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Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


lunedì 15 settembre 2014

XXV Domenica del T.O.



XXV Domenica Tempo Ordinario - Mt 20,1-16
Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all'alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: «Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò». Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: «Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?». Gli risposero: «Perché nessuno ci ha presi a giornata». Ed egli disse loro: «Andate anche voi nella vigna».
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: «Chiama i lavoratori e da' loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi». Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch'essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: «Questi ultimi hanno lavorato un'ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo». Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: «Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest'ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?». Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

Dopo il lungo discorso di Gesù sul comportamento dei fedeli nelle comunità, normalmente chiamato discorso ecclesiale, Matteo apre una nuova parte del suo vangelo che descrive una svolta nella predicazione di Gesù, infatti egli lascia la Galilea e si avvicina a Gerusalemme; questo lo porterà ad attraversare la Parea ed entrare in Giudea.
Durante il cammino Gesù prosegue l’insegnamento ai suoi discepoli. Matteo segue, nel suo racconto, quanto riportato da Marco (cfr. Mc 10,1-52) ad eccezione della parabola raccontata in questo brano che è esclusiva di Matteo.
Proprio questa caratteristica di esclusività fa comprendere al lettore le motivazioni che hanno spinto Matteo ad inserirla nel suo racconto e le finalità della parabola.
Si può facilmente ipotizzare che nella comunità di Matteo vi fossero degli attriti tra persone di etnia ebraica e quelle di etnia greco-romana, come pure tra persone provenienti dalla cultura farisaica che non gradivano la vicinanza con i pubblicani o comunque esponenti di categorie considerate lontane da Dio.
La parabola mette tutti sullo stesso piano e sottolinea che l’ingresso nel regno (o la retribuzione finale, se vogliamo dare un significato escatologico alla parabola) è un dono e come tale non dipende da meriti comunque acquisiti.
“Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all'alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna.”
La vigna era uno dei modi biblici di chiamare Israele e il padrone è evidentemente Dio (cfr. Is 5,1-7; Ger 2,21; Ez 17,6-10; 19,10-14).
“Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna.”
Le modalità con cui sono assunti gli operai seguono le usanze palestinesi del tempo di Gesù: il primo ingaggio avviene al mattino verso le ore sei; il salario pattuito di un denaro, che essi accettano senza problemi, era il valore di mercato di una giornata di lavoro.
I primi operai che vengono assunti all’alba sono evidentemente i giusti di Israele che fin dall’inizio hanno seguito Dio ed hanno lavorato per Israele; essi attendono la ricompensa sulla base dell’alleanza di Abramo rinnovata con Mosè.
“Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: «Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò»...”
Il padrone non si ferma, continua ad uscire e ad assumere operai. Le assunzioni avvengono secondo la divisione greco-romana della giornata. A quelli assunti nella mattinata dice che darà loro quanto è giusto, senza precisare la cifra. Essi rappresentano le pecore smarrite di Israele, i pubblicani, le prostitute, i pastori, insomma i lontani da Dio.
A quelli assunti nel pomeriggio il padrone si rivolge con tono di rimprovero; essi rappresentano i gentili, gli esponenti del mondo greco-romano, che richiedono un particolare invito per entrare a far parte del regno (e qui un pensiero all’opera di Paolo, certamente nota a Matteo, si impone).
“Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: «Chiama i lavoratori e da' loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi»”.
Qui Matteo pone la chiave di lettura di tutta la parabola; infatti il comportamento del padrone è inusuale, sicuramente provocatorio, vuole la reazione negativa dei primi assunti. Il compenso, infatti, è uguale per tutti, indipendentemente dal lavoro fatto, e i primi assunti brontolano esattamente come gli ebrei della comunità di Matteo che non accetavano di buon grado la vicinanza nelle assemblee dei gentili e dei “peccatori” convertiti. Si sentivano infatti gli “eletti”.
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: «Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene.”
L’appellativo “amico” (hetaire), con cui il padrone si rivolge a uno dei primi, assume normalmente in Matteo una sfumatura di rimprovero (cfr. Mt 22,12; 26,50), quasi una presa di distanza. Le lamentele dei primi, sia pure umanamente comprensibili, non sono giustificabili perché il padrone, dando a tutti la stessa paga, non ha tolto nulla a loro, ma semplicemente ha voluto dimostrare la sua bontà verso tutti.
“Ma io voglio dare anche a quest'ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?».
Il testo originale recita: “…Oppure il tuo occhio è malvagio perché io sono buono?...”. D’accordo, il testo della traduzione CEI 2008 è più chiaro del testo originale, ma parlare di “occhio malvagio”  rende molto bene l’idea dell’atteggiamento indispettito degli operai della prima ora.
Le parole del padrone costituiscono la sostanziale interpretazione della parabola. Con esse Gesù intende sottolineare che l’ingresso nel regno dei cieli non va considerato come una ricompensa dovuta per diritto, in base ai meriti personali, ma come un dono gratuito, espressione della misericordia infinita di Dio.
E’ la fine della teologia del merito, l’annullamento della mortificazione come mezzo di conquista della salvezza, una glorificazione del dono come immagine primaria di Dio.
Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».
La conclusione del brano ne è anche la sintesi; è una frase già citata da Matteo in 19,30 anche se in modo inverso ed il fatto che sia già stata utilizzata fa pensare che questa frase avesse un’origine separata dalla parabola.
Questa parabola ha molte affinità con la parabola lucana del figliol prodigo; sembra quasi che Gesù abbia voluto legittimare, nei confronti dei farisei, il suo atteggiamento in favore dei pubblicani, dei peccatori e in genere delle persone emarginate per motivi sociali, economici o religiosi, basando la sua azione sulla bontà del Padre in favore di tutti.
Gesù però non esclude l’impegno di ciascuno per «fare» la volontà del Padre  (cfr. Mt 7,24-27; 22,11-13), mentre sottolinea la completa gratuità della salvezza. Infatti tutti gli operai chiamati a lavorare nella vigna hanno accettato l’invito e hanno compiuto il loro dovere. Se la ricompensa è un dono e non dipende dalla quantità del lavoro fatto, questo non deve creare riduzioni nel servizio del regno, ma al contrario portare il cristiano a dare il meglio di sé come segno di gratitudine per un dono immeritato.
Le implicazioni sociali della parabola sono molto importanti. Il fatto che tutti siano uguali davanti a Dio significa che a ciascuno è dovuto quanto è richiesto per la sua sopravvivenza e per la sua realizzazione come persona. Nessuno deve essere giudicato per quanto è capace di produrre, in campo sia economico che sociale o religioso, ma in base alla sua dignità umana. E’ tutta una questione di amore.

lunedì 8 settembre 2014

Esaltazione della Santa Croce



Esaltazione della Santa Croce – Gv 3,13-17

«Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».

Dopo le nozze di Cana (Gv 2,1-12) Gesù ritorna in Giudea e si reca a Gerusalemme, in occasione della Pasqua. Lì ha luogo l’episodio della cosiddetta purificazione del tempio (Gv 2,13-22). Proprio a seguito di questo episodio Gesù riceve la visita di Nicodemo, un fariseo, capo dei giudei e dottore della legge: il suo atteggiamento guardingo (Giovanni scrive che il colloquio è avvenuto “di notte” intendendo lontano da sguardi e orecchie indiscreti) tradisce il timore di critiche e ritorsioni da parte degli altri giudei; successivamente però egli, come membro del Sinedrio, avrà il coraggio di dire una parola in difesa di Gesù (cfr. Gv 7,50-52), e dopo la sua morte porterà l’unguento per imbalsamare il suo corpo (cfr. Gv 19,39).
In lui sono rappresentati gli strati più sinceri e disponibili del giudaismo, che si aprono alla predicazione di Gesù e ricevono per primi il suo annunzio di salvezza. In questo racconto si può leggere una trasposizione giovannea del brano in cui Marco racconta l’episodio dell’uomo ricco che voleva ottenere la vita eterna, ma non ha avuto il coraggio di lasciare tutto e seguire Gesù (cfr. Mc 10,17-22; Mt 19,16-30; Lc 18,18-23), ma può essere anche interpretato come il tentativo di accordo tra due partiti politici, quello nascente dei nazareni e quello dei farisei, in quel momento provato e disunito dalle sconfitte subite da parte degli erodiani e dei sadducei.
Il brano si divide in due parti: dialogo con Nicodemo circa il battesimo (vv. 1-12) e monologo di Gesù circa la missione del Figlio (vv. 13-21). La liturgia riprende solo il monologo di Gesù a partire dal v. 13. 

Nel monologo di Gesù sono riprese e approfondite le idee emerse nella prima parte del colloquio. Soprattutto viene sviluppato il tema della manifestazione di Dio nella persona di Gesù. Secondo quanto detto precedentemente, Gesù è l’unico capace di parlare delle cose del cielo. Su questa linea egli soggiunge: «Eppure nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo». Questa affermazione presuppone l’incapacità da parte dell’uomo di cogliere nella sua interezza il mistero di Dio (cfr. Pr 30,4). Ciò è possibile solo al «Figlio dell’uomo». Che questi, diversamente da tutti gli altri uomini, sia salito al cielo è dimostrato dal fatto che egli è disceso dal cielo, come risulta da Dn 7,13. Identificandosi con questo personaggio misterioso Gesù mette in luce il suo rapporto specialissimo con Dio. Un pensiero analogo era già stato espresso dall’evangelista al termine del prologo quando aveva affermato che solo il Figlio unigenito ha potuto rivelare il Padre, perché è nel (verso il) suo seno, cioè ha fin dall’inizio un rapporto unico con lui (cfr. Gv 1,18). A differenza di qualsiasi altro uomo egli conosce Dio ed è dotato del potere di manifestarlo agli uomini.
Gesù approfondisce poi il tema della manifestazione di Dio con queste parole: «E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna». Nel giudaismo il serpente di bronzo (cfr. Nm 21,4-9), era considerato il simbolo di quel Dio che aveva già dato nella legge un pegno di salvezza (cfr. Sap 16,5-7). Il verbo «innalzare» viene applicato sia al serpente che al Figlio dell’uomo; mentre però nel primo caso riguarda solo un moto locale, nel secondo richiama il successo ottenuto dal servo di JHWH mediante la sua morte in croce (cfr. Is 52.13: «Il mio servo... sarà innalzato»), nonché la comparsa del Figlio dell’uomo davanti al trono di Dio (cfr. Dn 7,13).
Per Giovanni l’innalzamento di Gesù sulla croce fa di lui, ad analogia del serpente di bronzo, un segno di salvezza, e al tempo stesso denota il suo successo come servo di JHWH e come Figlio dell’uomo. Su questo sfondo la morte di Gesù in croce viene vista come la sua massima esaltazione, perché è il momento in cui si attua il suo ritorno al Padre, e al tempo stesso la riconciliazione dell’umanità con Dio.
Secondo lo stile giovanneo la stessa idea viene ripresa, in modo parallelo, nel versetto successivo con questa espressione: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna». All’innalzamento del Figlio dell’uomo corrisponde in questa frase l’amore di Dio che dà il suo Figlio unigenito; il «mondo» indica l’umanità intera, non in senso negativo, ma in quanto bisognosa di salvezza. Anche qui, come nel versetto precedente, lo scopo è il conferimento della vita eterna. Il fatto che in questo contesto venga usato il verbo «dare» (didômi) e non il più consueto «consegnare» (paradidômi), collegato alla morte del servo di JHWH (Is 53,6 nei LXX), significa che l’evangelista non pensa semplicemente alla morte di Gesù in croce, ma a tutta la sua vita di amore e di dedizione ai fratelli. Alla croce, intesa come ritorno a Dio, corrisponde quindi l’esperienza umana di Gesù, vista come dono che Dio ha fatto all’umanità per dimostrarle il suo amore. Gesù dunque è «innalzato» perché Dio stesso lo aveva «donato»: in questi due verbi è racchiuso tutto il mistero del Figlio dell’uomo, su cui si basa quella fede da cui deriva la «vita eterna», cioè la vita di comunione con Dio. In questo versetto l’attributo di «Figlio dell’uomo» viene sostituito con quello di «Figlio unigenito» (cfr. Gv 1,18), più significativo per mettere in luce il rapporto specialissimo che unisce Gesù a Dio.

lunedì 1 settembre 2014

XXIII Domenica del T.O.



XXIII Domenica del Tempo Ordinario - Mt 18,15-20
Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va' e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d'accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro.

In questa pagina di Matteo vengono riferiti alcuni “loghia”, ossia alcune parole o sentenze, così come furono pronunciate da Gesù e riportate dalla tradizione orale dei primi cristiani. Esse sono poste all’interno del discorso elaborato da Matteo sul modo di comportarsi dei cristiani in seno alla loro comunità.
Per comprendere questo discorso lo si deve collegare alla frase conclusiva del brano precedente, in cui si afferma: “Dio non vuole che neppure uno di questi piccoli si perda(Mt18,14).
È un monito a chi dirige una comunità, a non escludere nessuno senza prima aver tentato ogni mezzo per correggerlo dal suo errore.
Niente, infatti, è più delicato della correzione fraterna, ma attenzione, Gesù non sta parlando di giustizia, di accusa e difesa, di punizioni. Sta parlando di Amore; con l’A maiuscola.
Le indicazioni di Gesù per la conduzione della comunità sono basate principalmente sulla gradualità del procedere. Ognuno deve lasciarsi guidare dalla preoccupazione di salvaguardare, con ogni cura, la dignità della persona del fratello.
La prassi proposta da Gesù è piena zeppa di buon senso: discrezione, umiltà, delicatezza verso chi sbaglia, lasciandogli il tempo di riflettere, poi l'intervento di qualche fratello, infine della comunità.
Se il fratello persiste nell’errore, non sarà il giudizio della comunità in quanto tale a condannarlo, bensì il fatto che lui stesso si autoesclude dall’assemblea dei credenti.
Se guardiamo le nostre comunità scopriamo che siamo molto lontani dalla prassi evangelica: se si parla degli errori di qualcuno, in realtà se ne sparla, spesso con sadica soddisfazione, senza compassione o delicatezza. Ho personalmente constatato casi di sacerdoti che sono entrati nella coscienza dell’altro con gli scarponi chiodati, devastando la persona in nome di una legge mai invocata da Gesù. Se noi discepoli di Gesù non sappiamo avere misericordia, chi mai ne sarà capace?
Ma tutto questo senza falsi buonismi: la franchezza evangelica è un modo concreto di amare, di essere solidali anche con durezza.
Nelle nostre comunità abbiamo bisogno di scoprire questo modo concreto di intervenire, di prendere a cuore il destino dei fratelli, senza nasconderci dietro lo schermo di un rispetto umano che puzza di disimpegno lontano un miglio.
La carità fraterna si esprime in tanti modi. Dimostra immediatamente di saperla praticare chi sa dare qualcosa di suo agli altri. Quando riempiamo o almeno non lasciamo vuota la mano che supplice si muove verso di noi, quando ci priviamo di qualcosa che ci è caro per donarlo al nostro fratello, diventiamo caritatevoli e amiamo gli altri come Gesù ci ha amato.
La correzione fraterna è sicuramente una forma di carità alquanto rara proprio perché è particolarmente difficile praticarla. Richiede innanzitutto vero amore, squisita sensibilità, tatto e delicatezza. La prudenza e la buona psicologia ci debbono essere di aiuto per non commettere errori e per sortire gli effetti sperati.
“In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.” Ritorna qui, dopo il brano della confessione di Pietro (Mt 16, 13-20) l’invito (o l’autorizzazione) ad insegnare e diffondere la parola di Gesù.
Legare e sciogliere sono due verbi che appartengono al linguaggio rabbinico e significa l’autorità di insegnamento della dottrina. Quando uno scriba era “ordinato” (il verbo non è corretto, ma lasciatemi questa libertà per maggior chiarezza) durante la cerimonia si diceva proprio questa formula.
Gesù con questa frase ha autorizzato Simone, che lo ha riconosciuto come Dio vivificante, di insegnare la dottrina di un Dio che trasmette vita.
Qui Gesù lo dice a tutti i discepoli, quindi è una responsabilità di tutti i credenti, di trasmettere l’autentico messaggio di Gesù.
In questo brano Matteo ha riportato probabilmente la prassi del perdono seguita nella sua comunità. La comunità cristiana dovrebbe essere l’ambito privilegiato, nel quale si vivono intensamente i valori evangelici, in contrasto con lo spirito di questo mondo (cfr. 1Cor 5,6-8).
La comunità però non è composta solo da santi. Di qui l’impegno e l’obbligo morale per tutti di correggere i fratelli che sbagliano, per ricondurli sulla strada giusta e per portarli al ravvedimento.
È chiaro che questo modo di procedere può aprire la strada al controllo delle coscienze e provocare fenomeni di “caccia alle streghe”. Per evitare un’interpretazione del passo in antitesi con l’insegnamento di Gesù, l’evangelista lo ha inserito dopo la parabola della pecora smarrita e prima dell’insegnamento autorevole di Gesù sull’efficacia della preghiera comunitaria.
Mentre la parabola sottolinea che Dio non vuole che nessuno dei piccoli vada perduto, l’accenno alla preghiera della comunità fa vedere che essa dovrebbe anzitutto chiedere a Dio per il fratello in crisi la grazia della conversione e del ritorno.
È quindi importante che, prima di condannare le persone, la comunità si esamini sulla sua capacità di accogliere e di riconciliare. A monte di questo si deve presupporre, o creare, un rapporto interpersonale profondo tra tutti i membri della comunità, in forza del quale ciascuno si sente accolto per quello che è e aiutato a camminare nella fede.
Una comunità conciliante e riconciliata è il segno della definitiva presenza di Dio non solo in mezzo ai credenti, ma in tutta l’umanità. Solo essa perciò può riconciliare non solo il fratello che sbaglia, ma anche tutta la società in cui è immersa.
Gesù aggiunge che perché la preghiera  possa ottenere una risposta, esige una richiesta da parte di più persone, una comunità.
Essere cristiano infatti significa far parte di un popolo, appartenere a una famiglia. E vedere delle persone, che, mettendo da parte le eventuali divergenze, si "accordano" per chiedere insieme la stessa cosa, è talmente stupendo che il Padre non può dire di no a quelle richieste espresse comunitariamente, quasi con la complicità gli uni degli altri.
Gesù dice: «Se due di voi…». Due. È il numero più piccolo che forma una comunità. A Gesù dunque importa non tanto il numero quanto la pluralità dei credenti. Devono mettersi d'accordo sulla domanda da fare, certamente; ma questa richiesta deve poggiare soprattutto su un desiderio reciproco di non sopraffare l’altro.
Gesù afferma, in pratica, che la condizione per ottenere quanto si chiede è l'amore reciproco tra le persone.
Gesù ci chiede di amare, il sogno più grande di ogni essere umano, la base della vita stessa, conferma cioè la verità della nostra intuizione profonda: solo nell'amore realizziamo il nostro volto più autentico; la nostra vita si può realizzare solo nell’amore dell’altro.