Contenuti del blog

Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


giovedì 3 novembre 2016

Trentaduesima Domenica del Tempo Ordinario



XXXII Domenica del Tempo Ordinario – Lc 20,27-38
Gli si avvicinarono alcuni sadducei - i quali dicono che non c'è risurrezione - e gli posero questa domanda: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello. C'erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo  poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l'hanno avuta in moglie». Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui».

I sadducei(1) hanno congegnato(2) bene la trappola in cui far cadere Gesù. Non osano affrontarlo sul piano dottrinale o politico perché potrebbero avere la peggio. Gesù, infatti, ha già zittito con le sue risposte i sommi sacerdoti, gli scribi e gli anziani (Lc 20,1-8), e ha lasciato senza parole anche gli agguerriti farisei, i quali “meravigliati della sua risposta, tacquero” (Lc 20,26).
Non possono per ora eliminarlo, perché Gesù ha un gran seguito tra la gente, e ne farebbero un martire, così i sadducei decidono di attirarlo in un terreno scivoloso da dove, una volta caduto, l’aspirante Messia avrebbe avuto difficoltà per rialzarsi: il ridicolo e il discredito.
L’aristocratica casta sacerdotale dei sadducei, detentrice non solo del potere religioso, ma anche e soprattutto di quello economico, ne ha abbastanza di quel predicatore che attira le folle e che rischia di compromettere il prestigio dell’istituzione religiosa. Per questo, alcuni sadducei gli si avvicinano e, con quella falsità che distingue il linguaggio curiale, gli si rivolgono chiamandolo ossequiosamente “Maestro”, ma essi non intendono apprendere, bensì screditare Gesù.
La questione che sta a cuore ai sadducei è quella nuova eresia patrocinata dai loro avversari, i farisei, e ora sostenuta anche da Gesù: la risurrezione. Tradizionalisti e conservatori, i sadducei non riconoscono altra Scrittura che non sia la Torah, i primi cinque libri della Bibbia, ed escludono dalla loro dottrina sia l’insegnamento dei profeti sia le tradizioni raccolte dai farisei. E proprio rifacendosi a Mosè, alle norme che riguardano la legge del levirato(3) (da levir = cognato), deridono la dottrina della risurrezione. La legge del levirato, infatti, prevedeva che il cognato di una donna rimasta vedova e senza figli, avesse l’obbligo di metterla incinta. Il figlio nato avrebbe portato il nome del defunto, in maniera da assicurargli la perpetuità (“perché il nome di questi non si estingua in Israele”, Dt 25,6; Gen 38,8). Secondo la cultura dell’epoca il matrimonio aveva infatti lo scopo di assicurare una discendenza all’uomo, e la donna serviva unicamente per mettere al mondo figli.
Ispirandosi alla popolare storia di Sara, la sfortunata sposa alla quale morirono ben sette mariti la sera stessa delle nozze (Tb 3,8;6,14), i sadducei spacciano come vera la macabra vicenda di sette fratelli morti tutti senza essere riusciti ad avere un figlio da quella che è stata la moglie di tutti e sette. Della donna ai sadducei non interessa nulla, ma desiderano solo sapere a quale dei defunti, una volta risuscitati, spetterà poi averla, per immortalare con un figlio il proprio nome.
I sadducei cercano così di burlarsi di Gesù e della risurrezione, contrapponendola a quanto scritto da Mosè nel Libro del Deuteronomio (Dt 25,5-104). Secondo loro è infatti impossibile poter credere alla risurrezione, in quanto questa dottrina è in contraddizione con ciò che Mosè ha prescritto.
Gesù risponde che la vita dei risorti non dipende dal rapporto tra marito e moglie, ma proviene direttamente dalla potenza di Dio, esattamente come quella degli angeli, nominati da Gesù proprio perché i sadducei non ci credevano (At 23,8).
Ai sadducei, che si sono fatti forza dell’autorità di Mosè per opporsi a Gesù, egli ribatte proprio riconducendosi a Mosè, mostrando così quanto sia limitata la loro lettura della Scrittura, e si rifà alla risposta che Dio diede a Mosè nell’episodio del roveto ardente (“Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”, Es 3,6; Lc 20,37). L’espressione “Dio di Abramo….” non indica la divinità adorata da Abramo e dagli altri patriarchi, ma il Dio loro protettore. Essere sotto la protezione di Dio significa avere la sua stessa vita, e il Dio fedele non permette che muoiano quelli che egli ha amato poiché, dichiara Gesù, “Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui” (Lc 20,38). Per Gesù la risurrezione non è un ritorno alla vita precedente, ma una vita nuova che scaturisce dalla potenza del Creatore, il Dio che non risuscita i morti (Dio dei morti), ma che ai vivi comunica la sua stessa vita (Dio dei viventi), rendendoli così eterni. La morte infatti per Gesù non solo non interrompe la vita, ma è quel che le permette di manifestarsi in una forma nuova, piena e definitiva.

Note: 1. Del loro gruppo facevano parte i capi dei sacerdoti, la nobiltà sacerdotale, la nobiltà laica e i latifondisti: avevano la maggioranza nel Sinedrio. Erano collaborazionisti con i romani e detenevano il potere economico, politico e religioso allo stesso tempo. Dal punto di vista religioso erano conservatori: ammettevano come autentici solamente i testi attribuiti a Mosè. Non credevano nella risurrezione; erano una specie di atei pratici, o materialisti perché professavano la fede in un Dio fatto ad immagine e somiglianza dei loro interessi e privilegi. Insieme agli altri membri del Sinedrio saranno i responsabili della morte di Gesù. – 2. L’esegesi che segue è liberamente tratta da un articolo di P. Alberto Maggi OSM  pubblicato su ADISTA FUORI TEMPIO il 16 ottobre 2010. – 3. Vedere in Dt 25,5-10. La "legge del levirato" aveva un obiettivo chiaro: non permettere che nessuno morisse senza discendenza (sarebbe considerato un castigo di Dio); e un obiettivo meno evidente: non permettere che i beni del morto cadessero nelle mani degli speculatori, visto che la vedova difficilmente poteva conservare per sé ciò che apparteneva a suo marito. È facile immaginare ciò che succedeva in quel tempo. In 20,47 Gesù accusa i dottori della Legge di divorare le case delle vedove! – 4. “Quando i fratelli abiteranno insieme e uno di loro morirà senza lasciare figli, la moglie del defunto non si sposerà con uno di fuori, con un estraneo. Suo cognato si unirà a lei e se la prenderà in moglie, compiendo così verso di lei il dovere di cognato. Il primogenito che ella metterà al mondo, andrà sotto il nome del fratello morto, perché il nome di questi non si estingua in Israele. Ma se quell'uomo non ha piacere di prendere la cognata, ella salirà alla porta degli anziani e dirà: «Mio cognato rifiuta di assicurare in Israele il nome del fratello; non acconsente a compiere verso di me il dovere di cognato». Allora gli anziani della sua città lo chiameranno e gli parleranno. Se egli persiste e dice: «Non ho piacere di prenderla», allora sua cognata gli si avvicinerà in presenza degli anziani, gli toglierà il sandalo dal piede, gli sputerà in faccia e proclamerà: «Così si fa all'uomo che non vuole ricostruire la famiglia del fratello». La sua sarà chiamata in Israele la famiglia dello scalzato”.

sabato 29 ottobre 2016

Tutti i Santi



Tutti i Santi – Mt 5,1-12a

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli». 

Fare l’esegesi di questo brano richiederebbe la scrittura di un libro, tanto numerosi sono i concetti e le sorprese nascoste in queste poche frasi. Qui c’è tutto il cristianesimo, quello vero, libero da dogmi e norme di diritto che lo hanno snaturato nello sviluppo lungo i secoli. Questa è davvero la voce di Dio.
Per contenere lo scritto in poche pagine, esaminiamo la prima beatitudine; tenete presente che le altre beatitudini sono sostanzialmente sviluppi e ampliamenti della prima.

“Gesù salì su il monte e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli". Questo monte è fondamentale, perché è la condizione per poter sperimentare Gesù resuscitato.
Gli evangelisti non adoperano nemmeno una parola a caso: in questo passo anziché scrivere il termine "popolo", che in bocca agli ebrei ha il significato di "popolo eletto", l'evangelista scrive le "folle", che è un termine che riguarda tutti, sia il popolo di Israele, sia i pagani. Matteo è ebreo, ma ha una capacità non comune di guardare al di là del muro di casa in contrasto con quella che era la culrura prevalente della sua epoca.
Per Gesù non esiste più un popolo eletto da Dio, perché ogni preminenza di un popolo fa scaturire un desiderio di dominio, di supremazia, di razzismo e di violenza. Niente è più nefasto di quando un popolo si considera eletto, superiore agli altri e investito di una missione particolare, perché da questo scaturisce sempre la violenza.
"Vedendo le folle, Gesù salì sul monte". In queste righe può sembrare che Gesù, vedendo le folle, se ne voglia allontanare salendo sul monte, ma non è così. L'unica altra volta che viene usata questa espressione "vedendo le folle" è nel capitolo 9 di Matteo, quando l'evangelista scrive: "Vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore"(Mt 9,36).
La salita di Gesù sul monte è anch'essa espressione di questa compassione per il popolo, dal quale Gesù non si allontana, ma a cui si rivolge invitandolo ad entrare nel regno di Dio, abbandonando definitivamente la condizione di pecore perdute1 per entrare nella condizione dei beati2.
Scrive l'evangelista: "salì sul monte". Questa espressione non intende una località geografica, ma allude a due monti principali nella storia di Israele: il monte Sinai, dove Dio diede a Mosè le sue leggi (Es 31,18), per cui l’evangelista invita a pensare che il monte delle beatitudini sostituisca d’ora in poi il monte Sinai, ed il monte Sion, il luogo dove risiedeva il tempio e la gloria di Dio. Il Dio di Gesù non si manifesta più in un tempio, ma attraverso la messa in pratica delle beatitudini da parte nostra.
"Prendendo allora la parola, insegnava loro dicendo: Beati i poveri in spirito, perché di questi è il regno dei cieli".
Questa è la prima delle beatitudini ed è la più importante, perché poi tutte le altre beatitudini sono la conseguenza della prima.
C'è, purtroppo, la convinzione che Gesù abbia detto "Beati i poveri"! Gesù non ha mai detto che i poveri sono beati; i poveri sono disgraziati ed è compito della comunità dei credenti toglierli dalla condizione di povertà.
Le religioni sono state definite oppio dei popoli, ed in particolare questa accusa è stata rivolta al cattolicesimo, spesso con ragione. L'oppio è una sostanza che addormenta e rende inattiva la gente: in passato, per ignoranza e, purtroppo, anche per interesse, ai poveri è stato fatto questo insegnamento: siete i prediletti dei Signore, siete i preferiti del Signore, il Signore vi considera beati, perché andrete in paradiso, per cui state tranquilli e contenti nel vostro stato.
Gesù, nel Vangelo di Matteo, dice "beati i poveri in spirito"; solo nel Vangelo di Luca, che ha anch'esso le beatitudini, Gesù dice "beati voi poveri", ma in quel caso si rivolge unicamente ai discepoli che già hanno abbandonato tutto e, da poveri, lo hanno seguito.
Qui è importante comprendere cosa significa "in spirito". Al termine "in spirito" si possono dare tre significati.
Il primo, "poveri di spirito" intendendo le persone che hanno dei problemi mentali o delle difficoltà di relazione oppure di apprendimento; sinceramente è molto difficile che Gesù abbia beatificato questa categoria, specialmente in questo discorso che assume il significato del nuovo decalogo; sicuramente le persone in difficoltà non vanno emarginate, anzi sarà compito della comunità cristiana soccorrerle e confortarle, ma è un significato così riduttivo, che non può essere stata questa l’intenzione di Gesù.
Può poi significare "poveri nello spirito" e questa, naturalmente, è stata l'interpretazione che ha avuto più successo negli anni passati. Sono coloro che pur possedendo tante ricchezze ne sono spiritualmente distaccati. A convalida di questa interpretazione, non potendo prendere nessun esempio di un ricco buono nel Nuovo Testamento, si è dovuti andar in cerca di modelli nell'Antico Testamento, come Abramo, Giobbe o Salomone.
Ma dal contesto del Vangelo di Matteo e del discorso della montagna si vedrà che non si può essere "poveri nello spirito" senza essere materialmente poveri. Gesù non si accontenta di chiedere al ricco, invitato a seguirlo, un distacco spirituale dalle sue ricchezze, ma dice "va’, vendi quello che possiedi e dallo ai poveri"(Mt 19,21) e continua: "difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli. Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago3, che un ricco entri nel regno dei cieli"(Mt 19,23-24).
Ci sono soltanto due uomini ricchi nei Vangeli: uno è Giuseppe di Arimatea, che essendo considerato "discepolo di Gesù"(Mt 27,57) deve aver certamente lasciato i suoi beni, perché Gesù ha detto "chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo"(Lc 14,33) e l'altro è Zaccheo.
Zaccheo è descritto, nel Vangelo di Luca (Lc 19,1-10), come "piccolo di statura". Anche in questo caso l'evangelista non è andato con il metro a misurarne l'altezza, ma ci vuol dire che Zaccheo, poiché è ricco, non è all'altezza di vedere Gesù. Il ricco vive ad un livello tale che non è quello degli "alti", ma per l'evangelista è quello dei "bassi" che non possono vedere Gesù. Zaccheo vedrà Gesù quando deciderà di sbarazzarsi delle sue ricchezze e di restituire quattro volte tanto a quanti aveva imbrogliato.
Perciò l'unica interpretazione possibile è "poveri per lo spirito".
Per Gesù il metro per valutare la grandezza della persona sta nella sua generosità. Se la persona è generosa, vale ed è splendida; se la persona non è generosa, può essere la più pia, la più devota di questo mondo, recitare tutte le preghiere del mondo, ma agli occhi di Gesù non vale niente. Per questo Gesù invita tutti i credenti a fare un passaggio dalla categoria di "ricchi" alla categoria di "signori".
Nei Vangeli c'è differenza tra questi due termini. Il ricco è colui che ha, il signore è colui che dà. Questo è il passaggio che Gesù ci vuol portare a fare: da ricchi - coloro che hanno e tengono per sé - diventare signori come lui stesso, ossia persone che danno agli altri quello che hanno. Quindi, non è un invito a una diminuzione dell'individuo, ma a una pienezza dell'individuo e questo va sottolineato, perché c'è quasi paura ad accogliere il messaggio di Gesù, che sembra quasi una trappola che ci voglia togliere qualcosa.
No, Gesù non ci vuole togliere qualcosa, ma vuole consentire all'uomo di arrivare alla pienezza, ad essere, come Lui, signore. Per questo, nel discorso della montagna, c'è la prima beatitudine che racchiude e riassume tutto l'insegnamento.
Se il cristianesimo, malinteso, è stato denunciato come oppio dei popoli, il messaggio di Gesù, se ben interpretato, è l'adrenalina dei popoli, perché causa una rivoluzione nel comportamento, in quanto ogni credente si impegna ad eliminare le cause della povertà.
Diceva un grande dei nostri tempi, il vescovo brasiliano monsignor Edel Camara: "Se io mi occupo dei poveri, subito dicono che sono un santo, ma quando indago sulle cause della loro povertà, mi danno del comunista". Ecco cosa siamo chiamati a fare: naturalmente occuparci dei poveri, ma soprattutto eliminare le cause che provocano la povertà.
Diceva uno dei primi Padri della Chiesa, Giustino: "Colui che ama il prossimo deve dunque pregare e darsi da fare perché il suo prossimo abbia le stesse cose che ha lui". Ecco la scelta della povertà!
Gesù non ci chiede di spogliarci, non ci chiede di andare ad aggiungerci ai tanti, troppi poveri che già l'umanità produce. Non è questo il messaggio di Gesù; Gesù ci chiede di vestire chi non ha di che vestirsi e, se siamo onesti e coscienti, possiamo ben vestire tante altre persone senza bisogno di andare noi in giro nudi o mendicanti. Quindi, non si tratta di togliere quello che si possiede, ma di consentire che anche gli altri lo possano avere.
Questa interpretazione era comune nei primi tempi della Chiesa; poi, per tutte le traversie storiche e politiche che la Chiesa ha avuto, è stata abbandonata, ma i primi Padri della Chiesa hanno compreso benissimo, specialmente quelli di lingua greca, che Gesù non elogiava la povertà, ma invitava a eliminare le cause della povertà.
C'è uno dei primi Padri della Chiesa, Clemente da Alessandria, che dice chiaramente: non è detto "beati i poveri", ma "beati coloro che hanno voluto diventare poveri a causa della giustizia". Il termine "povertà", che va spiegato, non significa "miseria", ma disponibilità a condividere generosamente quello che si ha e quello che si è, con chi non ha e con chi non è.
Un altro grande Padre della Chiesa, Basilio di Cesarea, scrive: "Questi poveri di spirito non sono diventati poveri per nessun'altra ragione che l'insegnamento del Signore che ha detto va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri". Infine, anche Cromazio d'Aquilea, Padre della Chiesa di lingua latina, lo ha compreso: "Non ogni povertà è beata, perché spesso è conseguenza della necessità; beata dunque la povertà spirituale... di coloro che rinunciano ai beni del mondo ed elargiscono spontaneamente le proprie sostanze".
Ecco quindi il significato vero di cosa dice Gesù: coloro che volontariamente, per amore (questo significa per lo spirito), decidono di condividere generosamente quello che hanno, sono beati, perché di questi (e non di altri) si occupa Dio.

Rimane ancora da comprendere la frase “perché di questi è il regno dei cieli".
Non conoscendo questa espressione, perché usata unicamente da Matteo (mentre tutti gli altri evangelisti parlano di "regno di Dio"), si era sempre pensato all'aldilà. Per cui la spiegazione che veniva data era: i poveri vanno in paradiso! Ma l'espressione "regno dei cieli" non indica mai l'aldilà.
Gli ebrei evitano, tutte le volte che possono, di nominare Dio e di scrivere il nome di Dio, usando dei sostituti, quindi, "regno dei cieli" non significa il regno dell'aldilà, ma è un'espressione ebraica che significa "costoro hanno Dio per re"; cioè, la scelta coraggiosa di condividere quello che si ha e quello che si è con gli altri non porta nessuna conseguenza negativa, perché di questi si occupa Dio, di questi e non di altri.
La scelta volontaria della povertà causa immediatamente l'intervento di Dio; non è una scelta per il futuro - "avranno Dio per re" o "di essi sarà il regno dei cieli" -, ma questo avviene nel momento preciso in cui ci impegniamo a condividere generosamente.
La generosità è una caratteristica che tutti possono avere, meno i ricchi. Il ricco è tale perché non è generoso: se fosse generoso, non sarebbe ricco.
Per tornare ad un'altra bellissima immagine, Basilio, Padre della Chiesa, paragona la ricchezza a un fiume. Il fiume, la ricchezza, è valido soltanto se fluisce e irriga e comunica vita, ma se il fiume si ferma l'acqua stagna e va in putrefazione. Quindi la ricchezza, quando viene trattenuta per sé, produce effetti mortali; quando invece viene elargita produce la vita.
A questo punto permettete una piccola parentesi. Quando si parla di intervento di Dio, e io ci credo fermamente, di presenza di Dio, di assistenza da parte di Dio, non significa un Dio Babbo Natale o Fata dai capelli turchini con la bacchetta magica, che risolve le situazioni della vita. La presenza di Dio nella nostra esistenza non toglie le difficoltà a volte tragiche e dolorose che la vita ci presenta, ma ci dà una maniera nuova per viverle e per affrontarle.
Questa prima beatitudine corrisponde al primo comandamento della legge di Mosè: "Non avrai altri dèi di fronte a me"(Es 20,3). La divinità che il popolo è tentato di adorare è il dio Mammona, la ricchezza, il profitto.
Tutte le altre sette beatitudini sono soltanto una conseguenza di questa prima beatitudine, che potremmo semplificare in questo modo: occupatevi del bene, della felicità e del benessere degli altri, perché così finalmente permetterete al Padre di occuparsi della vostra felicità. E il cambio è vantaggioso.

Note: 1. Cioè coloro che seguono i tanti pastori, o sedicenti pastori, o che si presumono tali. - 2. Cioè coloro che, guardandosi intorno, sanno distinguere i falsi pastori e riconoscono in Gesù l'unico pastore. – 3. La cruna dell’ago era una piccola apertura nelle mura di una città, generalmente a lato di una delle porte, attraverso la quale passavano coloro che volevano entrare in città dopo l’ora di chiusura delle porte. L’apertura, con una larghezza inferiore alla larghezza delle spalle di un uomo, costringeva, per entrare, a procedere di lato ritraendo l’addome, e quindi si era del tutto inermi nei confronti delle guardie poste a difesa della porta. Nell’attraversamento si era impediti da un’eventuale obesità, caratteristica specifica dei ricchi che erano gli unici a potersi permettere di mangiare in abbondanza a quei tempi.

mercoledì 26 ottobre 2016

Trentunesima Domenica del Tempo Ordinario



XXXI Domenica del Tempo Ordinario – Lc 19,1-10
Entrò nella città di Gerico e la stava attraversando, quand'ecco un uomo, di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!». Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto». Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch'egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell'uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

Il racconto(1) inizia con la presentazione del protagonista, Zaccheo: “Entrò nella città di Gerico e la stava attraversando, quand'ecco un uomo, di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco…”. Gerico era una città di frontiera, un passaggio obbligato per le piste carovaniere che conducevano a Gerusalemme dalle regioni della Transgiordania, dall’Arabia e dalla vallata del Giordano, e quindi un importante centro per la riscossione di imposte. Gesù, dopo aver attraversato la città, incontra Zaccheo; di lui l’evangelista si limita a dire che era «capo dei pubblicani» e per di più ricco. In altre parole egli era un grosso appaltatore, che riscuoteva le tasse per conto dei romani. Naturalmente si era arricchito lasciando da parte qualsiasi scrupolo di carattere morale o religioso. E’ facile immaginare che il popolo l’odiasse non solo per le frodi e le estorsioni con cui si era arricchito, ma anche per la sua collaborazione con Roma, la potenza occupante.
Al passaggio di Gesù, Zaccheo “cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là”. Il suo interesse è determinato da curiosità, ma forse anche da una certa insoddisfazione circa quanto aveva realizzato finora e dal desiderio di dare un senso alla sua vita. Il suo desiderio di vedere Gesù è tanto forte da fargli abbandonare per un momento le norme di comportamento consone alla sua dignità e al suo rango sociale.
Forse il capo dei pubblicani pensava di restare inosservato tra le fronde dell’albero. Ma “Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi(2) a casa tua»”. La sua reazione è immdiata: “Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia”.
Le parole che Gesù rivolge a Zaccheo sono cariche di connotazioni teologiche. L’avverbio «oggi» (in greco sêmeron), che ricorre in Luca ben 19 volte, designa il momento decisivo della conversione. La frase «devo restare (in greco dei me meinai) a casa tua» indica per Gesù la necessità di adeguarsi al piano di Dio, il quale lo ha mandato a cercare ciò che era perduto. Il verbo «restare» (in greco menein), tipico del quarto vangelo (cfr. Gv 1,39), comporta una sfumatura di amicizia e di comunione. Gesù non rinfaccia nessuna colpa a Zaccheo, ma con il suo invito gli manifesta l’amore gratuito di Dio, che non lo giudica ma lo invita alla comunione con lui. Zaccheo allora scende in fretta dall’albero e pieno di gioia accoglie Gesù in casa sua. La fretta, congiunta alla gioia, costituisce un tema ricorrente in Luca, soprattutto nel vangelo dell’infanzia (Lc 1,39;2,16); qui mette in luce la consapevolezza e la disponibilità con cui Zaccheo accoglie la salvezza messianica che Gesù mette a sua disposizione.
All’accoglienza gioiosa di Zaccheo si contrappone l’atteggiamento scandalizzato di tutti i presenti: “Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!»”. Il motivo per cui essi disapprovano il comportamento di Gesù consiste nel fatto che l’ingresso in casa di un pubblico peccatore comportava una contaminazione, analoga a quella che si contraeva a contatto con un lebbroso o con i gentili (cfr. At 11,1-18). Nel descrivere la reazione dei presenti Luca ha forse presente l’atteggiamento della maggioranza dei giudei, che al suo tempo rifiutavano il messianismo fatto proprio dai primi cristiani, aperto non solo ai poveri, agli emarginati e ai peccatori, ma anche ai gentili, dai quali i giudei si sentivano separati da una barriera insuperabile.
Gesù non risponde alla provocazione; al suo posto parla Zaccheo: “Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto»”. Egli manifesta il profondo cambiamento avvenuto in lui non facendo ricorso a parole pie e religiose, ma annunziando alcune decisioni da lui prese in questa occasione. Egli si alza e promette solennemente a Gesù di elargire metà dei suoi beni ai poveri e di restituire il quadruplo dei beni frodati. La sua decisione appare chiaramente spropositata: il Levitico prescriveva di restituire i beni rubati aumentati di un quinto (Lv 5,20-24) mentre a un pubblicano che si convertiva i rabbini ordinavano di dare solo il 20 per cento dei suoi beni ai poveri.
A Zaccheo, ma indirettamente anche ai presenti, Gesù risponde con una semplice constatazione: “Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza…” L’avverbio «oggi», come già nel v. 5, indica il momento privilegiato della salvezza, che si attua con l’entrata di Gesù in quella casa: in risposta al gesto di Gesù Zaccheo ha presentato «frutti degni della conversione» (cfr. Lc 3,8), dimostrando così che il corto circuito della salvezza si è attuato nella sua casa. Gesù poi aggiunge: “…perché anch'egli è figlio di Abramo”. Chiaramente Gesù non vuole dire che la salvezza è giunta nella casa di Zaccheo perché anch’egli è figlio di Abramo, ma piuttosto che, avendo imitato la fede di Abramo, anche lui è diventato realmente, e non solo per una discendenza carnale, suo vero figlio, appartenente cioè a pieno diritto al popolo eletto. In altre parole si è verificato il detto di Giovanni il Battista secondo cui «Dio può far nascere figli di Abramo anche da queste pietre» (cfr. Lc 3,8).
Infine Gesù conclude: “Il Figlio dell'uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto»”.
Con queste parole egli si presenta come il buon pastore, che lascia le novantanove pecorelle nel deserto va in cerca di quella che si è smarrita per riportarla all’ovile (cfr. Lc 15,1-7; Ez 34,16). Per lui è più importante ricondurre al Padre chi è perduto che non curare coloro che sono già nell’ovile, non solo perché costoro non si sentono bisognosi della salvezza, ma anche perché solo coloro che ritornano possono mettere in crisi, come nella parabola del figliol prodigo (cfr Lc 15,32), le false sicurezze di chi non si è mai apparentemente allontanato.
Nel racconto di Zaccheo Luca ritorna su un tema che gli sta particolarmente a cuore: Gesù ha fatto consistere la sua missione non nel confermare le false sicurezze di coloro che si ritenevano «giusti», ma nel cercare coloro che erano considerati come peccatori per dare loro un messaggio di speranza. Naturalmente la sua bontà nei loro confronti non poteva non scandalizzare i giudei benpensanti, che si sentivano provocati e messi in crisi proprio in quello che era il fondamento della loro vita religiosa. Se Dio si rivolge con tanta misericordia ai peccatori, che importanza aveva il loro impegno quotidiano per compiere la sua volontà promulgata dalle scritture? Di conseguenza la tolleranza e condiscendenza di Gesù verso i peccatori non potevano non provocare reazioni indignate da parte loro. Egli aveva giustificato il suo comportamento anomalo con le tre parabole della misericordia divina (cfr. Lc 15) e accogliendo con umanità e tenerezza, in occasione del banchetto in casa del fariseo Simone, una peccatrice da tutti conosciuta (Lc 7,36-50). Le sue parole e i suoi gesti mostravano chiaramente che anche per coloro che si ritenevano giusti l’unica possibilità di salvezza consisteva nell’accettare la misericordia di Dio, senza far valere meriti o privilegi. Ora la conversione di Zaccheo, al termine del viaggio che porta Gesù alla croce, conferma in modo definitivo le sue scelte.
Questo episodio ha anche un’altra valenza. Mentre il «capo», ossia l’uomo ricco che aveva osservato i comandamenti fin dalla sua giovinezza, non aveva corrisposto alla chiamata di Gesù a motivo dei suoi molti beni (Lc 18,18-23), Zaccheo accoglie il dono divino della salvezza, determinata dall’incontro con il «Signore», proprio spogliandosi dei suoi beni. Si verificava così il miracolo della conversione di un ricco (cfr. Lc 18,24-27), che avviene proprio perché l’interessato prende coscienza che le sue ricchezze sono ingiuste (cfr. Lc 16,9). L’atteggiamento di Zaccheo nei confronti dei suoi beni è molto istruttivo. Egli non se ne priva in modo subitaneo e totale, come Gesù aveva chiesto all’uomo ricco, ma li gestisce in modo responsabile in funzione di una maggiore giustizia sociale, senza con ciò venire meno ai suoi doveri verso se stesso e la sua famiglia. Mentre la chiamata del ricco aveva messo in luce l’esigenza di radicalità propria del vangelo, la conversione di Zaccheo mostra come tale radicalità possa e debba attuarsi progressivamente nella vita quotidiana.

Note: 1. L’esegesi di questo brano è liberamente tratta da un articolo di P. Alessandro Sacchi pubblicato su Nicodemo.net. – 2. La traduzione è imprecisa: il testo originale dice “restare”, parola che ha implicazioni teologiche profonde. Traducendo “fermarmi” il testo suona bene in italiano, ma si perdono i significati teologici.