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Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


lunedì 24 febbraio 2014

Ottava domenica T.O.



VIII domenica Tempo Ordinario - Mt 6,24-34
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: “Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l'uno e amerà l'altro, oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire Dio e la ricchezza(1).
Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? Non preoccupatevi dunque dicendo: «Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?». Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena.


Il brano di vangelo si riferisce ad uno dei primi discorsi politici di Gesù, ed è conseguenza della proclamazione delle beatitudini; infatti Gesù ripete il concetto della prima beatitudine invitandoci a rivedere il nostro rapporto con i beni materiali.
Gli inviti di Gesù suscitano varie domande di difficile risposta. Per esempio, come capire oggi l'affermazione: "Non potete servire Dio e la ricchezza”? Come capire la raccomandazione di non preoccuparsi del cibo, della bevanda e del vestito?
Gesù è molto chiaro nella sua affermazione: "Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l'uno e amerà l'altro, oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire Dio e la ricchezza."
Gesù non intende convincerci a rifiutare il denaro, questo è ciò che appare dalla costruzione della frase, tipicamente semitica(2), ma a non diventarne schiavi.
Ognuno deve fare la propria scelta e chiedersi: "Chi pongo al primo posto nella mia vita, la volontà di Dio o il denaro?" Da questa scelta dipenderà la comprensione dei consigli di Gesù. Non si tratta di una scelta fatta solo con la testa, di una scelta puramente intellettuale tipo: “…sarebbe bello che…”, bensì di una scelta di vita ben concreta che ha a che fare anche con gli atteggiamenti che noi abbiamo nei confronti degli altri.
Gesù critica la preoccupazione eccessiva per il mangiare, il bere e il vestiario, oggi diremmo che critica il consumismo. Questa critica di Gesù può causare ai nostri giorni molto sconcerto nella gente, particolarmente nelle madri, perché la grande preoccupazione di tutti i genitori è come far stare bene i figli.
Il motivo della critica è che la scala dei valori che ci propone Gesù è diversa da quella che la natura umana costruisce, allora come oggi. Lo si vedrà bene nell’esempio che Gesù darà nell’evento-simbolo della moltiplicazione dei pani(3), oggi considerato il manifesto politico di Gesù.
Per chiarire la sua critica, Gesù presenta le due parabole dei passeri e dei fiori.
Gesù consiglia di guardare gli uccelli: non seminano, non raccolgono, ma hanno sempre da mangiare perché il Padre del cielo li alimenta. "Non contate voi, forse, più di loro!"
Gesù critica il fatto che la preoccupazione per il cibo occupi tutto l'orizzonte della vita delle persone, senza lasciare spazio a sperimentare e gustare la gratuità della fraternità e dell'appartenenza al Padre(4).
Se Gesù predicasse oggi, con questa scala di valori direbbe che il sistema neoliberale è criminale(5) perché obbliga la parte ricca delle persone a vivere 24 ore al giorno preoccupandosi del cibo e del vestito, sentendo l'ansia di comprare e consumare fino al punto da non lasciare spazio a null'altro(6); e la parte povera, più numerosa, a desiderare di raggiungere quel tipo di vita(7). Gesù dice che la vita vale più dei beni di consumo! Il sistema neoliberale impedisce di vivere il Regno(8).
Gesù chiede di guardare i fiori, i gigli del campo. Con che eleganza e bellezza Dio li veste! "Ora, se Dio veste così l'erba del campo, non farà assai più per voi, gente di poca fede!" Gesù invita a guardare le cose della natura, perché, vedendo i fiori e il campo, la gente ricordi la missione che abbiamo: lottare per il Regno creando una convivenza nuova che possa garantire il cibo e il vestito per tutti.
E conclude: "Di queste cose si preoccupano i pagani!"
Ci deve essere una differenza nella vita di coloro che hanno fede in Gesù e di coloro che non l’hanno: coloro che hanno fede in Gesù condividono con lui l'esperienza della gratuità del Padre.
Questa esperienza di paternità deve rivoluzionare la convivenza. Deve generare una vita comunitaria che sia fraterna, seme di una nuova società(9).
Gesù indica due criteri: "Cercare prima il Regno di Dio" e "Non preoccuparsi per il domani". Cercare in primo luogo il Regno e la sua giustizia significa cercare di fare la volontà di Dio nella ricerca di una convivenza fraterna e giusta. Dove c'è questa preoccupazione per il Regno, nasce una vita comunitaria in cui tutti vivono da fratelli e sorelle e a nessuno manca nulla. Per questo non ci si preoccuperà del domani, cioè non ci si preoccuperà di accumulare(10).
Il Regno richiede una convivenza, dove non ci sia accumulazione, ma condivisione in modo che tutti abbiano il necessario per vivere. Dinanzi all'impoverimento crescente causato dalle attuali concezioni economiche, la forma concreta che il vangelo ci presenta e grazie alla quale i poveri potranno vivere al pari degli altri, è la solidarietà e l'organizzazione.
Attenzione però, un coltello affilato in mano ad un bambino può essere un'arma mortale. Un coltello affilato in mano ad una persona appesa ad una corda è l'arma che salva. Così sono le parole di Gesù.
Sarebbe infatti antievangelico dire ad un padre disoccupato, magari con tre figli, e una moglie malata: "Non ti preoccupare del cibo e delle bevande! Perché preoccuparsi del vestito e della salute?". Questo possiamo dirlo solo quando noi stessi, imitando Gesù, ci organizziamo tra di noi per condividere, garantendo così al fratello la possibilità di sopravvivere(11). Altrimenti, siamo come i tre amici di Giobbe che, per difendere Dio, raccontavano menzogne sulla vita umana (Gb 1-3,7).
In bocca al sistema dei ricchi, le parole di Gesù sono state e possono ancora oggi essere un'arma mortale contro i poveri. In bocca al povero, possono essere uno sbocco reale e concreto per una convivenza migliore, più giusta e fraterna.

Note: 1. Questa parola sostituisce il termine “mammona” della precedente traduzione. Mammona è una parola dall'origine aramaica ma dal significato incerto. Solitamente viene tradotta con il termine "ricchezza". Alcuni studiosi hanno suggerito di collegarla alla radice ebraica 'mn (da cui proviene il termine amen) che indica fiducia, affidamento; secondo altri è meglio collegata al termine ebraico "matmon", che significa "tesoro"; altri ancora ritengono possa derivare dall'ebraico mun (provvedere il nutrimento). I vari significati convergono comunque nel concetto di sicurezza materiale, infatti il termine nel linguaggio ebraico è un sinonimo di "soldi". Fino alla seconda traduzione CEI (1974) è stata mantenuta la parola aramaica, mentre nella traduzione edita nel 2008 la parola viene correttamente sostituita con "ricchezza” eliminando così ogni tentazione di interpretazioni fantasiose come quella, in uso un secolo fa, di identificare mammona con un demone. – 2. Estremizzare un’affermazione era un modo tutto semitico (quindi anche ebraico) di dare la massima importanza ad una affermazione. Questo ha sempre creato dei problemi se si legge la Bibbia in modo letterale. Ad esempio l’affermazione di Gesù: “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo”(Lc 14,26, traduz. CEI 1974) intesa in senso letterale sarebbe terrificante, ma compresa nel suo senso semitico vuole solo invitare i discepoli a mettere il regno di Dio al primo posto nei loro pensieri. – 3. Mt 4,13-21. – 4.  La condivisione dei beni e delle risorse, da cui proviene l’autentico sviluppo, non e` assicurata dal solo progresso tecnico e da mere relazioni di convenienza, ma dal potenziale di amore che vince il male con il bene (cfr Rm 12, 21) e apre alla reciprocita` delle coscienze e delle liberta`”. Benedetto XVI, enciclica “Caritas in veritate” 2009, n.9. – 5. Il profitto e` utile se, in quanto mezzo, e` orientato ad un fine che gli fornisca un senso tanto sul come produrlo quanto sul come utilizzarlo. L’esclusivo obiettivo del profitto, se mal prodotto e senza il bene comune come fine ultimo, rischia di distruggere ricchezza e creare poverta`”. Benedetto XVI, enciclica “Caritas in veritate” 2009, n.21.
- 6. “Nei Paesi ricchi nuove categorie sociali si impoveriscono e nascono nuove poverta`. In aree piu` povere alcuni gruppi godono di una sorta di supersviluppo dissipatore e consumistico che contrasta in modo inaccettabile con perduranti situazioni di miseria disumanizzante. Continua «lo scandalo di disuguaglianze clamorose»”. Benedetto XVI, enciclica “Caritas in veritate” 2009, n.22. – 7. Questo è il tipico risultato di certe campagne pubblicitarie che puntano a creare bisogni pur di produrre profitto, suggerendo in modo velato, ma insistente, il concetto che l’uomo si realizza in ciò che compra.  – 8. “Il sottosviluppo ha una causa ancora piu` importante della carenza di pensiero: e` la mancanza di fraternita` tra gli uomini e tra i popoli”. Paolo VI,  enciclica “Populorum progressio”, 66, l.c. 289-290. – 9. “Questa fraternita`, gli uomini potranno mai ottenerla da soli? La societa` sempre piu` globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli. La ragione, da sola, e` in grado di cogliere l’uguaglianza tra gli uomini e di stabilire una convivenza civica tra loro, ma non riesce a fondare la fraternita`. Questa ha origine da una vocazione trascendente di Dio Padre, che ci ha amati per primo, insegnandoci per mezzo del Figlio che cosa sia la carita` fraterna”. Benedetto XVI, enciclica “Caritas in veritate” 2009, n.19. – 10. La sostanziale differenza tra una società giusta ed una ingiusta risiede nel fatto che nella prima nessuno penserà mai ad accumulare beni, perché questo significherebbe sottrarre qualcosa ai fratelli. – 11. “L’abbassamento del livello di tutela dei diritti dei lavoratori o la rinuncia a meccanismi di ridistribuzione del reddito per far acquisire al Paese maggiore competitivita` internazionale impediscono l’affermarsi di uno sviluppo di lunga durata. Vanno, allora, attentamente valutate le conseguenze sulle persone delle tendenze attuali verso un’economia del breve, talvolta brevissimo termine. Cio` richiede una nuova e approfondita riflessione sul senso dell’economia e dei suoi fini, nonche´ una revisione profonda e lungimirante del modello di sviluppo, per correggerne le disfunzioni e le distorsioni”. Benedetto XVI, enciclica “Caritas in veritate” 2009, n.32.

lunedì 17 febbraio 2014

Settima Domenica T.O.



VII domenica Tempo Ordinario - Mt 5, 38-48
Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio edente per dente. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l'altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da' a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle.
Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.

Quelli ti odiano e tu li ami. Bravo furbo! Prestare senza aspettarti restituzione. Così ti riduci sul lastrico in due giorni. A chi ti dà uno schiaffo, porgi l'altra guancia. A chi ti prende la tunica, dai anche il mantello. Così lo incoraggi a continuare! Se uno ti costringe per un miglio, tu vai per due. Ma siamo pazzi?
Tanti bravi cristiani mettono silenziosamente da parte queste esagerazioni di Gesù: va bene, voleva dire di essere generosi, ma se dovessimo prenderlo alla lettera...
Chi è meno bacchettone ha il sospetto che Gesù insegni a sottomettersi ai prepotenti. Tre volte bon - dicono a Venezia – tre volte co… con quel che segue. Non è così che si sta al mondo.
Cosa vogliono dire, in realta, le parole di Gesù?
Walter Wink(1), dà alcune interpretazioni interessanti. Wink fa scoprire un Gesù rivoluzionario alla Gandhi, un insegnante della nonviolenza nel vero senso della parola:
“…se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l'altra…”. Per colpire la guancia destra, l'altro deve usare la sinistra, il cui uso, nella cultura ebrea, era vietato, riservato ai soli compiti impuri.
Dovendo usare la destra, il colpo sulla guancia sinistra poteva essere solo un manrovescio. Questo colpo, più che una percossa inflitta ai propri pari, era un'umiliazione, destinata agli inferiori: schiavi, figli piccoli, donne.
Gesù parlava a povera gente, che conosceva questa umiliazione. Ora, offrire l'altra guancia era privare l'oppressore della sua pretesa superiorità. Era come dirgli: «Prova ancora. Io non ti riconosco il potere di umiliarmi. Sono pari a te. Tu non riesci ad offendere la mia dignità». Questa reazione avrebbe messo l'offensore in difficoltà: infatti si trova costretto a colpire ora la guancia sinistra sempre con la propria destra, non più con un manrovescio (impossibile), ma con l'interno della mano, come farebbe in una rissa con un proprio pari.
Anche se facesse flagellare l'inferiore per quella reazione, questi avrebbe comunque mostrato in pubblico la sua uguaglianza naturale con chi si crede superiore. Un debole ha impedito a un prepotente di svergognarlo, ed anzi ha svergognato lui. Dirà Gandhi: «Il principio dell'azione nonviolenta è la non-collaborazione con tutto ciò che si prefigge di umiliare».
“…a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello…” Questa disgrazia poteva capitare a un povero, carico di debiti.Tra la gente che ascoltava Gesù ve ne erano certamente; l'indebitamento, infatti, era una piaga endemica nella Palestina del primo secolo.
I romani tassavano pesantemente i ricchi, di conseguenza questi investivano in immobili, cioè in terre, per mettere al sicuro il denaro. Esisteva però un’ostacolo: la legge e l'uso ebraico erano contrari alla vendita della terra, perché dono di Dio.
Per costringere alla vendita i piccoli proprietari, si perseguiva una politica di innalzamento degli interessi che rendeva sempre più difficile ai contadini il saldo dei loro debiti contratti per la semina e li costringeva a vendere la terra ai ricchi.
Ai poveri così derubati, impotenti a pagare nuovi debiti, Gesù consiglia di dare via anche l'ultima veste. Sarebbero usciti dal tribunale completamente nudi. C'è da immaginare che la folla in ascolto del discorso della montagna a questo punto sia scoppiata a ridere. Nella scena abbozzata da Gesù, il creditore è lì con gli abiti del debitore in mano, mentre questo esce nudo.
La situazione si ribalta a favore del debitore. La legge lo condanna a quella condizione, ma, denudandosi, egli eleva un'aspra protesta contro il sistema che lo riduce così. La nudità era tabù in Israele ma più del nudo era censurato chi lo guardava e chi l'aveva causato. Il creditore è posto nella condizione di voyeur, quella per cui Cam fu maledetto (Gn 9).
l sistema che opprime i piccoli proprietari è smascherato. Il creditore, se comprende, può pentirsi della durezza con cui ha approfittato del debitore. Il povero che si riteneva impotente scopre di poter avere l'iniziativa, e, anche se l'ingiustizia legale rimane immutata, ne dimostra l'assurda crudeltà, la ridicolizza. Il vero denudato è il creditore e la legge che lo favorisce.
“…se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due…”. Chi può costringere così un altro? Il contesto è l'occupazione militare. I soldati romani occupanti potevano imporre questa angaria (corvée, lavori forzati) ai locali, per esempio facendo portare carichi pesanti. Per le popolazioni soggette ai romani, ciò era motivo di forte risentimento, ed era già un provvedimento benevolo la limitazione ad un miglio, la quale indica pure che dovevano essere frequenti gli abusi dei soldati, che imponevano percorrenze maggiori.
Gesù non propone né la rivolta né la sottomissione. Propone un atto con cui l'oppresso riprende l'iniziativa e afferma la propria dignità. Immaginiamo la scena: passata la prima pietra migliare, il soldato si sente dire dall'ebreo con fermezza e dignità: «Te lo porto un altro miglio», e deve pensare: cosa diavolo ha in mente? mi vuole provocare? vuole denunciarmi, farmi punire? Dalla situazione servile, l'oppresso ha ripreso la sua libertà d'azione. Il soldato è disorientato davanti all'imprevedibile. Oggi non riesce a sentirsi superiore ai civili. Si abbassa a pregare l'ebreo di restituirgli il carico! Lo humor di questa scena può sfuggire a noi, ma non sfuggiva agli ascoltatori di Gesù, ben esperti di questa prepotenza, bisognosi di riscattarsi.
“…ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori…”.Padre Maggi(2) lo spiega così: l’evangelista ha messo insieme due realtà opposte (amore/odio) di cui la seconda, “odiare i nemici”, si trova presente nei salmi: “Non dovrò io odiare, Signore, chi ti odia, e detestare quelli che insorgono contro di te? Con odio estremo li odio e come nemici sono per me” (Sal 139,21-22; 137,9).
L’amore al prossimo, precetto stabilito nel Libro del Levitico (Lv 19,18), non indica un amore per tutti gli uomini, ma è ristretto alla cerchia dei propri connazionali, della propria tribù o del proprio clan familiare. L’odio al nemico era frutto della naturale ostilità verso lo straniero e i nemici della religione o chiunque potesse attentare all’identità del clan o alla comunità nazionale e religiosa.
L’amore che Gesù richiede è una volontà di bene indipendente dalla qualità delle persone che ne sono l’oggetto. Una qualità d’amore che il discepolo deve manifestare nella preghiera per i nemici e nel rivolgere il saluto, inteso come vero augurio di pace e di felicità, a tutti.
L’amore verso i nemici è da considerare come la novità e la caratteristica propria del gruppo dei discepoli del Cristo. Il “nemico” per la comunità cristiana non sarà più lo straniero, il pagano, ma il persecutore. L’amore dei discepoli non s’arresta neanche di fronte all’odio del persecutore, ben sapendo che il Padre sta da sempre dalla parte di chi è perseguitato (“Beati i perseguitati a causa della giustizia, poiché di essi è il regno dei cieli”, Mt 5,10).
La richiesta di Gesù ai discepoli di elevare la loro capacità d’amare è fatta per mettere il loro amore in sintonia con quello del Padre: “che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti” (Mt 5,45). Mentre il profeta Amos presenta un Dio che rifiuta la pioggia al popolo infedele, secondo la comune credenza che la pioggia non viene mandata ai peccatori (Am 4,7), Gesù mostra un Padre che non lascia condizionare il suo amore dal comportamento degli uomini, e a tutti ugualmente comunica un amore che, come l’azione della pioggia e del sole, feconda e produce vita.
Come Dio offre gratuitamente a ogni uomo i suoi doni (sole e pioggia) così l’amore gratuito e incondizionato a ogni uomo rende i discepoli figli di Dio: “Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? e se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste”.
Per Gesù l’amore corrisposto non ha nulla di straordinario: anche le categorie più basse della società, dal punto di vista religioso, quali erano considerati i pubblicani e i pagani, sanno rispondere alle attenzioni che ricevono da amici e conoscenti. Gesù invita a rompere l’interesse egoistico tipico del clan o del gruppo sociale, per rivolgere l’attenzione e l’amore a tutti indistintamente.
Mentre per gli scribi e i farisei la perfezione consisteva nell’osservanza integrale della Legge, per Gesù solo l’assomiglianza al Padre, motivata dal suo comunicare vita all’umanità, rende il discepolo completamente realizzato, buono fino in fondo.
La perfezione alla quale Gesù invita non è quella del mondo greco, dove la perfezione consisteva nella mancanza di difetti, e neanche quella del mondo giudaico, dove era considerato perfetto colui che osservava integralmente la Legge. Non tutti possono essere senza difetti e non tutti possono osservare le leggi divine.
La perfezione alla quale invita Gesù è quella del Padre. In questo contesto, dove si parla di un amore rivolto a tutti, la pienezza alla quale invita Gesù non è tanto un'astratta quanto irraggiungibile perfezione di Dio, ma si riferisce al comportamento del Padre nei confronti degli uomini, che è quello di un amore illimitato, totale: quel che Gesù chiede è di essere buoni del tutto, come lo è il Padre, invitando a una perfezione che è raggiungibile da tutti, perché consiste in qualcosa che tutti possono avere: un amore fedele che non escluda nessuno dal suo raggio d’azione.

Note: 1. Walter Wink, Engaging the Powers: Discernment and Resistance in a World of Domination, Minneapolis: Fortress Press, 1992. Wink, vivente, è professore emerito del Auburn Theological Seminary di New York. Edizione italiana a cura di EMI. – 2. Padre Alberto Maggi, dell’Ordine dei Servi di Maria, è nato nel 1945 in Ancona ed è direttore del Centro Studi Biblici «G. Vannucci». Il parere è tratto dalla Conferenza “Amate i vostri nemici”, Cefalù, novembre 2005.

martedì 11 febbraio 2014

Sesta Domenica T.O.



VI domenica Tempo Ordinario – Mt 5, 17-37
Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli.
Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: «Stupido», dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: «Pazzo», sarà destinato al fuoco della Geènna.
Se dunque tu presenti la tua offerta all'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all'altare, va' prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono.
Mettiti presto d'accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l'avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all'ultimo spicciolo!
Avete inteso che fu detto: Non commetterai adulterio. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore.
Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna.
Fu pure detto: «Chi ripudia la propria moglie, le dia l'atto del ripudio». Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all'adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.
Avete anche inteso che fu detto agli antichi: «Non giurerai il falso, ma adempirai verso ilSignore i tuoi giuramenti». Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: «Sì, sì», «No, no»; il di più viene dal Maligno.


Quando dico che Gesù ha sempre combattuto contro i mali della Legge e dell’autorità sacerdotale, vi è sempre qualcuno che dice: ma non è Gesù che ha detto “Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento…” ?
Nel Vangelo di Matteo, subito dopo avere proclamato le beatitudini, Gesù afferma “non pensate che io sia venuto per…  a questo punto Gesù  non dice abolire, il verbo utilizzato è diverso(1). Il verbo greco adoperato dall’evangelista, non significa, “abolire una legge”, ma  “demolire” e si riferisce alla demolizione di una costruzione. Questo verbo è la chiave per comprendere le parole di Gesù.
Facciamo un passo indietro: Gesù ha annunziato il suo programma, le beatitudini, ed ha provocato la delusione totale degli ascoltatori. Questi si ricordavano(2) la terza parte del libro del profeta Isaia, dove l’autore, in un clima di esaltazione, descrive il regno di Dio, e dice:
Uno stuolo di cammelli ti invaderà, dromedari di Madian e di Efa, tutti verranno da Saba, portando oro e incenso e proclamando le glorie del Signore.(Is 60,6)
Stranieri ricostruiranno le tue mura, i loro re saranno al tuo servizio (Is 60,10)
I re saranno i tuoi tutori, le loro principesse tue nutrici (Is 49,23).
Per chi ascoltava, quindi, il regno di Dio era rappresentato da Israele che sottometterà i popoli pagani e riscuoterà i loro tributi! Pensavano che, nel regno di Dio, le principesse e i principi pagani sarebbero divenuti i loro servi! Il Talmud, che è un testo che ha la pretesa di essere preciso, definisce che il numero degli schiavi per ebreo sarebbero stati 2480.
Quindi, quando Gesù dice: per il regno di Dio fatevi poveri, la gente non capisce; la risposta di Gesù li delude, poiché dice: abbassate un po’ la vostra condizione economica, mettete a disposizione le vostre ricchezze per gli altri, così da far rialzare chi si trova troppo in basso; è una delusione totale!
Di fronte a questa delusione, ecco che Gesù dice: No, non pensate che io sia venuto a distruggere, a demolire, la legge e i profeti(3), cioè la promessa del regno di Dio. Io non sono venuto a demolirla, anzi la porto a compimento, dove neanche una piccolezza verrà eliminata. Però non sarà come voi pensate, non si realizzerà dominando, ma servendo gli altri! Il regno di Dio, non si instaura con il dominio, ma con il servizio. Il regno di Dio non si manifesta attraverso la ricchezza, ma attraverso la condivisione.
Gesù, quindi, in questa espressione, non afferma che è venuto ad osservare la legge e nemmeno a consolidarla. La legge, che è un sistema che regola il rapporto tra Dio e l’uomo, per Gesù, non ha più nessun valore(4). Invece, Gesù afferma che porta a pieno compimento la promessa di Dio contenuta nell’AT.
"…Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi,…”. Padre Galliano in una conferenza affermava(5): “…minimo, nell’ebraismo, vuol dire esclusione, grande vuol dire ingresso. I "precetti", i "comandamenti" di questo brano sono le beatitudini. Se tu osservi le beatitudini ed insegni agli altri ad osservarle, entrerai nel regno di Dio; se tu non osservi le beatitudini ed insegni agli altri a non osservarle con il tuo comportamento, perché molti prendono esempio da noi, potrai dire tutte le preghiere, potrai fare tutte le adorazioni, potrai partecipare a tutte le Messe che vorrai ma non entrerai nel regno dei cieli. Questo è quanto ha detto Gesù. Lo vediamo alla fine del Vangelo di Matteo: ero affamato, ero ammalato, ero assetato, ero forestiero, ero nudo, ero carcerato, è lì che si gioca la nostra vita eterna. Questo è il programma per tutti. Mentre all’interno della comunità c’è il servizio, all’esterno c’è il vivere le Beatitudini. Questa è la strada per essere felici ed entrare nel Regno di Dio…”.
Per farsi comprendere, Gesù riprende i comandamenti di Mosè, li esamina e li interpreta alla luce delle beatitudini portandoli alle estreme conseguenze(6). E lo fa riaffermando la sua superiorità nei confronti di Mosè: “Avete inteso che fu detto [da Mosè]… ma io vi dico…”; per Gesù la nuova legge, la vera legge sono le beatitudini nelle quali l’uomo si assume la responsabilità del benessere delle persone che lo circondano, delle nazioni, dell’umanità nel suo insieme.
Così il cristiano non si accontenterà di rispettare il comandamento “Non uccidere”, ma lo amplierà fino a cancellare ogni aggressione morale nei confronti del fratello: i termini usati (testa vuota, stupido7 e pazzo8) sono assunti come esempio di questa ira che umilia ed uccide moralmente.
Un uomo che si comporta in questo modo, che offende ed umilia il proprio fratello, non è degno di essere annoverato tra gli uomini, è una persona di nessun valore, un rifiuto della comunità e il suo destino è l’emarginazione e questo è espresso con una locuzione che deve essere spiegata. «Gheenna» è una parola ebraica che si ottiene contraendo due parole Ghe = valle, Hinnon = un nome proprio, cioè la valle di Hinnon.
Chi va a Gerusalemme può ancora vedere la Gheenna: a sud della città c’è un burrone orrido, profondo, con molte caverne che, all’epoca dell’AT, era destinato al culto del dio Moloch. Moloch era un dio di origine fenicia che assicurava i buoni risultati alle imprese ed alle grandi azioni dell’uomo, purché questi, in cambio, avesse bruciato vivo un figlio, possibilmente maschio e primogenito(9).
In questa valle c’erano dei forni crematori, ancora oggi in parte visibili, dove venivano sacrificati i bambini. I bambini, a quel tempo, non godevano della attenzione che c’è nella nostra cultura(10), quindi era una consuetudine abbastanza normale, che quando un uomo doveva concludere un affare importante, doveva intraprendere una impresa, doveva iniziare un viaggio all’estero, prendeva uno di questi bambini, andava nella valle e lo gettava nel forno crematorio offrendolo al dio Moloch(11).
I sacerdoti ed i profeti, naturalmente, erano contro questo culto. Ci fu un re, Giosia(12), come si legge nel Secondo Libro dei Re, che profanò il «tofet», (tofet significa forno crematorio), perché nessuno vi facesse passare per il fuoco il proprio figlio o la propria figlia in onore a Moloch. Per mettere fine a questo culto, verso il tempo di Gesù, si provvide a far divenire questo luogo l’immondezzaio di Gerusalemme e quindi si incominciò a gettare i rifiuti della città in questo burrone. In questo modo, per la presenza dei rifiuti, il luogo era diventato impuro, e piano piano il culto al dio Moloch smise di essere praticato. All’epoca di Gesù la Gheenna era l’immondezzaio di Gerusalemme.
Gerusalemme era una città di circa 40.000 abitanti, abbastanza popolosa per quell’epoca, che durante le principali tre feste annuali triplicava i suoi abitanti e i rifiuti di centomila abitanti sono abbastanza consistenti; attraverso una porta che ancora esiste ed è chiamata «porta del letame», i carri portavano le immondizie e le gettavano giù nella valle della Gheenna. In questa valle, luogo maleodorante come tutti gli immondezzai, c’era un fuoco che ardeva giorno e notte, perché bisognava incenerire i rifiuti: ecco il “fuoco inestinguibile”. (Mc 9,43).
Ebbene Gesù prende questa immagine della valle come immagine della distruzione totale di un individuo che rifiuta sistematicamente ogni apertura all’amore.
Gesù dice: chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna».
Gesù usa questa immagine non è per indicare un castigo dopo la morte, ma come segno della distruzione e del fallimento, dell’annientamento dell’individuo.
Anche in altre parti del vangelo di Matteo, e di altri evangelisti, Gesù prenderà l’immagine della Gheenna per indicare la distruzione totale di una persona che non accoglie il dono della una vita, il dono dell’amore di Dio.
Ma l’insegnamento di Cristo non si ferma qui; punta il dito sull’ipocrisia di chi, pur avendo commesso dei torti nei confronti degli altri, tenta di ingraziarsi i favori della divinità. Il ragionamento di Gesù era abbastanza lontano dalla mentalità del tempo; infatti, secondo gli scribi, il proprio comportamento, se era rispettoso della lettera della legge mosaica, non comprometteva mai i rapporti con Dio. Sarà la parola di Cristo che identificherà l’amore verso gli altri con l’amore verso Dio, mancando il quale la nostra vita perde ogni senso.
Non commettere adulterio”: sempre facendo riferimento ai comandamenti del Decalogo, Gesù coglie in profondità lo spirito del precetto e lo conduce al suo valore radicale: «…chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore».
Gesù non è così irrealistico e puritano da bollare irrimediabilmente una reazione primordiale dell’uomo, un’attrazione spontanea, ma, come sottolinea il rimando al "cuore" (che nel linguaggio biblico esprime la "coscienza"), egli punta al "desiderio" nel senso di macchinazione, progettazione, decisione intima e profonda.
Infatti, anche se scritto in greco, il vangelo di Matteo è pensato in ebraico. Il verbo desiderare, in ebraico hamad(13), ha un significato diverso dal “desiderare” italiano. Lo spiega bene un biblista tedesco, Johannes Herrmann(14): «Hamad non significa "desiderare" nel senso di un semplice volere o augurarsi, ma include tutte le macchinazioni che portano a impossessarsi di quanto è desiderato».
Siamo, quindi, in presenza non di una generica pulsione immediata, ma di un vero e proprio progetto tendente alla conquista di una meta prefissata, siamo davanti a una precisa scelta della volontà e della mente a cui ci si adatta con tutto l’essere personale.
Sulla stessa linea delle estremizzazioni semitiche, è la frase che invita a cavarsi l’occhio o a tagliarsi la mano destra(15). Gesù vuole dire che se c’è qualcosa che risulta un freno, un inciampo (questo è il significato della parola “scandalo”) nella strada verso il regno di Dio, deve essere tolto con risolutezza.
Più complessa l’interpretazione della frase: “Fu pure detto: Chi ripudia la propria moglie, le dia l'atto di ripudio…" perché la sua interpretazione richiedere la conoscenza del mondo ebraico del tempo.
Già nel Vangelo di Marco, anteriore di venti o trenta anni di quello di Matteo, Gesù istituisce il matrimonio cristiano, che acquista, in contrasto con la Legge, la caratteristica della indissolubilità. Questa indissolubilità è la risposta di Gesù alle dispute in corso in quegli anni sulle motivazioni che rendevano lecito il ripudio. Vi era una scuola rabbinica, guidata dal rabbino Hillel(16), che considerava sufficiente, per ripudiare la moglie, il semplice atto di bruciare il pasto; una seconda scuola, guidata da Shammai(17), era invece favorevole ad una motivazione grave, per esempio l’adulterio. Cristo si inserisce in questa disputa eliminando, come al solito, la Legge di Mosè.
La versione redatta da Matteo si presenta meno rigorosa: Matteo scriveva per gli ebrei convertiti al cristianesimo che si sentivano stretti nelle maglie del matrimonio indissolubile e ha creato, lui o uno dei redattori successivi, una spiraglio in caso di adulterio(18).
La parola greca, che è stata tradotta con l’italiano “unione illegittima”(19), è “porneia”, per comprendere la quale è utile segnalare che da questa parola deriva la parola italiana pornografia. Non è facile interpretare correttamente questa frase, che potrebbe indicare sia una degenerazione dei rapporti matrimoniali per comportamento indegno di uno dei due coniugi, come uno stato di impurità rituale del rapporto, più vicino quindi all’ebraico “zenut” con il quale si intende un qualcosa di assai simile a “prostituzione”.
Di fronte a queste due interpretazioni, la Chiesa Cattolica fa riferimento a Marco e quindi alla stretta indissolubilità del matrimonio.
La Chiesa Ortodossa, invece, facendo riferimento a Matteo e alla misericordia divina(20), consente la ripetizione del matrimonio.
I Protestanti fanno riferimento a Lutero che, pur affermando l'origine divina del matrimonio, aveva anche sostenuto che esso era stato istituito non in rapporto alla salvezza, bensì legato all'ordine naturale dei rapporti umani e quindi non era un sacramento. Di conseguenza Lutero reinserì il matrimonio nel diritto civile, ammettendo in alcuni casi il divorzio, e giudicò illegittimo tutto ciò che si opponeva all'unione dell'uomo e della donna.
“Avete anche inteso che fu detto agli antichi: Non spergiurare…” Gesù affronta tutti gli aspetti della vita, anche al di fuori del Decalogo: non giurare per non spergiurare. Il valore dell'autorevolezza, il tirare in ballo Dio (o i figli o l'onore) non serve a niente, dice Gesù. Il discepolo è chiamato ad essere trasparente, anche a costo di essere rompiscatole. In un mondo fatto di esteriorità e di apparenza, i discepoli sono chiamati ad essere veri, a mettersi in gioco, a crescere nella luce della presenza di Dio. Questo non significa farsi divorare dagli altri, o manipolare, ma essere corretti, sì, costi quel che costi. In un mondo di furbetti e di opportunisti, i discepoli del Nazareno cercano di dire "sì" quando è "si" e "no" quando è "no", senza ambiguità, senza opportunismi.
Viviamo la nostra giornata nella più totale autenticità di sentimenti e di pensieri, sapendo che la nostra dignità di figli di Dio vale più di ogni riconoscimento del mondo, di ogni applauso.

Note: 1. Capisco che può sembrare urtante e fastidioso, ma bisogna stare attenti ai verbi o ai termini usati dagli evangelisti, diversamente facciamo dire cose a Gesù, che lui non voleva dire. Talvolta i traduttori, avendo in testa un particolare significato della frase rimasto come ricordo di anni di letture e di tradizioni, tendono inconsapevolmente a tradurre “forzando” i significati delle parole per adattarle al proprio ricordo. Per l’analisi dei termini si rimanda agli eccellenti studi di Spicq C. in Note di Lessicografia Neotestamentaria, (Brescia: Paideia, 1988) e Mateos J., in Diccionario Griego-Español del Nuevo Te-stamento, (El Almendro: Cordoba, 2000) – 2. Era normale che moltissimi isrealiti dell’epoca di Gesù conoscessero a memoria gran parte del Pentateuco e i libri dei Profeti, specialmente le parti che riguardavano la venuta del Messia.  – 3. La dicitura “Legge e Profeti” (e non “Legge o Profeti” come è non correttamente tradotto) nel pensiero degli scribi e nel sentimento comune del popolo significava l’Alleanza, quindi la promessa di Dio nei confronti di Israele. – 4. Paolo affermerà: “Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della Legge”- Gal 3, 13. – 5. Padre Giuseppe Galliano, Settimana di spiritualità, Lozio (Bs), Casa della sapienza 10-16 agosto 2003. E’ laureato in Filosofia e Teologia presso l’Università Pontificia Urbaniana (Propaganda Fide) e è stato licenziato in Teologia Spirituale presso il Teresianum di Roma. – 6. Il portare alle estreme conseguenze un’affermazione era un modo tutto semitico di dare la massima importanza ad una affermazione. Questo ha sempre creato dei problemi se si legge la Bibbia in modo letterale. Ad esempio l’affermazione di Gesù: “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo”(Lc 14,26, traduz. CEI 1974) intesa in senso letterale sarebbe terrificante, ma compresa nel suo senso semitico vuole solo invitare i discepoli a mettere il regno di Dio al primo posto nei loro pensieri. Tutte le affermazioni di Gesù contenute in questo brano devono essere lette in questo modo. – 7. Il greco raka (stupido) probabilmente è la trascrizione dell’aramaico reqa (insensato, senza cervello). – 8. Il termine greco moros (pazzo) aveva per gli ebrei un significato molto grave, perché poteva indicare una ribellione verso Dio. Inoltre, se l’accusa di pazzia veniva confermata, il malato di mente veniva escluso dall’accampamento con probabilità di morire molto elevata. – 9.  “…li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti…” (Mt 13,42). – 10.  A quel tempo la mortalità infantile era elevatissima, e quindi la vita di un bambino non valeva niente. Il Talmud dice: «è più importante l’unghia del padre che lo stomaco del figlio». – 11. "Hanno edificato alture a Baal per bruciare nel fuoco i loro figli come olocausti a Baal. Questo io non ho comandato, non ne ho mai parlato, non mi è mai venuto in mente. Perciò, ecco, verranno giorni - dice il Signore - nei quali questo luogo non si chiamerà più Tofet e valle di Ben-Hinnòn, ma piuttosto valle della Strage" (Ger 19,5-6). – 12. Giosia (648 a.C.– 609 a.C.) è stato il diciassettesimo re di Giuda e un importante riformatore religioso. – 13. Questo è anche il verbo utilizzato nella stesura dei dieci Comandamenti: “Non desiderare la casa del tuo prossimo, non desiderare la donna del tuo prossimo…(Es 20,17). – 14. Da Famiglia Cristiana, n.15 del 11.4.2004. - 15. Questa indicazione relativa alla mano destra, nella mentalità semitica, assume una valenza nettamente superiore a quella che riveste nella mentalità occidentale. Infatti la mano sinistra era riservata a tutte le operazioni ritenute inpure, la destra per quelle pure. Questo concetto si è trascinato anche in occidente: io, che sono mancino, da piccolo ho profondamente sofferto perché mi si vietava di usare la mano sinistra, cosa per me naturale, in quanto “mano del diavolo”! – 16. Hillel (circa I sec. a.C. – circa I sec. d.C.) fu un rabino ebreo, primo dei tannaim, i Maestri della Mishnah, che visse a Gerusalemme al tempo di Erode il Grande. – 17.  Shammai (circa 50 a.C. – circa 30 d.C.) fu rabino della Mishnah, Tannà, ed Av Beit Din cioè vice nel Sinedrio. – 18. Anche Paolo sembra essere dello stesso parere di Matteo, anche se per cause diverse: vedere 1Cor 7,15. – 19. Mi dispiace doverlo dire, ma questa traduzione non è assolutamente giustificata dal testo greco, (come pure l’uso della parola “concubinato” presente nella precedente traduzione del 1974) ed è evidentemente realizzata solo per evitare dubbi al lettore sulla indissolubilità del matrimonio sancita dal Diritto Canonico. Sono questi grossolani errori decisionali che fanno sentire il credente un suddito e lo allontanano dalla Chiesa. – 20. E' tollerato un nuovo matrimonio dopo il divorzio dal momento che si ritiene possibile che il sacramento del matrimonio, ricevuto la prima volta, non sia stato accolto con quella piena consapevolezza e responsabilità che lo rende pienamente effettivo. Per tale motivo viene concessa una seconda possibilità.