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Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


lunedì 23 novembre 2015

Prima domenica di Avvento


Prima Domenica di Avvento – Lc 21,25-28.34-36

[Quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, allora sappiate che la sua devastazione è vicina. Allora coloro che si trovano nella Giudea fuggano verso i monti, coloro che sono dentro la città se ne allontanino, e quelli che stanno in campagna non tornino in città; quelli infatti saranno giorni di vendetta, affinché tutto ciò che è stato scritto si compia. In quei giorni guai alle donne che sono incinte e a quelle che allattano, perché vi sarà grande calamità nel paese e ira contro questo popolo. Cadranno a fil di spada e saranno condotti prigionieri in tutte le nazioni; Gerusalemme sarà calpestata dai pagani finché i tempi dei pagani non siano compiuti.]1
Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l'attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire su una nube con grande potenza e gloria. Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina».
State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all'improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e di comparire davanti al Figlio dell'uomo».

Al termine della sezione riguardante le attività di Gesù a Gerusalemme, Luca riporta, riprendendolo da Marco (Mc 13,1-37), quello che è chiamato il discorso escatologico(2) di Gesù (Lc 21,5-38). Nella composizione lucana si descrivono, dopo l’introduzione (vv. 5-7), i segni premonitori (vv. 8-11), le persecuzioni future (vv. 12-19), la distruzione di Gerusalemme (vv. 20-24), la venuta del Figlio dell’uomo (vv. 25-28); a conclusione viene riportata la similitudine del fico (vv. 29-33) e un invito alla vigilanza (vv. 34-36). La liturgia propone i due brani riguardanti rispettivamente la venuta del Figlio dell’uomo (vv. 25-28) e la vigilanza (vv. 34-36).
“Quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, allora sappiate che la sua devastazione è vicina.” Luca scrive il suo vangelo poco più di venti anni dopo la distruzione di Gerusalemme avvenuta nel 70 d.C. per opera dei romani; ne ha avuto, forse, esperienza diretta o ne ha raccolto il racconto di testimoni oculari. Queste sue conoscenze vengono sintetizzate nei versetti che seguono: “Allora coloro che si trovano nella Giudea fuggano verso i monti, coloro che sono dentro la città se ne allontanino, e quelli che stanno in campagna non tornino in città; quelli infatti saranno giorni di vendetta, affinché tutto ciò che è stato scritto si compia. In quei giorni guai alle donne che sono incinte e a quelle che allattano, perché vi sarà grande calamità nel paese e ira contro questo popolo. Cadranno a fil di spada e saranno condotti prigionieri in tutte le nazioni; Gerusalemme sarà calpestata dai pagani finché i tempi dei pagani non siano compiuti.” Rispetto a Marco, in questi versetti si sentono le grida degli abitanti di Gerusalemme, le sofferenze, il dolore diffuso e la paura. Un affresco degno di un grande pittore. Ma ecco la speranza, anche se a un lettore superficiale sembra esattamente il contrario: “Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l'attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra.”
Luca interpreta a suo modo le parole di Marco, si perde il senso apocalittico tipico della prosa ebraica, ma il significato è lo stesso.
Nel mondo pagano, che circondava Israele, il sole e la luna erano degli dei. Dare culto a Jahve invece che a queste divinità era quello che distingueva Israele dai pagani, ma nonostante tutto il culto degli astri costituiva una grande tentazione per il popolo giudaico. Con un lento processo di elaborazione teologica, ricostruibile leggendo attentamente i profeti, gli astri erano ormai considerati false divinità per cui quello che descrive Gesù riguarda il mondo pagano; non si tratta di un giudizio finale, né tanto meno della fine del mondo, ma di un cambiamento d’assetto del mondo allora conosciuto. Sole e luna rappresentano le divinità pagane e l’evangelista vuole indicare che la religione pagana perde il suo splendore e l’idrolatria entra in crisi. Viene escluso un giudizio contro l’umanità o contro determinati popoli, ma è l’eclissi delle false divinità quale frutto dell’annunzio del messaggio di Gesù. Inoltre le stelle indicano anche i potenti, i principi, i re, gli imperatori che allora rivendicavano condizioni divine. A quell’epoca, il faraone era un dio, figlio di dio, l’imperatore romano era una divinità. Questi segni che indicano come il mondo sta andando verso una nuova fase, creano panico; gli avvenimenti che dovranno accadere sono rappresentati dalle onde del mare in tempesta che si alza ad aggredire la spiaggia. Il dubbio sul futuro attanaglia gli uomini.
“Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte.” Gli ebrei pensavano che da Dio, che era nel settimo cielo, si espandesse una energia vitale verso gli uomini che era contrastata da quelle che erano chiamate le “potenze(3)”. Forse molti ricordano che una volta, in un prefazio della messa, si elencavano i cori angelici: Troni, Dominazioni, Principati, Potestà e Forze; era una interpretazione arbitraria dovuta al fatto che la Chiesa non conosceva, e non voleva conoscere, le usanze ebraiche(4). Troni, Dominazioni, Principati, Potestà e Forze nella cultura ebraica non erano cori angelici nel senso cattolico del termine, ma erano chiamate “potenze”, avevano usurpato il ruolo di Dio nei cieli e influivano negativamente sugli uomini. Il fatto che siano sconvolte non è una cosa negativa, ma positiva; Luca vuol far comprendere che l’azione di Dio si attua, ora, senza alcun freno.
Sono termini e concetti tanto lontani da noi, che è difficile comprenderli; per far capire direi, banalizzando, che queste potenze, oggi, sono le multinazionali che fanno il bello e cattivo tempo, che decidono la vita e la morte dei popoli, secondo i loro interessi.
“Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire su una nube con grande potenza e gloria.”. L’evangelista vuol dire che l’arrivo del Figlio dell’uomo(5) rappresenta una vittoria dell’umano sul disumano, della vita sulla morte. Ogni volta che un uomo diventa Figlio dell’uomo, cioè realizza tutto sé stesso in una pienezza di vita e d’amore, quelli che lo vedranno, cioè le stelle e tutti i poteri, incominceranno a cadere. Ogni volta che crolla un regime ingiusto, una dittatura, un sistema di potere, è l’uomo che si afferma, la dignità dell’uomo viene confermata. Non si tratta di una visione che si realizza in una sola occasione, ma sarà continuativa nel tempo. Il Figlio dell’uomo lo “vedranno venire su una nube” e le nubi non sono il veicolo, ma il contesto che circonda il Figlio dell’uomo. Per comprendere questo occorre ricordare che, nell’episodio della trasfigurazione, la nube conteneva la parola di Dio, quindi Gesù vuol dire che il risollevarsi dell’uomo è espressione della volontà di Dio. Non solo, ma “arrivare nelle nubi con grande potenza” rappresenta la forza della vita di Dio; “e gloria”, l’aggettivo grande riguarda sia la potenza sia la gloria. La grande gloria rappresenta la dignità dell’uomo di fronte alle potenze di morte che vedono così contestato tutto il loro potere e il loro rango.
Ogni qualvolta che cade una legge ingiusta che mina, impedisce, limita la dignità dell’uomo, si scopre sempre di più il volto di Dio. È un cammino lento nell’umanità, ma percettibile ed incessante(6).
È interessante che la venuta non si attribuisca a Cristo o al Signore, ma al Figlio dell’uomo: è nell’uomo che si manifesta la pienezza di vita che porta alla condizione divina.
Qui Luca inserisce la frase che lo distingue dagli altri evangelisti: “Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina»”. Scrollandosi di dosso l’oppressione, l’uomo, il Figlio dell’uomo, ritrova la propria dignità e può camminare finalmente a testa alta.
“State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all'improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e di comparire davanti(7) al Figlio dell'uomo»”.
Qui Luca è chiarissimo: il crollo delle dittature, le cadute di leggi inique o di precetti religiosi immotivati possono non iniziare per una nostra volontà, ma devono essere completate con i nostri atti (azioni e preghiere, cioè con l’aiuto di Dio) perché solo se noi non rimaniamo addormentati o indifferenti queste cadute saranno definitive. Se invece rimarremo addormentati queste dittature, queste leggi inique o questi precetti religiosi immotivati saranno sostituiti con altri peggiori e noi potremo solo rimpiangere l’occasione che abbiamo perduto.
Per Luca tutte le tragedie dell’umanità, non solo quelle che accadranno negli ultimi tempi, devono essere vissute dai credenti non come causa di angoscia, ma come un richiamo alla speranza di un mondo migliore per cui lottare e sacrificarsi. In questo modo l’attesa della fine perde gran parte del suo rilievo e diventa una semplice immagine di cui l’evangelista si serve per delimitare il tempo presente e per mostrare che esso, nonostante tutti gli sconvolgimenti che lo agitano, continua ad essere guidato da Dio verso un fine di salvezza.


Note: 1. I versetti tra parentesi quadre non sono compresi nel brano scelto dal liturgista per questa domenica, ma sono necessari per la comprensione di quanto dice Gesù. Anzi, sarebbe opportuno leggere e comprendere anche la parte che precede, a partire dal versetto 1 del capitolo 21, ma questo appesantirebbe troppo questa esegesi. – 2. Escatologia è un termine che deriva dalla composizione di due parole greche: “escaton” e “logos” che letteralmente significa “discorso sulle cose ultime”. – 3. L’espressione greca “dinameis ton uranon” (potenze dei cieli) non indica tanto i movimenti degli astri, ma le energie cosmiche spirituali che si frappongono, secondo la credenza ebraica, tra il cielo, dimora di Dio, e la terra, abitazione degli uomini. In tal senso la lettera agli Efesini afferma: “Anche voi eravate morti per le vostre colpe e i vostri peccati, nei quali un tempo viveste alla maniera di questo mondo, seguendo il principe delle potenze dell'aria, quello spirito che ora opera negli uomini ribelli.”. Secondo gli antichi l’aria si estende dalla terra alla luna. Per l’autore della lettera agli Efesini questo spazio è il regno delle potenze nemiche di Dio che si frappongono tra Dio e gli uomini. – 4. Fino a circa il 1950 il Talmud, il libro sacro degli ebrei che descrive la legge trasmessa oralmente da Mosè e che contiene quasi tutte le usanze e credenze ebraiche in essere all’epoca di Gesù, non poteva essere letto dai cristiani (ed in particolare dai cattolici) perché era considerato opera demoniaca. Fino al 1700 se qualcuno trovava un libro del Talmud lo bruciava nella piazza di una chiesa. Però a partire dalla metà degli anni ’50, quasi nessun esegeta si è mai più permesso di affrontare la spiegazione di un brano di vangelo senza disporre di un testo di Talmud. Nonostante questo ancora oggi non sono reperibili testi del Talmud tradotti in italiano, anche se si parla insistentemente di una traduzione che dovrebbe essere edita fra due o tre anni. Io stesso uso un testo tradotto dall’ebraico in inglese. – 5. Mi permetto di sottolineare che Marco, Matteo e Luca non parlano mai della venuta di Cristo o del Figlio di Dio, ma del Figlio dell’uomo, una allocuzione che in aramaico significa semplicemente uomo e che in Daniele (Dn 7,13-14) acquista il significato dell’uomo che raggiunge la pienezza della vita e quindi entra nella sfera divina, il destino di ciascuno dei discepoli di Gesù in ogni tempo. – 6. Per avere una cognizione di questo, è sufficiente paragonare le condizioni di vita delle popolazioni nei secoli che ci precedono con quelle attuali: pur in presenza di grosse sacche di ingiustizia, la condizione di vita media umana è nettamente migliorata. Attualmente, con l’imposizione di leggi a favore della finanza (“il mercato”) si cerca di invertire questa tendenza, ma i popoli stanno reagendo, anche se, al momento, timidamente. – 7. La C.E.I. ha tradotto l’espressione greca “stazenai emprosten” con “comparire davanti” dando il senso del giudizio divino posto su ogni uomo. Io preferisco tradurre con “stare davanti” sia perché il verbo greco “istemi” dà l’idea del porsi fermo, dello stare lì, sia perché il senso del vegliare e dello stare attenti induce immediatamente a questa traduzione. Qui non si parla di giudizio, ma di confronto tra noi e l’uomo che ha raggiunto la dimensione divina.

Avvertenza per coloro che seguono il post


Molti di voi, che sono ormai diventati miei amici, mi stanno sollecitando per un mio commento sull'enciclica "Laudato si". Mi scuso con tutti, ma il parto è lungo e laborioso perchè l'enciclica, oltre ad essere almeno al livello della Rerum Novarum e della Pacem in Terris come importanza pastorale, ha un valore teologico (e a mio avviso rivoluzionario) e il mio commento procede con lentezza perchè, per comprenderla, devo prima imparare io ad accettare le nuove visioni. E vi garantisco che non è facile. Spero di poter pubblicare il commento subito dopo Natale. Abbiate pazienza, grazie.

lunedì 16 novembre 2015

Solennità di Cristo Re



Solennità di Cristo Re – Gv 18,33b-37

Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?». Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».
[Gli dice Pilato: «Che cos'è la verità?». E, detto questo, uscì di nuovo verso i Giudei e disse loro: «Io non trovo in lui colpa alcuna»].

Anche questa vollta ho ritenuto opportuno aggiungere al brano destinato alla liturgia di questa domenica un ulteriore versetto perché, in assenza di questo, mi sembrava che la comprensione del brano fosse incompleta.
“Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: «Sei tu il re dei Giudei?»”.
Pilato(1) conosceva già qual era l'accusa che avevano fatto a Gesù; erano andati ad arrestare Gesù il nazareno, cioè il rivoluzionario; e quindi era ovvio che, come tutti i rivoluzionari israeliti, voleva restaurare il regno di Israele, cacciando i Romani.
All'epoca di Gesù le sommosse contro i eomani erano frequenti (due casi del genere si trovano in At 5,36-37 protagonisti Tèuda e Giuda il Galileo); ogni tanto sorgeva qualcuno che diceva di essere il Messia, radunava un gruppo di persone e faceva una sommossa che finiva normalmente in una strage da parte dei Romani.
“Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?»”. Come ha fatto per la guardia che lo ha schiaffeggiato (Gv 18,22-23), Gesù invita anche Pilato a ragionare con la propria testa. È interessante questo atteggiamento da parte di Gesù di fronte ai suoi nemici: Gesù, che è uomo libero, vuole estendere la sua libertà a quelli che non l'hanno. L'ha fatto prima con la guardia, ha detto: "se ho sbagliato dimostrami dove ho sbagliato, ma se ho parlato bene cosa c'entra questo schiaffo?", cioè ragiona con la tua testa e giudica.
Gesù anche a Pilato, a un pagano, a un dominatore, prova a estendere la sua libertà; Gesù in effetti non risponde alla domanda di Pilato, risponderà in seguito, ma lo invita a non essere condizionato da quello che gli hanno detto gli altri nei suoi riguardi.
“Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?»”.
Notate che c'è un enorme disprezzo in queste parole; “La tua gente…”: Gesù è stato rigettato non solo dai sommi sacerdoti, ma anche da tutto il popolo.
Nel prologo del suo vangelo, l'evangelista Giovanni aveva detto: "Venne fra la sua gente, ma i suoi non l'hanno accolto" (Gv 1,11), e più avanti nota amaramente che Gesù non era creduto da nessuno "neppure i suoi fratelli, infatti, - cioè la sua famiglia - credevano in lui" (Gv 7,5). Quindi Gesù è stato rifiutato da tutti perché l'idea che ha portato, l'immagine di Dio che ha presentato, era talmente nuova, talmente inaudita, che distruggeva alla base il radicamento di una società basata sul potere.
Gesù ha presentato un Dio che si mette al servizio degli uomini ed esclude ogni forma di dominio: allora chi domina in nome di Dio (la struttura religiosa), chi domina col potere delle armi (la struttura politica) e chi da questi due poteri si sente appoggiato per continuare a dominare (il potere del marito sopra la moglie, del padre sopra i figli, del padrone sopra i salariati ecc….), sente scricchiolare la propria sicurezza.
Quindi non sono soltanto i sommi sacerdoti, ma è tutta la società che si rivolta contro Gesù, perché se in una società si distrugge l'idea del potere e del dominio, questa società si sgretola. Allora bisogna eliminare Gesù; Gesù diviene così un criminale, talmente pericoloso per il sistema che i sommi sacerdoti e la nazione lo odiano al punto da ritenerlo più pericoloso dei pur odiati dominatori romani.
"Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo…”. Gesù non sta parlando di due mondi, un mondo celestiale e l’altro terrestre, ma sta parlando di due sistemi di vita: il “mondo” di cui parla è il sistema sul quale si regge l’impero romano.
“…se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù(2)».".
Gesù, il Dio al servizio degli uomini, è venuto ad inaugurare un regno dove il re non domina, ma si mette al servizio dei suoi, ecco perché Gesù non ha dei servitori che combattono per lui; Gesù non ha servitori, in quanto Gesù è il servo di tutti quanti: il mondo di Gesù è quello dell'amore che si fa dono e che si fa servizio, mentre il mondo al quale appartiene Pilato è il mondo del potere, il mondo dell'odio che uccide la vita.
Nessuna conciliazione è possibile fra questi due mondi: il mondo del potere è il regno della tenebra e della menzogna. Dirà Gesù parlando del potere(3), è "padre della menzogna" (Gv 8,44): questa è la caratteristica del potere. Il potere non dice mai la verità, non può dirla, perché dal momento che il potere dice la verità, si sgretola; avete trovato mai qualche politico che dica sempre la verità? Impossibile! Un politico non può dire la verità per essere eletto - perché se dicesse la verità, nessuno lo eleggerebbe - e una volta che ha il potere dovrà continuare nella menzogna.
Ho parlato del campo politico soltanto per fare un esempio, ma avrei potuto dire del campo religioso e del campo ecclesiastico; chi detiene il potere, quindi chi vuole dominare sull'altro, vive nell'ambito della menzogna, fornisce sempre e genera menzogna su menzogna per mantenersi come tale; non solo, il padre della menzogna è pure assassino e uccide(4) purché la verità non venga fuori, perché se viene fuori la verità questo potere si sgretola.
"Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?»". Per Pilato, quello che Gesù afferma è semplicemente assurdo; non comprende come sia possibile vedere in Gesù una regalità.
"Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re.." - ma attenzione, adesso vediamo di quale tipo di regalità parla Gesù - "Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità…": quindi la regalità di Gesù consiste nel manifestare la verità, la verità riguardo a Dio, in quanto ne manifesta l'amore.
Quindi Gesù è il re che, mettendo la sua vita al servizio degli altri dimostra la verità su Dio: chi è Dio? Il sovrano nei cieli che toglie le cose agli uomini? No! Dio è come Gesù che si mette in ginocchio davanti agli uomini ed elimina le loro impurità, lavando loro i piedi.
Ecco la verità su Dio: una verità che è intollerabile per ogni sistema religioso, perché ogni sistema religioso si farà scudo di Dio per dominare gli altri.
L'uomo, seguendo Gesù, è chiamato alla condizione di "figlio di Dio", cioè a essere pari con Dio. Nessuna differenza, nessun baratro fra Dio e l'uomo: questo concetto deve essere compreso assimilandolo nella nostra cultura, dove tra Dio e l'uomo esiste un abisso.
I sacerdoti a quell'epoca erano i mediatori tra l'uomo e Dio; l'uomo non si poteva rivolgere a Dio, doveva andare dal sacerdote, e il sacerdote inoltrava la supplica o la preghiera a Dio. Gesù dice: licenziate tutti i sacerdoti, perché tra Dio e l'uomo la comunicazione è immediata e non ha bisogno di nessun mediatore.
All’epoca c'era la Legge, con l’obbligo di osservanza, e Gesù dice che non c'è nessuna legge (cfr. Gal 3,13). Dio non governa i suoi dando delle leggi, che costoro devono osservare, ma Dio governa i suoi comunicando nel loro intimo la sua stessa capacità d'amore; Gesù cancella la Legge.
Cacella anche il Tempio: non c'è più da andare in un santuario perché lì si manifesta Dio (Gv 4,23-24), ma ovunque si manifesta un amore, come quello di Gesù capace di farsi dono, lì c'è la manifestazione piena e visibile di Dio.
Non c'è più bisogno di un culto da rendere a Dio, perché l'unico culto che Dio richiede è il prolungamento del suo amore: ecco la verità riguardo a Dio e riguardo agli uomini, e questo è talmente importante che Gesù dice: "…Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce»".
Noi avremmo detto esattamente il contrario: "chiunque ascolta la voce di Gesù, poi si mette nella verità". No! Per ascoltare - e ascoltare non significa sentire, significa comprendere -, per ascoltare la voce di Gesù, quindi per comprendere la parola del Signore, bisogna prima essersi messi nel campo della verità; cioè con una disposizione favorevole per il bene degli altri, altrimenti si sentirà la voce del Signore, la parola di Dio, ma non la si comprenderà mai. Chi non sta nella verità, non ascolta la voce, ed è quello che succederà a Pilato e che è successo ai sommi sacerdoti.
La denuncia che fa l'evangelista è un monito per la comunità cristiana. C'è il rischio nella comunità dei credenti di un'esuberanza di parola del Signore, nella liturgia, nelle preghiere, nelle letture, ma attenzione: tutta questa esuberanza di parola del Signore è compresa soltanto se la comunità sta nella verità, se il credente sta nella verità.
Chi, nella propria vita, domina gli altri - e ci sono tante maniere per dominare gli altri -, chi nella propria vita toglie vita agli altri, chi condiziona gli altri, può stare dalla mattina alla sera con il naso sopra la Bibbia, ma non ne comprenderà neanche una virgola.
"Gli dice Pilato: «Che cos'è la verità?»". Pilato non comprende, non può perché lui rappresenta il potere, rappresenta il dominio e non può stare dalla parte della verità.
"E, detto questo, uscì di nuovo verso i Giudei e disse loro: «Io non trovo in lui colpa alcuna»"; questo non discolpa Pilato, ma accresce la sua responsabilità: pur considerando Gesù completamente innocente, lo assassinerà.

Note: 1. L’esegesi di questo brano è stata liberamente tratta dalla conferenza “Ecce Homo” tenuta da P. Alberto Maggi OSM in Assisi dal 2 al 4 settembre 1999. – 2. La traduzione non è delle migliori, ma rispecchia l’interpretazione  tradizionale  dei due mondi, celeste e terreno, contrapposti. – 3. La parola usata nel vangelo è “diavolo” cioè colui che divide, come era d’uso nella cultura di quell’epoca; il senso, però, è quello del potere che ha come unico scopo la divisione in oppressori e sottomessi e lo fa tramite la menzogna senza la quale nessuno obbedirebbe. – 4. Non è necessario uccidere materialmente, basta usare le parole, quella che usualmente è chiamata la “macchina del fango”.