesù stesso si farà pane per salvare la vita degli altri, donando la propria
vita. Sarebbe qui interessante mettere in paragone l’insegnamento dato da Gesù
con la moltiplicazione dei pani: per
Gesù l'abbondanza dei pani non verrà per un intervento prodigioso da parte di
Dio, non c'è più bisogno di moltiplicare i pani, basta condividere
generosamente quelli che ci sono, e si crea l'abbondanza e si sfama tutta
l'umanità. L’interpretazione dell’episodio della moltiplicazione dei
pani, considerato da molti il manifesto politico di Gesù, come invito ed
esempio alla condivisione per conseguire il benessere del popolo, è facilmente
realizzabile alla luce delle beatitudini e se si mette un momento in ombra la
componente miracolistica della esegesi tradizionale.
"Gesù gli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l'uomo».
Questa risposta di
Gesù è presa da un testo del libro del Deuteronomio, che riguarda le prove del
popolo nel deserto, dove l'autore scrive che Dio ha sottoposto alle prove il
suo popolo per quarant’anni (Dt 8,1-6).
Ecco il paragone tra i quarant’anni nel deserto e i quaranta giorni di Gesù. La
tentazione di Gesù è la stessa che ha vissuto il popolo di Israele. Nel libro
del Deuteronomio si legge che Dio donò al popolo la manna, la manna scesa dal
cielo, come segno di garanzia della fedeltà di Dio al suo popolo, ma il popolo
non credette e ne fu deluso.
Gesù si affida alla
parola che esce dalla bocca di Dio, parola con la quale il Signore manifesta la
sua volontà, che è la garanzia della protezione divina. Quindi non usare a proprio vantaggio i benefici, ma usare tutte le
proprie capacità a vantaggio degli altri. Questa tentazione si ripeterà
abbondantemente lungo tutta la vita di Gesù.
“Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni
della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché
a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in
adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo».”
Nella cultura di
quell'epoca, ogni persona che deteneva una qualunque forma di potere aveva la
condizione divina. L'imperatore infatti veniva considerato un dio, un figlio di
dio, e così il re, il faraone. Tutti
coloro che detenevano il potere erano considerati di natura divina, ma per Gesù
la sua natura divina, la sua figliolanza con Dio non si manifesterà nel potere,
nel dominio, ma nell'amore e nel servizio.
Il tentatore mostra a
Gesù tutti i regni, allo stesso modo in cui Dio mostra a Mosè, salito sul monte
Nebo, tutto il paese (Dt 34,1-4). Nel
rispondere, Gesù demolisce, in un sol colpo, tutta la tradizione religiosa
ebraica di Israele come popolo eletto, chiamato a dominare tutti gli altri
popoli. C'è un salmo in cui Dio dice al suo Messia: "Ti darò in
possesso le genti e in dominio i confini della terra. Le spezzerai con scettro
di ferro, come vasi di argilla le frantumerai" (Sal 2,8-9). Il Messia della tradizione è un Messia che impone
l'ordinamento di Dio attraverso la violenza. Di conseguenza, le tentazioni non
sono qualcosa di cattivo che è facile per Gesù evitare, ma viene a lui proposta
la tradizione religiosa di Israele, quella radicata nel popolo. Guarda che è il
salmo, la stessa parola di Dio che dice questo! Sei il Messia? Devi dominare le
nazioni e, addirittura, le dovrai spezzare con scettro di ferro e frantumarle
come vasi di argilla. In molte immagini dell'antichità è tipico vedere il
faraone o il re con in mano lo scettro, con il quale spacca la testa del popolo
che ha conquistato. Perciò il tentatore non è il diavolo della nostra
tradizione che si presenta in maniera orribile - ed è perciò facile dire "Vade
retro Satana" -, ma i tentatori sono i farisei, la parte più
spirituale del popolo, sono gli scribi, questi teologi che parlano con autorità
e con mandato divino. Essi dicono: "Sei il Messia, sei il figlio di
Dio? Guarda che il Salmo 2, la parola di Dio, dice che il Messia dovrà dominare
e schiacciare gli altri popoli". Ecco la tentazione proposta a Gesù:
quella di conformarsi ad una tradizione religiosa, umana e spirituale.
Gesù, invece, si
sbarazza di questa logica; le sue ultime parole, quando inviterà i suoi
discepoli ad andare in tutto il mondo, non saranno di dominio, ma di mettersi
al servizio. Gesù dirà: "Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni,
battezzandole nell'amore del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo"
(Mt 28,19). Quindi, c'è sì da andare
verso altri popoli pagani, ma non con un atteggiamento di dominio, ma di
servizio. Gesù non accetta l'arroganza di una tradizione religiosa che
presumeva il popolo di Israele come preferito da Dio, a dispetto di altri
popoli, come un popolo chiamato a dominare.
“Gesù gli rispose: «Sta scritto: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto».
Gesù scaccia il
diavolo con le parole del "Padre nostro" di Israele, lo "Shemà
Israél", ed è la professione di fede nella quale si afferma l'unicità
di Dio (Dt 6,13). Gesù si rifiuta di
adorare il potere e si rimette al Dio che lui ha conosciuto, al Padre che lo ha
investito con il Suo Spirito nel battesimo.
“Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli
disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo
affinché essi ti custodiscano; e anche: essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra»”.
affinché essi ti custodiscano; e anche: essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra»”.
Gesù
aveva risposto alla prima tentazione ponendo una fiducia totale nel Padre. Gesù
sa che non c'è da affannarsi, lo dirà lui stesso, su cosa mangeremo, perché il
Padre tutte queste cose le dà in abbondanza (Mt
6,25-34). Perciò il tentatore, preso atto di questa fiducia, la spinge agli
estremi, lo conduce sul pinnacolo del tempio e lo invita a buttarsi di sotto,
citando un salmo (Sal 91,11-12).
Questo diavolo si dimostra un esperto conoscitore della Bibbia, un teologo competente,
esattamente come lo erano i farisei e gli scribi avversari di Gesù. È una
tecnica che l'evangelista usa per dire che a questo diavolo che capisce tanto
la Bibbia, che sa ribattere prontamente a Gesù, Gesù sì rivolge con la parola
di Dio e il diavolo, prontamente, ribatte con un altro passo; cosa tipica delle
dispute tra i rabbini.
Quindi, il diavolo lo
porta sul pinnacolo del tempio, cioè il punto più alto del tempio e gli dice di
buttarsi giù; perché? Queste non sono tentazioni grossolane, ma molto fini
realizzate per far vibrare le corde profonde dei credenti ebrei, perché la
tradizione religiosa diceva: quando il Messia apparirà, apparirà
improvvisamente sul pinnacolo del tempio, cioè ci sarà un intervento
prodigioso, straordinario da parte di Dio. Il tentatore non fa altro che dire a
Gesù: "Fai quello che la gente si aspetta da te: vuoi essere
riconosciuto come il Messia? Guarda che il Messia, te lo dico io, arriverà
mostrandosi sul pinnacolo del tempio. Allora va’ sul pinnacolo del tempio e, già
che ci sei, metti un pizzico di prodigio in più e scendi volando sulle ali
degli angeli".
Ebbene, Gesù rifiuta di fare quello che la gente si attende e rifiuta,
soprattutto, un Dio che si manifesta attraverso segni di potere.
Questo è importante
anche per noi oggi. Chi pensa a un Dio di potere, chi attende di vedere i suoi
segni come segni prodigiosi di potere, non li vedrà mai, perché Dio è un Dio di
amore e i suoi segni sono quelli dell'amore. Chi si aspetta di vedere l'intervento di Dio nella propria esistenza,
attraverso dei prodigi, miracoli straordinari o cose che destino sensazione,
non vedrà mai Dio, perché Dio non è il potere, non si può manifestare nel
potere, ma Dio è amore e si manifesta unicamente nell'amore e l'amore,
normalmente, non fa chiasso e non sbraita.
Questa tentazione che
ora il diavolo fa a Gesù, gli sarà poi rivolta sulla croce dai sommi sacerdoti,
dagli scribi, dagli anziani e da tutto il popolo: "Se tu sei Figlio di
Dio, scendi dalla croce!" (Mt 27,40).
Questo è il dio del potere; del resto chi di noi, almeno quando eravamo
piccoli, non ha desiderato che Gesù, una volta crocifisso, avesse fulminato
tutti i suoi avversari, o fosse sceso giù dalla croce per fare una strage di
coloro che lo avevano inchiodato? Questo è il dio del potere, quello che la
gente vuole, un dio che manifesta la sua divinità attraverso un potere eclatante.
Gesù, invece, esala
il suo ultimo respiro e muore come un maledetto da parte di Dio.
“Gesù gli rispose: «È stato detto: Non metterai alla prova il Signore Dio tuo»”.
Nelle
tentazioni si rivivono gli episodi del popolo ebraico nel deserto: ad un certo
punto il popolo si trova in una località, chiamata Massa, dove non c'era acqua
ed allora si ribella contro Mosè e contro Dio: ci hai portati in questo deserto
a morire di sete, era meglio rimanere in Egitto, almeno là mangiavamo e
bevevamo. Il popolo si chiese inoltre: ma questo Dio è in mezzo a noi o no? (Es 17,1-7). Nel libro del Deuteronomio
si trova l'espressione: "Non tenterete il Signore vostro Dio come lo
tentaste a Massa" (Dt 6,16).
Gesù non ha bisogno di chiedersi se Dio è con lui oppure no. In questo brano
l'evangelista anticipa il momento di Gesù sulla croce, dove egli non ha il
dubbio se Dio è con lui, oppure se lo ha abbandonato e non ha bisogno di
chiedere interventi straordinari che confermino la Sua presenza. Gesù ha la
certezza che Dio è sempre dalla sua parte.
“Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino
al momento fissato.”
Sottolineo quello che
ho detto all'inizio: il diavolo nei vangeli ha uno spazio relativamente
marginale. La sua azione, però, sarà sempre presente lungo tutta l'esistenza di
Gesù. Essa verrà incarnata, all'esterno, dai farisei e dagli scribi, i
tentatori; quante volte nel vangelo troviamo l'espressione "si
avvicinarono a Gesù per tentarlo". Ma quello che è più grave è che la
tentazione verrà manifestata anche all'interno del gruppo di Gesù dagli stessi
discepoli, in particolare da Simone Pietro, l'unico verso il quale Gesù
dirigerà le stesse parole usate per il diavolo. Gesù a Pietro dirà la stessa
espressione "Vattene satana!", ma con un’apertura: "torna
a metterti dietro di me" (Mt
16,23).
Secondo Luca, il
tentatore ritornerà al momento fissato. Luca fa riferimento alla Passione,
quando i sommi sacerdoti, gli scribi, gli anziani e tutto il popolo gli dirà:
"Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!" (Lc 23,35-38).
Note: 1.
Esistono forti probabilità che queste parole siano state sostituite dal
Magistero della Chiesa all’incirca nel V o VI secolo. Il testo originale sembra
essere stato «Tu sei mio Figlio, l’amato,
oggi ti ho generato», come riporta la Bibbia di Gerusalemme nelle
traduzioni non italiane. Tale testo è stato poi modificato rendendolo conforme
agli altri vangeli. Questa modifica è dimostrata da diversi documenti: in un
manoscritto greco (Codex Bezae Cantabrigensis) e in alcuni manoscritti latini,
le parole della voce celeste sono «Tu sei
mio Figlio, oggi ti ho generato». Il testo in questa forma era inoltre
molto diffuso presso i Padri della Chiesa tra il II e il III secolo, cosa che
costituisce una testimonianza importante in quanto la maggior parte dei
manoscritti del Nuovo Testamento che sono giunti fino a noi è posteriore a
queste testimonianze; ebbene, in quasi tutti i casi, in testimonianze che
vengono dalla Spagna alla Palestina e dalla Gallia al Nordafrica, è la forma «Oggi ti ho generato» ad essere
attestata. La ragione della modifica del testo sarebbe da ricondurre a un
tentativo di rimuovere ogni possibile appiglio agli Adozionisti, una corrente
delle origini del cristianesimo per la quale Gesù non era nato Figlio del Padre
ma era stato da lui adottato all'atto del battesimo nel Giordano; rimuovendo il riferimento alla «generazione» dal vangelo secondo Luca, si toglieva forza alla posizione degli
Adozionisti. – 2. Gc 1,13-14: “ Nessuno, quando è tentato, dica: «Sono tentato da
Dio»; perché Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male.
Ciascuno piuttosto è tentato dalle proprie passioni che lo attraggono e lo
seducono”.
– 3. Secondo la concezione ebraica, il premio
o la punizione delle azioni di un uomo venivano date da Dio durante la vita; il
premio consisteva in una vita serena (molti figli, il granaio e gli otri pieni
ed una morte quando era “sazio di anni”). La punizione erano le malattie. Gli
ebrei non pensavano esistesse una vita dipo la morte. Solo dopo la metà del II
sec. a.C. si inizia a diffondere in Israele l’idea di una possibile
resurrezione dei giusti, ovvero la prosecuzione della vita nel “seno di Abramo”
dopo la morte fisica. – 4. E’ opportuno sottolineare che il concetto di peccato
nell’ebraismo è totalmente diverso dal concetto di peccato nel cristianesimo:
il peccato ebraico consisteva nel contravvenire la legge di Dio e quindi il
peccato era contro Dio. Nel pensiero di Cristo il peccato consiste nel rifiuto
di amare gli altri e quindi si pecca contro gli uomini. Nel cattolicesimo il
concetto di peccato si posiziona a metà strada tra il pensiero ebraico e quello
di Cristo. – 5. La frase “scacciare
di demoni” significa, nella mentalità ebraica, “guarire le malattie”.
Scacciare i demoni, quindi, nei vangeli, è sinonimo di “guarire le malattie” e,
quindi, anche di “perdonare i peccati”
che erano stati la causa delle malattie. – 6. Ovvero, “…nel tuo nome guariamo le malattie”. – 7. Il termine
"demònio" deriva dal latino tardo daemonium traduzione del
greco daimónion ("appartenente agli dèi") e quindi collegato a
dáimōn il cui significato originario in lingua greca è quello di demone.
Nella Bibbia dei LXX tale termine traduceva l'ebraico schedim (idoli
vendicativi) e seîrim (satiri). –
8. Il termine "diavolo" deriva dal latino tardo diabŏlus,
traduzione fin dalla prima versione della Vulgata (V secolo d.C.) del termine
greco diábolos, ("calunniatore", "accusatore";
derivato dal greco diaballein anche qui nell'accezione di
"calunniare", "diffamare", "indurre verso una opinione
contrapposta"), a sua volta traduzione nella Bibbia dei LXX (III secolo
a.C.) del termine ebraico saṭan (avversario in un processo,
nemico). – 9. Con questa espressione si intende che gli evangelisti,
ed in particolare Marco e Matteo, danno forma di uomo ai sentimenti umani per
rendere chiaro il pensiero di Cristo. Si ricorda che questa operazione era in
allora normale anche nella lingua parlata e lo è tutt’ora nel Medio Oriente a
causa della difficoltà che ha la mente orientale a pensare tramite concetti
astratti. – 10. “Lucifero” con il suo significato di “portatore di luce”
fu nei primi secoli cristiani un titolo di Gesù, e nel NT “stella del
mattino” è una delle immagini del Signore (2Pt 1,19) che, nell’Apocalisse, Gesù applica a se stesso (Ap 22,16). Anche nel canto dell’Exultet
si celebra Cristo come “Lucifer matutinus” e nelle litania lauretane “stella
del mattino” è applicata alla Madonna. – 11. Is 12,13-14: “Come mai sei caduto dal cielo, Lucifero, figlio
dell'aurora? Come mai sei stato steso a terra, signore di popoli? Eppure tu pensavi: Salirò in cielo, sulle
stelle di Dio innalzerò il trono, dimorerò sul monte dell'assemblea, nelle
parti più remote del settentrione”.
– 12. Ez 26,18: “Ora le isole
tremano, nel giorno della tua caduta, le isole del mare sono spaventate della
tua fine”. – 13. Attenzione, nella cultura ebraica a
cui Luca fa riferimento, è bene ricordare che "Figlio di Dio"
in questo passo non indica la natura divina di Gesù, ma indica la protezione
che Dio accorda ai suoi figli. La differenza è fondamentale e per comprenderla
è opportuno rifarsi alla tradizione regale riportata nei due libri di Samuele;
altrimenti non si comprenderebbe neppure il senso di tentare Dio che è “santo”
per eccellenza, cioè separato dal male.

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