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Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


martedì 14 giugno 2011

Domenica 19 giugno 2011 - Santissima Trinità – Gv 3, 16-18

 

In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo:

«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.

Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.

Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio».

 

Sicuramente mi ripeto, ma affermo sinceramente che non sono in grado di comprendere la logica che guida i liturgisti nella scelta del brano di vangelo da proporre alle comunità cristiane in occasione di specifiche festività. A me non sembra che questo brano sia rappresentativo della teologia della Trinità ed inoltre il brano, già difficile di per se, diventa del tutto incomprensibile se non lo si legge nella sua interezza (Gv 3, 1-21):

 

Vi era tra i farisei(1) un uomo di nome Nicodèmo, uno dei capi dei Giudei. Costui andò da Gesù, di notte, e gli disse: «Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui». Gli rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall'alto, non può vedere il regno di Dio».Gli disse Nicodèmo: «Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?». Rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall'alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito». Gli replicò Nicodèmo: «Come può accadere questo?». Gli rispose Gesù: «Tu sei maestro d'Israele e non conosci queste cose? In verità, in verità io ti dico: noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo ciò che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza. Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell'uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.

Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio.

E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

 

Il brano, per quanto possa apparire strano agli occhi di un lettore moderno, è un tentativo di contatto e di accordo tra due "partiti politici" che in quel momento andavano per la maggiore in Israele, quello dei farisei ed il movimento di Gesù. Ho detto partiti politici per cercare di rendere comprensibile al lettore odierno una concezione molto lontana dalla sua mentalità: la coincidenza, o meglio l'identificazione, tra politica e religione presente nel mondo antico ed in Iraele in modo particolare.

I farisei si erano stupiti del coraggio manifestato da Gesù al momento della sua irruzione nel Tempio di Gerusalemme per cacciare i mercanti (Gv 2,13-17) dando, con questo gesto, un segnale significativo anche per la classe sacerdotale.

In effetti, opponendosi risolutamente al potere dei partiti ebraici conservatori (e, almeno in parte, collaborazionisti con Roma), Gesù aveva saputo destare l'attenzione della fazione farisaica, di tendenze più nazionalistiche, anche se questa attenzione non si era tradotta al momento in un appoggio esplicito al suo movimento. Proprio per questo uno dei loro capi, Nicodemo, va a trovarlo "di notte", cioè di nascosto, in privato, per valutare la possibilità di una intesa.

Nicodemo è un tipico rappresentante della religiosità, della cultura e del diritto giudaico. Ha forti difficoltà, però, ad entrare nello spirito delle parole di Gesù, nonostante sia anch'egli possessore della cultura ebraica; Gesù infatti applica una ermeneutica nuova, una nuova interpretazione della Scritture e invita i suoi interlocutori a non fermarsi alla lettera degli scritti ma a coglierne lo spirito ed i sensi più veri.

Nicodemo si trova così spiazzato e Gesù è costretto ad andagli incontro aprendo un'area di dialogo sull'amore di Dio-Padre per il mondo intero e sulla comprensione della sua figura e sulla sua missione. Vediamo come questo avviene:

«Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; …».

La frase di Nicodemo riflette chiaramente l'intento d'incasellare il gesto eversivo di irruzione nel Tempio in uno schema precostituito: "Sappiamo che sei un maestro venuto da Dio". I farisei hanno compreso che Gesù ha una ispirazione divina, ma i farisei si guardarono bene dal mostrarlo pubblicamente.

Ispirazione divina si, ma da parte di quale Dio? O meglio, di quale interpretazione di Dio(2)? Un uomo "timorato di Dio(3)" avrebbe forse avuto il coraggio di opporsi al potere politico-religioso dei sacerdoti, fino al punto d'entrare con la forza nel recinto sacro del tempio? Forse Gesù aveva voluto "purificare" il tempio solo perché mosso da uno sdegno di tipo morale?

"…nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui". Ecco lo schema precostituito applicato alla realtà: Gesù aveva compiuto un'azione che anche un vero fariseo, virtualmente, avrebbe dovuto compiere. Nicodemo è dunque andato a trovarlo per convincerlo a diventare un seguace del proprio partito.

Gesù declina l'offerta e ribatte: "…se uno non nasce dall'alto, non può vedere il regno di Dio." Cioè, trasformandolo in linguaggio moderno: per poter avere una politica alta, veramente rivoluzionaria, occorre vivere anche una prassi rivoluzionaria; infatti il popolo non sa che farsene delle buone intenzioni dei farisei, se ad esse non corrispondono azioni concrete e coerenti.

Nicodemo si giustifica dicendo: "Come può un uomo nascere quando è vecchio?". Nicodemo fa riferimento alle sconfitte subite fino ad allora dai farisei: è giusto pretendere una maggiore coerenza da un partito che lotta per la liberazione antiromana, ma bisogna anche considerare le grandi delusioni sofferte nel passato.

Maggiore coerenza esisteva quando il movimento farisaico era giovane, ora però si può sperare di sopravvivere solo cercando il compromesso. Ecco perché non si può appoggiare pubblicamente un'iniziativa così radicale come quella dei nazareni.

Se le cose stanno così, obietta Gesù, il vostro partito non potrà far nulla per la liberazione d'Israele: "…se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall'alto…".

Il destino dei farisei, per Gesù, è segnato: o si rinnovano o periscono; ma per potersi rinnovare essi devono accettare una verità difficile: "…Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito…" In altre parole: o i farisei ridimensionano la loro pretesa di porsi come unico partito alternativo al potere dominante, oppure saranno emarginati da nuove forze sociali, più giovani e più coraggiose, soprattutto più coerenti con gli ideali di giustizia e liberazione nazionale. In ogni caso rischiano di vivere un ruolo subalterno, all'ombra dei partiti più conservatori.

Nicodemo insomma dovrebbe accettare, secondo Gesù, l'idea di una pluralità di forze sociali, tra loro paritetiche, provenienti da esperienze eterogenee, in grado di opporsi, in maniera più o meno efficace, con mezzi e strumenti diversi, al sistema dominante.

Nicodemo però resta scettico: "Come può accadere questo?", com'è possibile che forze non istituzionalizzate possano lottare per la realizzazione del regno di Dio? Come potranno queste forze, una volta cacciati i romani e sconfitti i collaborazionisti, governare il Paese? Come può il popolo governare se stesso?

"Tu sei maestro d'Israele e non conosci queste cose?" risponde Gesù, se il movimento di Nicodemo non è capace d'insegnare al popolo ignorante come vivere senza padroni, come può pretendere che il popolo lo ascolti? Come potranno i farisei lottare per l'indipendenza nazionale se sin da adesso non sono capaci di pensare in modo democratico?

"…noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo ciò che abbiamo veduto...", dice Gesù, perchè il movimento nazareno vive tra le masse e non nel palazzo o non solo nelle sinagoghe.

"…ma voi non accogliete la nostra testimonianza…" certo non allo stesso modo dei partiti conservatori, che la rifiutano a priori, ma quasi. Se aveste appoggiato la cacciata dei mercanti del tempio, ora saremmo per tutti degli interlocutori credibili, perché temuti. 

"Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell'uomo". Se non seguite le mie indicazioni nelle piccole cose, come potrete seguirmi nelle cose più alte? Solo io vi posso parlare del nostro futuro, ma per far questo "E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna" dovrò essere ucciso perché diventi chiaro a tutti che le mie parole contengono la verità per non rinnegare la quale si può anche morire.

La breve pericope di Gv 3,16-18 ci offre un elemento connotativo della figura di Dio Padre: "Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna".

Sono versetti che spiegano la concezione politco-religiosa di Gesù e che implicitamente invitando ad una sorta di rilettura di alcune parti dell'AT.

Il dono del Figlio che indica agli uomini come rendere felice la propria vita(4), è il dono più grande del Padre: "…Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio…" Gesù compiange chi non ha il coraggio di accogliere il suo messaggio e, finalmente, vivere sereno, senza la condanna dell'ansia e della paura.

L'enfasi posta sul verbo amare al tempo passato solleva un velo sull'atteggiamento di amore che Dio ha sempre nutrito nei confronti dell'umanità e che costituisce il filo conduttore dell'AT.

Il verbo amare risulta così la insondabile chiave di lettura delle Scritture bibliche e non mancano sorprendenti e utili implicazioni ecumeniche sia nei rapporti ebraico-cristiani, sia in riferimento all'intero quadro dei rapporti interreligiosi con le altre fedi.

Lo scopo di questa base biblica rimane quella di voler segnalare che Dio è amore, non nel senso romantico o confessionale del termine. Egli rivolge la sua attenzione salvifica verso tutti gli uomini e verso tutte le culture alle quali potrebbe porsi come risposta alle loro domande espresse o implicite.

A questo punto è necessario accennare ai 'semi del Verbo', cioè a quei tratti esigui di verità cristiana presenti nelle grandi culture da noi dette pagane. Da Giustino (100-165 d.C.) a Jacques Dupuis(5)(1923-2004) quella dei 'semi del Verbo' è una ricerca che, a vario titolo, impegna teologi e studiosi di ogni epoca; ma senz'altro oggi più di ieri: quello dei 'semi del Verbo' è un orientamento di ricerca che impegna teologi e studiosi anche in questo nostro tempo.

"E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

La comunità cristiana secondo il vangelo di Giovanni deve essere il luogo dove splende la luce. La luce non lotta contro le tenebre, la luce deve splendere. E quando la luce allarga il raggio d'azione della sua luminosità, la tenebra si ritira.

Allora, quanti vivono secondo una direzione sbagliata di vita e vedono brillare la luce di questa comunità e se ne sentono attratti ed entrano entro il raggio d'azione di questa luce, il loro passato viene completamente cancellato.

Quanti al contrario sono nelle tenebre e vedono in questa luce una minaccia al loro interesse, al loro prestigio, man mano che la luce si allarga, si ritirano sempre più nelle tenebre, vanno sempre più nella parte più tenebrosa, perché come ha detto Gesù chi fa il male odia la luce.

 

Note: 1. La corrente dei farisei costituisce, probabilmente, il gruppo religioso più significativo all'interno del giudaismo nel periodo che va dalla fine del II sec. a.C. all'anno 70 d.C. ed oltre. i farisei corrispondono ad una nuova aristocrazia fondata sulla cultura, ossia sulla conoscenza della Scrittura. Con essi si viene così a creare nella società ebraica una classe di intellettuali e di persone colte, in opposizione alla vecchia aristocrazia chiusa e tradizionalista. L'ambiente fariseo comprendeva gli scribi, vale a dire quanti insegnavano la Legge; ma gli scribi non erano necessariamente farisei. Pur annoverando nel suo seno individui spregiudicati, il movimento fariseo rappresentava nel giudaismo la corrente più fervente, più aperta e più moderata; furono chiamati da Giuseppe Flavio col nome di farisei (in ebraico pherushim, in greco pharisaion), ossia i "separati" o i "dissidenti". Probabilmente il termine fu coniato dagli oppositori con intento dispregiativo; tra loro si chiamavano invece chaverìm (congregati, compagni).

Sul piano dottrinale, i farisei erano intransigenti sulla sostanza della fede e della legge, ma duttili sulle sue applicazioni. Grandi figure di farisei hanno costellato il periodo ellenistico-romano: Hillel sotto il regnodi Erode, fu l'iniziatore della cultura farisea; di posizioni moderate, aveva in Shammaii un interlocutore dalle rigide tesi dottrinali.

  

Fallita la ribellione dei giudei contro i romani che comportò la distruzione di Gerusalemme, i farisei emersero dalla catastrofe che aveva travolto la loro nazione quale unica corrente spirituale vitale, capace di coagularne attorno a sé i resti che non vennero assimilati dalla società romano-ellenica o che non si convertirono al cristianesimo. Dai farisei trae origine l'ebraismo rabbinico o moderno. – 2. La domanda è essenziale perché i farisei e il movimento di Gesù avevano due interpretazioni di Dio del tutto diverse. I farisei avevano una comprensione di Dio di tipo giuridico, cioè legata alla Legge. I secondi vedevano Dio come emanazione di amore svincolata da ogni legge e costrizione. – 3. Il concetto di uomo "timorato di Dio", tipicamente farisaico, è molto simile al concetto di "giusto", cioè di uomo che segue la Legge in modo rigido, quasi ossessivo. E' evidente che nel movimento di Gesù non potevano esistere uomini "timorati di Dio" perché tutti si sentivano amati da Dio. – 4. L'allocuzione "vita eterna", che non rappresenta la migiore traduzione dal greco, deve intendersi come una vita di una qualità tale da superare la morte e quindi divenire eterna. Come è facilmente riscontrabile leggendo gli scritti dei primi cristiani, la vita eterna comincia per ogni uomo nel momento della nascita e non del concepimento come oggi si ritiene in ambito cattolico, in quanto la parola vita nei vangeli è sempre collegata alla vita intellettiva di relazione, inesistente nel feto (secondo S.Agostino fino al terzo mese di gravidanza). Questa interpretazione del verbo greco zao (vivere) è abbastanza recente. In passato lo si riteneva un sinonimo di byoo ed in italiano era entrato in uso con questo significato (ad esempio: giardino zoologico). Oggi, sulla base dell'esame di migliaia di testi antichi possibile solo con le tecnologie moderne, si attribuisce a questo verbo un significato più preciso volto a descrivere una vita fatta di relazione con il mondo e con gli altri ad un livello superiore e distinto dalla vita biologica. Interessante il fatto che nella traduzione dall'ebraico al greco detta dei Settanta (II secolo a.C.), quando nella Genesi Dio crea l'uomo e gli dà la vita con il proprio alito, il traduttore usa il termine zoe e non byos. Gli studi proseguono perché da questa constatazione potrebbe derivare una diversa definizione di "persona umana". – 5. Gesuita belga esperto nel dialogo interreligioso con l'induismo. Nel 2001 il suo libro Toward a Christian Theology of Religious Pluralism condusse Dupuis ad essere censurato dalla Congregazione della Dottrina della Fede: erano state notate alcune ambiguità per le quali sono stati chiesti chiarimenti, ma Dupuis non è mai stato condannato. Nello stesso anno Papa Giovanni Paolo II ha riconosciuto il lavoro pionieristico di Padre Dupuis nell'aprire la strada al significato delle altre religioni, in God's plan of salvation of mankind.

 

 

 

martedì 7 giugno 2011

Domenica 12 giugno 2011 – Domenica di Pentecoste – Gv 20,19-23

 

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.

Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

 

 

Sia questo brano del vangelo di Giovanni che il brano degli Atti degli Apostoli (At 2,1-11) proposto dal liturgista come prima lettura di questa domenica, parlano dello stesso avvenimento, ad ulteriore conferma che i vangeli e gli altri scritti del NT non sono racconti di natura storica, ma essenzialmente teologica.

Questo vuol dire che la verità di fede espressa dalla Pentecoste risiede nella donazione dello Spirito ai seguaci di Gesù; il modo con cui questo avviene ha relativamente poca importanza(1) ed è affidato all'abilità letteraria dell'evangelista.

Nel brano di vangelo in questione l'evento ha luogo nello stesso giorno della risurrezione, cioè il primo dopo il sabato: si tratta dunque del primo giorno della settimana, che, come l'inizio della creazione, segna la nascita di un mondo nuovo. È anche il giorno dell'assemblea cristiana.

"…dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei…"

Nella costruzione della frase, la parola «discepoli» non indica semplicemente i Dodici (ora ridotti a undici), ma tutti i seguaci di Gesù, sia attuali che futuri: infatti Giovanni, sa distinguere, quando lo ritiene opportuno, i Dodici da tutti gli altri (cfr. Gv 6,66-67).

Sebbene le porte del luogo in cui si trovano i discepoli siano chiuse per timore dei giudei, Gesù non ha difficoltà a entrare: egli "si ferma" (in greco estê, stette in piedi) in mezzo a loro, indizio questo di un nuovo modo di stare con loro diverso da quello precedente la sua morte in croce.

Presentandosi in mezzo ai discepoli, egli dice loro: "Pace a voi" (in ebraico shalôm aleichem).

Questo saluto è tipico del costume ebraico(2); ma fra poco apparirà che con esso egli intende esprimere qualcosa di più di un semplice saluto.

Gesù, dopo aver pronunciato la parola pace, cioè felicità, testimonia (quello che si dice deve sempre essere testimoniato) a questi discepoli che si erano nascosti per paura di fare la fine di Gesù, ciò che lui ha fatto per loro; mostra i segni dei chiodi nelle mani.

Non è sbagliato a questo punto ricordare che l'ordine di cattura non era solo per Gesù, ma per tutto il gruppo perché pericoloso non è Gesù, pericoloso è il suo messaggio(3). Al momento della cattura, Gesù, che si trova momentaneamente in una posizione di forza(4), dice: se cercate me, lasciate che questi se ne vadano; in buona sostanza fa un baratto. E' il pastore che dà la vita per le pecore.

Gesù mostra loro le mani e il costato: con questo gesto egli intende non soltanto dimostrare la realtà della sua presenza, ma anche ricordare come sia proprio in forza della sua morte in croce che egli si presenta a loro nella sua nuova realtà.

L'apparizione di Gesù provoca nei discepoli una reazione di profonda gioia: non si tratta semplicemente della soddisfazione di rivedere in vita una persona cara, ma piuttosto della gioia escatologica(5), strettamente collegata con la pace, che la presenza di Gesù porta con sé, in quanto significa l'adempimento della salvezza.

L'evangelista non dà altri dettagli circa l'apparizione del Risorto, ma si limita a riferire il messaggio da lui rivolto ai discepoli.

Anzitutto Gesù ripete il saluto: "Pace a voi". L'usuale formula di saluto diventa qui espressione di un dono che ha per oggetto la pace, promessa da Gesù durante l'ultima cena (cfr. Gv 14,27) e attuata in forza della sua morte. Egli poi prosegue: "Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi".

Il dono della pace non riguarda solo i discepoli, ma deve essere esteso a tutta l'umanità. Perciò si giustifica il loro invio, che è chiaramente universale: esso infatti non è solo modellato su quello che era stato l'invio di Gesù da parte del Padre, ma ne è anche e soprattutto la conseguenza e il prolungamento. Si attuano così le parole con cui Gesù, nell'ultima cena, ha affidato ai discepoli il compito di continuare nel mondo l'opera da lui attuata nella sua morte (cfr. Gv 13,20; 17,17-19).

Gesù poi, alitando sui discepoli, conferisce loro lo Spirito. Anch'esso era stato promesso nei discorsi della cena (cfr. Gv 14,16-17.26; 15,26; 16,13): il gesto di alitare (emphysaô), che è suggerito dal termine «Spirito» (pneuma, soffio), richiama il racconto della creazione del primo uomo, che è diventato un essere vivente solo in forza del soffio divino (Gen 2,7), suggerendo così nuovamente che la venuta dello Spirito rappresenta una nuova creazione. Lo Spirito viene direttamente da Gesù, rappresenta quindi la potenza di Dio che promana dalla sua persona, dalla sua opera e dalla sua morte in croce, dove egli «ha dato lo Spirito» (Gv 19,30). Solo lo Spirito è in grado di assimilare profondamente i discepoli al Maestro, mettendoli in piena sintonia con le sue aspirazioni e i suoi progetti.

Come conseguenza di questo dono egli dà ai discepoli la capacità di rimettere i peccati: «A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi».

Giovanni fa uso a modo suo di questo antico detto per delineare il compito che i discepoli, guidati e animati dallo Spirito, dovranno portare a termine in questo mondo: in sintesi essi dovranno rendere presente la salvezza operata da Cristo, significata nel termine "pace", che comporta l'eliminazione del peccato e la riconciliazione di tutti gli uomini con Dio e tra di loro.

Non si dice in che modo dovranno attuare il mandato di Gesù, ma si suppone che essi dovranno farlo secondo le modalità da lui adottate, cioè mediante l'annunzio, l'insegnamento, l'esempio, impegnandosi per la formazione di comunità vive in cui tutti fanno l'esperienza dei nuovi rapporti instaurati da Gesù(6). Solo in seguito, il brano sarà letto, come spesso hanno fatto i padri e i teologi nei secoli successivi, in riferimento ai sacramenti che significano e attuano il perdono (battesimo e confessione7).

Non è un potere che Gesù concede ad alcuni, ma una capacità, una responsabilità di tutta la comunità cristiana. La comunità cristiana secondo il vangelo di Giovanni deve essere il luogo dove splende la luce. La luce non lotta contro le tenebre, la luce deve splendere. E quando la luce allarga il raggio d'azione della sua luminosità, la tenebra si ritira.

Allora, quanti vivono sotto la sfera del peccato - e la lingua greca distingue vari modi di peccato: il termine adoperato dall'evangelista non indica la colpa occasionale, lo sbaglio, ma indica una direzione sbagliata di vita - ebbene, assicura Gesù, quanti vivono una direzione sbagliata di vita e vedono brillare la luce di questa comunità, vedono lo splendore di questo amore e se ne sentono attratti ed entrano entro nel raggio d'azione di questa luce, il loro passato viene completamente cancellato.

Quanti al contrario sono nelle tenebre e vedono in questa luce una minaccia al loro interesse, al loro prestigio, man mano che la luce si allarga, si ritirano sempre più nelle tenebre, vanno sempre più nella parte più tenebrosa, perché come ha detto Gesù chi fa il male odia la luce.

Quindi non è un potere che Gesù ha dato ad alcuni, ma una responsabilità di tutta la comunità. La comunità cristiana deve essere talmente traboccante d'amore (Giovanni usa l'immagine del profumo che inonda tutta la casa) che quanti sentono il desiderio di pienezza di vita e se ne sentono attratti, hanno il passato cancellato e quindi possono cominciare una vita nuova. Quanti invece non vogliono questo man mano che la luce si espande, loro si ritirano sempre più nella cappa delle tenebre e dove ci sono le tenebre non c'è vita, c'è la morte.

 

Note: 1. In effetti le due modalità del dono hanno avuto conseguenze importanti: nel vangelo di Giovanni lo Spirito è donato attraverso Gesù; negli Atti lo Spirito si comporta come persona autonoma. La concezione teologica giovannea è seguita dalla Chiesa Ortodossa, mentre la concezione teologica lucana è seguita dalla Chiesa Cattolica (e da alcune chiese protestanti). – 2. Il significato di questo saluto nella cultura ebraica va al di là di quello che è il significato etimologico della parola pace; con questa parola si augura all'oggetto del saluto la prosperità materiale, figli maschi numerosi, una moglie operosa e una morte "sazio di anni", quindi una vita in accordo con Dio e con gli uomini. – 3. Tanto è vero che quando Gesù si troverà davanti al Sommo Sacerdote, questi ignora Gesù, gli chiede soltanto dei discepoli, vuole sapere dove sono, cosa fanno e Gesù non risponde per proteggerli. – 4. In prossimità della Pasqua vi erano in Gerusalemme decine di migliaia di pellegrini, molti dei quali Galilei, con i quali non si poteva scherzare. I Galilei erano teste calde, quasi tutti armati e quasi tutti appartenenti al movimento degli zeloti, pronti a difendere un loro concittadino dalle malsane idee dei fratelli della tribù di Giuda. I Galilei, durante la Pasqua, vivevano quasi tutti nelle grotte esistenti lungo le pendici del Monte degli Ulivi, dove, molto probabilmente, anche Gesù e i Dodici avevano affittato una grotta per dormire. Queste grotte sono ancor oggi visibili e visitabili da chi si reca in Terra Santa. Sarebbe bastato un grido di aiuto di Gesù e i galilei presenti avrebbero facilmente avuto ragione delle guardie del Tempio che, per disposizione romana, non potevano essere armate che di bastoni. – 5. Ovvero la gioia relativa all'avverarsi delle profezie degli "ultimi giorni". – 6. La Celebrazione Comunitaria del sacramento della Riconciliazione tramite la lettura ed il commento di un brano di vangelo, in sostituzione della formula tridentina (vedi Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1482), parte esattamente da questa constatazione teologicamente molto importante. Sottolineo il rammarico che questa modalità celebrativa sia quasi mai applicata nelle parrocchie italiane in contrapposizione a quanto fatto in quelle estere (ho avuto esperienze dirette in Francia, Svizzera, Olanda, Germania ed in USA) ove spesso è affiancata anche dalla assoluzione dall'altare, visto l'esiguo numero di sacerdoti esistente. E la partecipazione dei fedeli è imponente, specie se paragonata a quanto accade in Italia. – 7. Penso sia opportuno ricordare che la frase: "a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati" non va intesa come una facoltà dei discepoli (che, del resto, sarebbe in contrasto con altre parole di Cristo e con il Padre Nostro) ma un avvertimento che sottolinea una responsabilità che tutti noi abbiamo nei confronti degli altri in caso di un nostro rifiuto al perdono.

 

 

 

 

 

 

 

martedì 31 maggio 2011

Domenica 5 giugno 2011 – Ascenzione del Signore – Mt 28,16 - 20

Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

 

Per comprendere appieno il significato di questo brano è indispensabile, come spesso accade, conoscere bene il brano che lo precede, altrimenti le parole dell'evangelista cadono nel vuoto di un devozionismo inutile e, generalmente, dannoso come tutti gli atti di devozione.

Al versetto 6 dello stesso capitolo l'angelo del Signore annunzia alle donne: "Non è qui. È risorto". Non è vero che Dio l'aveva abbandonato, non è vero che Dio lo aveva maledetto, ma in lui Dio ha manifestato tutta la potenza della creazione.

Gesù per tre volte aveva annunziato la sua morte e la sua resurrezione, ma i discepoli non avevano capito assolutamente niente, perché i discepoli seguivano Gesù animati da desideri di ambizione, litigando tra loro per sapere chi era il più importante.

"…venite, guardate il luogo dove era stato deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: "È risorto dai morti,…" e adesso una indicazione abbastanza strana ed incoerente "…ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete". Ecco, io ve l'ho detto".

Notate qui l'apparente incongruenza: Gesù è stato assassinato a Gerusalemme, è stato seppellito a Gerusalemme, resuscita a Gerusalemme, i discepoli stanno a Gerusalemme, una volta resuscitato quello che ci aspetteremmo, la cosa più normale, è che compaia ai suoi discepoli a Gerusalemme. Sul vangelo di Giovanni si legge che la sera di quello stesso giorno della resurrezione, Gesù apparve ai discepoli, che erano chiusi in casa per paura dei giudei e la cosa è comprensibile.

Il vangelo di Matteo non è d'accordo: "...vi precede in Galilea; là lo vedrete". Da Gerusalemme alla Galilea, a quell'epoca andavano a piedi, c'erano circa quattro giorni di cammino. Perché ritardare di quattro giorni l'importante e decisiva esperienza della resurrezione?

"…con timore e gioia grande le donne corsero a dare l'annuncio ai suoi discepoli".

Nel mondo ebraico la donna non era considerata proprio un essere umano, era qualcosa che era riuscita male al Padreterno. Ebbene, nei vangeli le donne non solo vengono eguagliate ai maschi, ma sopravanzano i maschi stessi perché sono le uniche a compiere la stessa azione che, nella simbolica ebraica, era riservata ai sette angeli del servizio divino: l'evangelista, scrivendo «dare l'annuncio», (il termine «annuncio», in greco, ha la stessa radice della parola «angelo»), indica che le donne non solo sono equiparate agli uomini, ma sono equiparate agli esseri più vicini a Dio.

"Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono".

Sono indicazioni sulla realtà dell'individuo che è passato attraverso la morte: gli prendono i piedi, quindi c'è come una fisicità, ma dall'altra c'è una condizione nuova, lo adorano come si adora Dio.

" Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno»". E' la prima volta che Gesù si rivolge ai discepoli chiamandoli fratelli, e di nuovo Gesù insiste «vadano in Galilea, là mi vedranno».

Notate questa insistenza, per sperimentare che Gesù è resuscitato non si deve andare a Gerusalemme: man mano che si avvicina il momento dell'incontro con Gesù resuscitato c'è una accurata selezione, le persone ambiziose come la madre dei figli di Zebedeo sono escluse, le guardie sono escluse e coloro che appartengono all'istituzione religiosa sono escluse dalla presenza e dalla esperienza di un Dio vivo.

"Gli undici intanto andarono in Galilea…", notate adesso il particolare: "…sul monte che Gesù aveva loro fissato".

Tre volte abbiamo nel vangelo l'invito ad andare in Galilea, ma mai viene specificato il monte sul quale andare. Il monte non è un luogo geografico, non è un'indicazione topografica, quella che l'evangelista ci dà è una indicazione teologica. Nell'antichità, essendo il monte il luogo della terra più vicino al cielo, esso era condiderato il luogo della residenza degli dei(1).

Questo «il monte» nel vangelo di Matteo è già stato presentato come il luogo dove Gesù ha annunziato il suo messaggio fondamentale: il monte delle beatitudini.

Questa è l'indicazione che l'evangelista ci sta dando: chi vuole sperimentare nella sua esistenza la presenza di Gesù vivo e vivificante, del Risorto, deve essere fedele al programma di Gesù che è stato espresso e formulato nelle beatitudini.

Quindi questo è il monte nel quale la comunità si impegna a essere responsabile della felicità degli altri. Costoro, solo costoro, fanno l'esperienza di Gesù resuscitato.

"Quando lo videro…", quindi lo vedono, "…gli si prostrarono innanzi…". E qui c'è un verbo strano "…ma dubitavano".

Perché dubitano? Lo vedono e quindi sono certi che Cristo è resuscitato! Gli si prostrano innanzi, riconoscono che in lui c'è la condizione divina, ma dubitano. Questo verbo, dubitare, è apparso un'altra volta nel vangelo di Matteo, quando Gesù cammina sulle acque ed è attribuito a Pietro (Mt 14,31).

Vedono Gesù resuscitato, lo sperimentano, ma sanno che per raggiungere questa condizione bisogna passare attraverso il dolore della vita, la persecuzione e forse la croce e la perdita della propria vita. Pertanto non dubitano della presenza di Gesù resuscitato, dubitano della propria capacità di seguire Gesù fino a questa condizione.

"Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato".

L'incarico finale che Gesù dà ai suoi discepoli non è tanto quello di annunciare una novità teologica, ma di praticarla.

Infatti Gesù non incarica i suoi di andare a proporre una dottrina, un dogma, ma di trasmettere le proprie esperienze vitali. Questa è una cosa importantissima, perché da qui si basa la riuscita o meno della trasmissione di un messaggio; un conto è trasmettere dottrine, un conto è trasmettere percezioni vitali. Le prime non riescono quasi mai a modificare una vita, le seconde quasi sempre.

Le ultime parole di Gesù sono: "… fate discepoli tutti i popoli… ". Questo, per la mentalità ebraica, era qualcosa di inaudito! Nella mentalità ebraica si pensava che il re dei Giudei, il re di Israele avrebbe dovuto sottomettere tutte le nazioni pagane, dominarle, assoggettarle e sfruttarle. C'è un brano nei "deliri" del testo di Isaia, poi passati come profezie, dove si dice che quando sarebbe venuto questo tempo ogni ebreo avrebbe avuto come schiavi i principi pagani e le principesse pagane come serve (cfr. Is 60,1-22).

Nel Talmud, che ama sempre le cose chiare, si prescrisse addirittura il numero dei servi pagani che l'uomo ebreo avrebbe avuto: 2480(2) per l'esattezza.

In contrasto con questa mentalità, le ultime parole di Gesù non sono un invito ad andare a dominare le nazioni pagane, ma a renderle sue discepole. In qual modo? Non attraverso l'annuncio di una dottrina o di un dogma, che presuppone una superiorità ed una esclusività che tende a sovrastare l'altro, a fargli violenza, ma dice il testo: "…battezzandoli… ".

Per comprendere il significato di questo atto dobbiamo spogliarci delle nostre tradizioni, dei catechismi, dei 2000 anni di storia della Chiesa. Dobbiamo tornare agli anni 70-80 d.C., al tempo in cui Matteo ha scritto il suo vangelo. Allora il significato del battesimo era diverso; non era stato ancora teorizzato come sacramento ed era ancora una atto antico, probabilmente risalente ad un paio di millenni prima, che da poco più di cinquanta anni era stato riscoperto dai movimenti battisti dei quali quello di Giovanni il Battista è citato nei vangeli.

Il verbo "battezzare" in greco ha due significati: "impregnare" o "immergere nell'acqua", ed entrambi i due significati sono presenti nell'espressione "…battezzandoli… ".

Gesù non chiede, naturalmente, di andare ad amministrare il rito liturgico del Battesimo(3), Gesù era contrario in modo netto ad ogni tipo di rito(4). Gesù intende invece di immergere i popoli nella stessa esprienza che i discepoli avevano vissuto con lui, trasmettendogli il concetto di amore disinteressato come fonte e luce di vita per ciascuno.

Questa immersione nel messaggio di Cristo è per "…tutti i popoli…" nessuno escluso. Questa non è una costatazione ovvia: la storia della Chiesa ha dimostrato e continua a dimostrare come l'esclusione di alcuni è la norma di comportamento dei cristiani, nonostante che dall'approfondimento dei testi del vangelo esce una cosa molto chiara, il vangelo è scritto tutto per tutti.

Non c'è una sola riga del Vangelo che riguardi una categoria particolare di persone o, viceversa tenda ad escluderne altre. .

Dico questo perché, almeno in passato, il vangelo è stato sfogliato come una cipolla: questo è per il Papa, questo riguarda i Vescovi, quest'altro è per i preti, ai poveri laici rimane poco o soltanto quello da osservare e da ubbidire. Questo chiarimento è necessario perché molti vedono in questo passo un invito a esercitare liturgicamente il sacramento del Battesimo, o addirittura ad imporlo. Non è affatto questo!

È l'incarico di ogni credente, di ogni comunità quello di rendere discepole di Cristo tutte le nazioni e per nazioni si intendono tutte le nazioni pagane, quelle che nella mentalità dell'epoca erano le più lontane da Dio. Gesù dice che non esiste una categoria di persone che per la loro condotta religiosa o per il loro comportamento morale possa essere esclusa dall'azione dell'amore da parte dei credenti.

Era una novità tremenda duemila anni fa, forse lo è ancora oggi! Quindi la proposta di Gesù è quella di immergere queste nazioni, di inzupparle, "…nel nome dei Padre, del Figlio e dello Spirito Santo".

Questo non è un invito o una formula liturgica. Gesù dice: il vostro incarico è immergere, inzuppare le nazioni pagane, ogni individuo appartenente a queste nazioni, nella realtà profonda che è nel Padre (Padre è colui che comunica incessantemente la vita), nel Figlio (il Figlio è il modello realizzato di questa vita) e nello Spirito Santo (questa forza d'amore), "…insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato…".

Gesù non manda ad insegnare un messaggio, ma ad insegnare una pratica, un modo di vita descritta nei "comandi" di Gesù.

Questo termine "comando(5)" riferito al messaggio di Gesù, è diretto, come abbiamo visto, alle beatitudini. Le beatitudini possono essere riassunte in questa formulazione: sentitevi responsabili della felicità degli altri, così permetterete a Dio di sentirsi responsabile della vostra felicità. Gesù assicura: "Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni…".

Con questa espressione, "Io sono con voi", Matteo chiude quella linea teologica che aveva iniziato con le prime battute del vangelo, dove, presentando Gesù, lo aveva definito "l'Emmanuele", cioè il "Dio con noi". È una semplice espressione, una formula, ma che ha provocato un terremoto senza pari nell'istituzione religiosa giudaica, e non solo in quella,

perché la religione viveva e vive della lontananza tra Dio e gli uomini!

La religione fa in modo che Dio sia sempre più lontano e inaccessibile agli uomini, perché giustifica così la sua presenza. Se Dio è lontano dagli uomini, se gli uomini non gli si possono rivolgere, hanno bisogno di mediatori, ed ecco allora i sacerdoti. Questi mediatori, a loro volta, si possono rivolgere a Dio soltanto mediante riti, spesso complicati, ed ecco la liturgia. Ci vuole un luogo, non tutti i luoghi sono adatti a svolgere queste pratiche, ed ecco il tempio. Tutto l'insieme della religione si basava sulla lontananza e inaccessibilità di Dio e sulla difficoltà della gente di potersi avvicinare.

Ebbene, con una sola pennellata Matteo cancella tutto questo. Matteo, che riassume il messaggio di Gesù, lo presenta come il Dio con noi. E Gesù lo conferma con le sue ultime parole nel vangelo: "Io sono con voi".

Abbiamo detto che tutto questo porta ad un grande cambiamento, ad una grande novità nel panorama religioso, perché non basta che Dio sia con noi, non basta che Gesù assicuri la comunità che, a condizione della pratica delle beatitudini, sarà con essa tutti i giorni e quindi non c'è più da ricercare un Dio lontano, ma da accoglierlo e con lui e come lui andare agli altri, ma c'è un qualcosa in più che Gesù fa: testimonia che la presenza di questo "Dio con noi" è il servizio a favore degli uomini. Inaudito!

La religione, il concetto stesso della religione si basa sul servizio che l'uomo deve rendere a Dio, un servizio, per lo più, manifestato ed esercitato nel culto.

Un Dio che continuamente chiede, un Dio che diminuisce l'uomo chiedendogli le sue energie, il suo tempo e le sue cose. Da questi concetti nascono tutta una serie di offerte date a Dio per ottenere il suo beneplacito, il suo gradimento.

Gesù, il "Dio con noi", dice: "Io sono in mezzo a voi" non per essere servito, ma per servire! È un'espressione che provoca un terremoto, perché se Dio non chiede più di essere servito, ma si mette a servire, se Dio non chiede più niente all'uomo, ma è Lui che dona, tutto quel castello che in nome della religione era stato costruito crolla improvvisamente.

Non servono più i sacerdoti, perché è Dio stesso che prende l'iniziativa di servire i suoi, e qualunque persona o istituzione che si metta tra Dio e l'uomo è un impedimento.

Non c'è più bisogno di un tempio, perché Dio è con noi, è il Dio della comunità, e non c'è più bisogno di particolari riti, di particolari liturgie, perché Dio li mette da parte.

E soprattutto, ed è questo che causa l'allarme al tempio di Gerusalemme, non c'è più bisogno dell'offerta a Dio.

Per comprendere la gravità di questo messaggio c'è bisogno di un piccolo flash che ci faccia capire com'era l'istituzione religiosa giudaica, che si basava tutta sul concetto di un Dio che continuamente chiedeva, un Dio mai sazio.

Le persone, per essere gradite a Dio, dovevano tre volte all'anno (Dt 16,16-17) fare un pellegrinaggio a Gerusalemme, portare in offerta alimenti, specialmente offerte di bestiame, e si risolveva tutto in un grande affare commerciale.

Pensate, a titolo di esempio, ad un abitante di Nàzareth che doveva andare a Gerusalemme: non si portava dietro l'agnello o la capra da sacrificare al tempio, ma lo comperava a Gerusalemme anche perché, dovendo essere un animale perfetto (Lv 1,3 seg.) era meglio comprarlo tra quelli controllati dai sacerdoti. L'appalto per la vendita degli animali per i sacrifici l'aveva la famiglia del sommo sacerdote.

Quindi l'uomo arrivava, comperava l'animale nel monte degli Ulivi, dove c'era l'accampamento col bestiame da vendere, lo portava al tempio dove veniva sgozzato, la persona riceveva, almeno credeva, il perdono delle sue colpe, dei suoi peccati e l'animale veniva spartito fra i sacerdoti.

Siccome c'era un esubero di produzione, la carne che avanzava veniva venduta nelle macellerie di Gerusalemme, tutte appartenenti alla famiglia del sommo sacerdote.

Perciò, il poveretto che andava al pellegrinaggio si trovava a pagare praticamente tre volte lo stesso agnello se voleva poi mangiare.

Proviamo ad immaginare la ripercussione nel tempio di una novità assoluta di un Dio che non chiede più sacrifici. È il crollo dell'istituzione, è il crollo dell'economia di Gerusalemme, è il crollo di tutto quanto. Ecco perché, all'inizio del vangelo di Matteo quando viene dato l'annuncio della nascita di Gesù si legge che tutta Gerusalemme tremò (Mt 2,3). Perché se veramente Dio non sta più nel Tempio (Mt 27,51), se Dio non chiede più sacrifici (Mt 12,7.9,13), crolla tutta l'istituzione, crolla tutto quanto.

Inoltre, e questa è la cosa che più ha allarmato e allarma ancor oggi, un Dio che non fa distinzione tra buoni e cattivi. Il Dio di Gesù è un Dio il cui amore si rivolge indistintamente e attivamente ai giusti, ma anche agli ingiusti: è la fine della religione! Ogni religione, è il caso di dire "come Cristo comanda", si basa sul premio per i buoni e sul castigo per i malvagi! Se Dio non premia più i buoni e non castiga più i malvagi non c'è più religione!

Grazie a Gesù è finita la religione e subentra la fede.

La religione è quell'insieme di atteggiamenti che l'uomo deve rivolgere verso Dio. Mosè era il servo di Dio e aveva fatto un'alleanza tra dei servi e il loro Signore; Gesù, che è il figlio di Dio, cambia la vecchia alleanza e ne fa una nuova tra dei figli e il loro Padre. Allora non c'è più il servizio a Dio, ma da accogliere il suo amore e tramutarlo in pratica, cercando di somigliargli.

La fede è la risposta dell'uomo all'amore di Dio che non chiede di essere obbedito, ma chiede di essere imitato. E per fare questo non c'è bisogno di conoscere le leggi di Dio.

Gesù sapeva bene a quali critiche feroci andava incontro (tra parentesi, se Gesù avesse soltanto predicato l'amore e anche l'amore ai prepotenti, sarebbe ancora vivo e gli avrebbero fatto anche un monumento nella piazza di Gerusalemme): se Gesù è stato assassinato è perché ha demolito tutta la base del potere civile e religioso del suo tempo.

 

Note: 1. Questa concezione si è radicata anche nel mondo occidentale. Infatti generalmente i santuari sono situati in luoghi alti. Ricordiamo che l'idea di costruire santuari non è cristiana, ma è una tradizione di impronta pagana. – 2. A seconda delle traduzioni o dei manoscritti del Talmud presi in considerazione si possono avere numeri diversi, ma sempre dell'ordine delle migliaia. – 3. Nella Chiesa antica il Battesimo veniva anche chiamato il "Sacramento dell'Illuminazione". Il sacramento del Battesimo è stato il primo ad essere praticato e ve ne è traccia già negli Atti degli Apostoli dove sono riportate le prime conversioni al cristianesimo successive alla prima predicazione apostolica dopo la Pentecoste (Att 2,41.3,19). Il Battesimo veniva conferito solo a coloro che accettavano gli insegnamenti degli apostoli e consapevolmente dichiaravano di coler diventare discepoli. Le testimonianze riportano che già nel IV secolo era pratica diffusa battezzare i catecumeni, cioè coloro che si preparavano al battesimo, nella veglia di Pasqua (cfr Confessioni di S. Agostino). Il Battesimo, nella Chiesa antica, era considerato un sacramento per adulti proprio per il consenso al rito che il catecumeno doveva dare. La celebrazione del Battesimo ai neonati inizia ad essere un fatto comune a partire dal V secolo ed è una conseguenza della teologia agostiniana del peccato originale (teologia non presente nell'AT o nei vangeli). – 4. Gv 4,23-24: "Ma viene l'ora - ed è questa - in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità". – 5. Si ricorda che i comandamenti di Gesù nulla hanno a che fare con i 10 Comandamenti ricevuti da Mosè sul Sinai. Per poterli conoscere si consiglia la lettura di Mt 5,1-12, Lc 6,20-22, Gv 13,1-17.34.